Igor Dodon eletto Presidente in Moldova: le ragioni di una vittoria Igor Dodon eletto Presidente in Moldova: le ragioni di una vittoria
Il 13 novembre si è svolto il ballottaggio delle elezioni presidenziali della Repubblica di Moldova, con cui il leader filo-russo del Partito dei Socialisti,... Igor Dodon eletto Presidente in Moldova: le ragioni di una vittoria

Il 13 novembre si è svolto il ballottaggio delle elezioni presidenziali della Repubblica di Moldova, con cui il leader filo-russo del Partito dei Socialisti, Igor Dodon, è stato eletto nuovo capo dello Stato, raccogliendo non senza sorpresa, il 52% dei consensi. La candidata filo-occidentale, Maia Sandu, del Partito Azione e Solidarietà (PAS) ha subito comunicato di non riconoscere l’esito dello scrutinio per i presunti casi di brogli verificatisi alle urne, motivo per cui ha già presentato una denuncia penale contro la Commissione Elettorale Centrale e contro il Ministero degli Esteri, rei, secondo la Sandu, di aver impedito ai cittadini residenti all’estero di votare.

I filo-occidentali
L’esito, del tutto inaspettato per lo schieramento europeista, soprattutto se si considera che sono stati proprio i partiti filo-occidentali ad aver voluto l’elezione diretta del presidente da parte dei cittadini, essendo stata fino a quest’anno una prerogativa del Parlamento, ha suscitato numerose manifestazioni di protesta, soprattutto tra i moldavi residenti all’estero. I moldavi all’estero rappresentano un bacino compatto di quasi il 5% degli elettori, di orientamento soprattutto filo-occidentale, che hanno sempre svolto un ruolo molto attivo nelle elezioni facendosi portavoci delle istanze unioniste con la Romania e della volontà di percorrere il cammino verso l’integrazione nell’Unione Europea. Ciò nonostante, durante la sua campagna elettorale, Maia Sandu, già funzionario della Banca Mondiale e Ministro dell’Istruzione nel governo di Vlad Filat, ha scelto di trascurare il tema dell’unificazione con la Romania e quello della disputa geopolitica con la Russia, concentrandosi sui temi della corruzione e contro gli oligarchi, preferendo così di farsi interprete del messaggio della piattaforma civica “Giustizia e Verità”1, che all’inizio dell’anno occupò per settimane la piazza davanti al Parlamento moldavo, ricordando gli eventi dell’Euromaidan ucraino. Questa scelta, secondo il politologo Dan Dungaciu, ha penalizzato la Sandu dato che alla resa dei conti i voti si sono rivelati essere geopolitici mentre la retorica contro la corruzione non ha destato l’effetto sperato, anche alla luce dell’arresto, proprio per corruzione, di Vlad Filat e del caso di furto di un miliardo di euro, pari all’8% del PIL, quando erano al potere governi europeisti.

I filo-russi

A pochi giorni dalla sua elezione, Igor Dodon, con un gesto inaspettato, ha rassegnato le dimissioni dalla guida del Partito dei Socialisti motivando la sua scelta con la volontà di togliere ogni dubbio circa la sua intenzione di voler rappresentare tutti i cittadini, sperando di smorzare, in questo modo, i toni e di non dividere ulteriormente la società moldava, che negli ultimi anni si è sempre più frammentata lungo le linee di frattura di chi guarda verso Bruxelles e Bucarest, e chi verso Mosca. Ciò nonostante, Dodon non ha omesso di dichiarare che non smetterà di impegnarsi a favore di un avvicinamento verso l’Unione Eurasiatica e per l’annullamento dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, responsabile, a detta sua, di un peggioramento negli indici economici nazionali. Consapevole del fatto che non rientra nelle prerogative del Presidente l’annullamento degli accordi internazionali, il leader moldavo ha lasciato tuttavia intendere la volontà di mettere in discussione gli attuali cardini della politica estera del Paese organizzando un referendum ad hoc.

Il tema più caldo dell’agenda del neo-eletto presidente moldavo rimane, tuttavia, la risoluzione del “conflitto congelato” in Transnistria. In merito, Dodon ha dichiarato di optare per una federalizzazione del Paese che sancisca de jure  l’autonomia della regione separatista la quale in cambio sarebbe incentivata, con la mediazione di Mosca, a riconoscere l’autorità di Chișinău. La federalizzazione del Paese, come nella vicina Ucraina, è vista con sospetto dagli europeisti, per i quali rappresenterebbe un strategia di “divide et impera” volta ad ufficializzare la lingua dell’ex occupante russo quale lingua di Stato e ad indebolire un eventuale governo filo-occidentale rinforzando le autonomie delle minoranze etniche, tutte tradizionalmente filo-russe.

Le ragioni della vittoria di Dodon
Anche se la campagna elettorale si è focalizzata sui temi di politica interna, e principalmente su quello della lotta alla corruzione, in realtà, ad imporsi alle urne, sono state le divisioni geopolitiche presenti nella società moldava, con la diaspora che ha votato in blocco per la candidata filo-occidentale e le minoranze etniche della Găgăuzia e della Transnistria che al 90% hanno votato per il candidato vicino a Mosca. A fare da ago della bilancia, tuttavia, sono stati una parte degli elettori interni che hanno scelto di penalizzare il malgoverno e la corruzione dei politici saliti al potere con la rivolta del 7 aprile 2009, in cui venne spezzato il monopolio del Partito Comunista in cambio della promessa di riforme strutturali e un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita mediante l’avvicinamento del Paese all’Unione Europea. A confermare questa analisi sono i sondaggi, che danno a rischio sparizione i partiti (PD, PDLM, PL) che hanno dominato la scena politica a partire dal 2009, con la possibilità che non superino, in caso di elezioni parlamentari, la soglia di sbarramento del 6%2.

Gli scenari futuri
La vittoria di Dodon riporta la Repubblica di Moldova con i piedi per terra rispetto alle aspirazioni di integrazione euro-atlantiche alimentate negli ultimi sette anni, restituendo al Paese una neutralità in grado di mantenere la Moldavia in uno spazio di equilibrio fra l’Unione Europea e la Federazione Russa. D’altro canto un radicale cambiamento di rotta del Paese verso Mosca è poco probabile dato che le promesse fatte da Dodon in campagna elettorale non rientrano nelle attribuzioni del Presidente e, soprattutto, dal momento in cui l’attuale governo, guidato da Pavel Filip, continua a mantenere ufficialmente un indirizzo filo-europeo. Il tutto sembrerebbe per ora rimandato al 2018 quando i cittadini saranno chiamati a votare per le elezioni parlamentari, mentre un’eventuale convocazione del voto anticipato, da parte del Presidente resta improbabile. Dodon si troverebbe, infatti, dinanzi ad avversari politici ben più pericolosi degli attuali, e preferisce, piuttosto, temporeggiare e rinforzare il proprio partito in vista dell’appuntamento elettorale del 2018.

 

NOTE:

Ștefan Căliman è collaboratore del Programma di ricerca „Eurasia” dell’IsAG

1 D. Dungaciu, Geopolitica bate politica la Chişinău, 14/11/2016
2 V. Călugăreanu,
Ce vor moldovenii? Nu UE, nu NATO, nu unire cu România... Vor înapoi spre Rusia!, 5/05/2016


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