25 anni di Kazakhstan indipendente: bilanci e prospettive 25 anni di Kazakhstan indipendente: bilanci e prospettive
Il 16 dicembre del 1991 la Repubblica del Kazakhstan dichiarava formalmente la propria indipendenza dall’Unione Sovietica, benché il suo Presidente Nursultan Nazarbaev fosse stato... 25 anni di Kazakhstan indipendente: bilanci e prospettive

Il 16 dicembre del 1991 la Repubblica del Kazakhstan dichiarava formalmente la propria indipendenza dall’Unione Sovietica, benché il suo Presidente Nursultan Nazarbaev fosse stato sino all’ultimo tra i più convinti assertori del mantenimento dell’URSS nel timore di una rapida frammentazione del nuovo Stato indipendente. La RSS kazaka era stata d’altronde una repubblica sovietica conosciuta soprattutto per le sperimentazioni in ambito nucleare – talora foriere peraltro di danni ambientali ed ecologici, come il noto caso di Semipalatinsk – e per i campi di lavoro forzato ove venivano internati i dissidenti politici provenienti da tutte le regioni dell’URSS. In questo quarto di secolo molto è cambiato dai primi giorni di indipendenza, e se fino a qualche tempo fa per il grande pubblico non era agevole neppure distinguere la Repubblica centroasiatica dagli altri “-stan” della regione, il suo dinamismo economico e diplomatico a livello internazionale fanno oggi del Kazakhstan una realtà sempre più nota e attrattiva anche in Occidente.

La prima sfida a cui questo Paese ha dovuto rispondere è stata appunto quella dell’integrità territoriale e dell’unità nazionale. All’indomani dell’indipendenza, la nazionalità “titolare” del Kazakhstan – cioè i cittadini di etnia kazaka – erano in minoranza assoluta in quanto rappresentavano meno metà della popolazione, composta da numerose decine di gruppi etnici presenti sul territorio a causa delle secolari migrazioni e delle deportazioni nei Gulag di epoca sovietica. Nel Nord del Paese, la consistente minoranza russa costituiva una potenziale minaccia secessionistica, mentre la riscoperta della religione dopo settant’anni di ateismo di Stato rischiava di innescare la mina dell’islamismo radicale e trasformare il Paese in un focolaio di estremismo. Di queste minacce all’esistenza stessa del Kazakhstan nessuna è riuscita a concretizzarsi e la Repubblica kazaka appare oggi unita all’interno, sospinta da una proiezione pacifica verso l’esterno e motivata da un’ambizione di conciliare modernità e tradizione.

La caratteristica principale del Kazakhstan, si sente dire spesso, è la sua natura “euro-asiatica”, di ponte fra Oriente e Occidente. Un’affermazione senz’altro veritiera, ma che rischia di stemperarsi nella retorica visto che da alcuni anni a questa parte il lemma «Eurasia» e l’aggettivo «eurasiatico» sono divenuti purtroppo delle etichette abusate giornalisticamente e dal significato astruso e contraddittorio, che cambia a seconda della prospettiva di chi li enuncia. In che senso dunque la Repubblica del Kazakhstan è un Paese euro-asiatico, al di là della retorica? La risposta sta non soltanto nella geografia, che obiettivamente pone questa realtà statuale al crocevia tra Europa e Asia, ma soprattutto nel modo in cui questo Paese ha concepito la sua dimensione interna e la sua politica estera.

Sul piano interno, Astana ha dato prova di un grande pragmatismo nel proprio percorso di nation-builduing in questi 25 anni di indipendenza. Da questo punto di vista, l’ «eurasismo» kazako è un progetto politico-culturale che tende a fare della diversità una ricchezza, concependo la propria identità come una combinazione di elementi orientali e occidentali. A differenza del fallimentare multiculturalismo europeo, tuttavia, il Kazakhstan sembra capire benissimo l’importanza di un collante identitario sovra-etnico che tenga insieme le diverse componenti della società: oltre a valorizzare anche a livello istituzionale le minoranze (per esempio tramite l’Assemblea del Popolo del Kazakhstan, in cui sono rappresentati i diversi gruppi del Paese, e attraverso una legislazione che in linea generale favorisce il loro sviluppo culturale e linguistico), il Kazakhstan non ha quindi disdegnato di promuovere il patriottismo e i valori tradizionali attraverso una progressiva riscoperta e attualizzazione della cultura nazionale kazaka. L’equilibrio fra la tutela delle minoranze e il senso di appartenenza allo Stato sinora ha retto abbastanza bene e può essere considerato uno dei migliori risultati dall’indipendenza a oggi, soprattutto considerate le premesse e le condizioni di partenza.

Ma sono in special modo la politica estera e la diplomazia che permettono di comprendere i passi avanti compiuti dalla Repubblica del Kazakhstan e la sua dimensione euro-asiatica. A ben guardare, infatti, questa Repubblica si presenta come unicum fra tutti i Paesi dell’ex URSS (e in particolare dell’Asia centrale) nella misura in cui riesce a contemperare istanze quasi contrapposte e apparentemente inconciliabili. Da un lato, essa è infatti rimasto uno dei Paesi economicamente e geopoliticamente più legati alla Russia: Mosca è il principale partner economico di Astana; la lingua russa è stata tutelata e promossa dalle autorità kazake; il Kazakhstan è uno dei membri fondatori dell’Unione Economica Eurasiatica che oggi include Russia, Bielorussia, Kirghizistan e Armenia e di cui proprio Nazarbaev fu il primo teorico e sostenitore già negli anni Novanta del secolo scorso.

Dall’altro lato, il Kazakhstan è però sicuramente il più filo-occidentale fra tutti questi Paesi. Negli anni scorsi, ad esempio, ha assunto la Presidenza dell’OSCE; quest’anno è divenuto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; ha firmato un importante accordo di cooperazione con l’Unione Europea e in generale manifesta un’apertura e una volontà di accreditarsi nei confronti delle istituzioni occidentali che non ha eguali tra le altre nazioni del campo ex sovietico. In occasione della crisi diplomatica tra Russia e Occidente dovuta alla guerra civile ucraina, Astana ha mantenuto ad esempio un profilo diplomatico molto equilibrato, senza schierarsi con Mosca e ponendosi anzi come possibile mediatore, e lo stesso è avvenuto nella più recente crisi russo-turca nello scenario della guerra siriana.

In linea generale, studiando le relazioni bilaterali di questo Paese emerge come esso riesca a costruire relazioni molto buone con i principali soggetti della politica internazionale, anche quando questi sono in reciproca competizione: Cina, Russia, Corea, Israele, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito. Questo pragmatismo ha ricevuto anche una codificazione terminologica in sede di dottrina di politica estera: la multivettorialità del Kazakhstan, che è dunque euro-asiatico essenzialmente perché rifugge da appartenenze troppo strette e lavora in piattaforme internazionali sia con controparti euro-americane sia con la Russia e i Paesi dell’Asia. La promozione degli scambi commerciali costituisce spesso la leva principale attraverso cui Astana riesce a giocare su più tavoli e a dialogare con tutti questi soggetti.

D’altra parte, proprio l’economia è uno dei campi in cui la suddetta natura “euro-asiatica” del Paese emerge con maggiore chiarezza: se infatti l’ossatura del Paese continua a rivelare la sua origine sovietica (con un ruolo dominante dell’industria pesante e dell’esportazione degli idrocarburi), il processo di privatizzazione e l’apertura ai capitali stranieri è risultato comunque fra i più riusciti di tutta l’area ex sovietica, in una singolare combinazione di statalismo e liberismo. Il Kazakhstan si sforza non solo di promuovere una cultura dell’imprenditoria prendendo a modello l’esperienza del migliore capitalismo occidentale, ma sta anche tentando di porsi all’avanguardia nei settori dell’energia verde, dell’agricoltura a sviluppo sostenibile e delle energie rinnovabili, come previsto dall’ambizioso programma “Nurly Zhol – la Via Verso il futuro” annunciato circa due anni fa da Nazarbaev. L’Expo2017 di Astana costituirà in questo senso una vetrina importante per mostrare i passi compiuti e le reali prospettive di internazionalizzazione.

Un ultimo, ma tutt’altro che trascurabile aspetto, è il rapporto con l’islam, in un periodo storico in cui questa religione è spesso sinonimo di minaccia alla sicurezza e instabilità. Senza rischiare di esagerare si può affermare che il Kazakhstan è, fra i Paesi formalmente a maggioranza musulmana, quello che in cui la dimensione estremistica è ridotta ai minimi termini e dove ad esempio i cristiani sono maggiormente rispettati. Come osservava già nell’Ottocento uno dei più grande intellettuali kazaki, l’etnografo ed esploratore Čokan Valichanov (1835-1865), ciò è dovuto storicamente al fatto che la religione di Maometto non ha in realtà mai veramente preso piede in modo sistemico nelle steppe kazake, dove è sempre rimasto molto forte il ricorso all’adat, la legge consuetudinaria della cultura dei nomadi. Di conseguenza, anche oggi l’identità musulmana è intesa primariamente come un’adesione individuale che esclude ogni sovrapposizione fra legge coranica e legge dello Stato. Questo rifiuto della sharia come fonte di diritto positivo fa del Kazakhstan un’eccezione nell’umma islamica e mostra che la tolleranza religiosa portata avanti dal Paese – anche a livello istituzionale, attraverso iniziative quali il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali – è un tentativo concreto di fondare una laicità che non sia però ostile e irrispettosa verso il sacro, i culti e la dimensione spirituale dell’uomo.

Nel futuro prossimo, Astana dovrà dimostrarsi capace di integrare i risultati raggiunti con importanti migliorie : la creazione di una cultura delle istituzioni, in cui il senso dello Stato sia forte e radicato al di là della personalità carismatica di chi occupa le più alte cariche; una vita politica interna in cui sussista una pratica dell’alternanza e la dialettica politico-parlamentare sia chiamata a vivificare le istanze della società civile; un aumento della trasparenza, in particolare nell’ambito dell’amministrazione pubblica e nei settori finanziario e bancario, che risulterà essenziale per consolidare all’estero l’immagine del Paese. Con la sua natura di ponte tra Europa e Asia, il Kazakhstan potrebbe riuscire davvero ad assumere il meglio dell’una e dell’altra: a patto, però, di sapere al contempo anche evitare le storture e gli aspetti peggiori tanto delle democrazie occidentali quanto dei regimi illiberali asiatici.

NOTE:

*Dario Citati è Direttore del Programma di ricerca “Eurasia” dell’IsAG


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