Evoluzione dello scenario libico: quadro generale e minaccia terroristica Evoluzione dello scenario libico: quadro generale e minaccia terroristica
L’Italia ha un interesse diretto all’evoluzione democratica della Libia, sia per la vicinanza geografica (che ha irrobustito i flussi migratori verso il nostro Paese)... Evoluzione dello scenario libico: quadro generale e minaccia terroristica

L’Italia ha un interesse diretto all’evoluzione democratica della Libia, sia per la vicinanza geografica (che ha irrobustito i flussi migratori verso il nostro Paese) sia per la partnership commerciale, dovuta agli investimenti effettuati da piccoli, medi e grandi imprenditori italiani.
Degno di nota è l’Eni, che esercita un quasi-monopolio nell’estrazione di gas e petrolio libico.


Fonte: Limes, Inogate

Obiettivo della presente analisi è fornire, con un excursus storico, il quadro complessivo della situazione libica attuale, evidenziando le modalità di espansione di Daesh sul territorio. Si tenterà, infine, di disegnare i possibili scenari successivi alla caduta di Sirte.

La frammentazione della Libia

Arturo Varvelli, Senior Research Fellow all’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e responsabile dell’Osservatorio sul terrorismo dell’istituto, paragona la situazione di anarchia vigente in Libia alla fuoriuscita dei mali dal vaso di Pandora -aperto con la caduta di Gheddafi- che custodisce, in fondo, la debole identità nazionale libica.


Fonte: Stratfor

La fine del regime nel 2011, a conclusione della prima guerra civile, ha innescato, con il riemergere di tribalismi e divisioni regionali, un processo di frammentazione anche istituzionale, un bellum omnium contra omnes hobbesiano. Il Paese è stato lacerato dalla violenza settaria di numerose milizie armate rivali di ex ribelli affiliate a regioni, città e tribù, non contrastate dal debole governo centrale, carente di un esercito organizzato, fino all’esplosione di una “seconda guerra civile” in atto dal 2014.

Allora, si contendevano il potere due governi rivali: da una parte il governo di Tobruk, eletto dalla Camera dei rappresentanti (il parlamento uscito dalle elezioni del 25 giugno 2014, con maggioranza nettamente orientata verso i moderati) e riconosciuto legittimo dalla comunità internazionale; dall’altra il governo di Tripoli, eletto dal nuovo Congresso Generale Nazionale (il vecchio parlamento votato nel 2012 e riportato in vita nell’estate del 2014), espressione della coalizione Alba Libica, costituita da diverse milizie di tendenza islamista, dalle potenti milizie di Misurata e alcuni pezzi della minoranza berbera.

Il primo esecutivo, presieduto da al-Thani, era sostenuto dalle forze regolari libiche, nelle cui fila fu riassorbito l’ex generale Haftar, protagonista dell’operazione Dignità contro Ansar al Sharia e la succursale libica di Daesh. A fianco delle istituzioni di Tobruk si schierarono l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, entrambi indicati come responsabili di raid aerei sulle milizie di Tripoli sin dall’estate del 2014.

Temendo i risultati elettorali della Camera dei rappresentanti (che hanno effettivamente visto la sconfitta decisiva degli islamisti predominanti nel Congresso Generale Nazionale), alcune milizie islamiste di Tripoli e le milizie di Misurata lanciarono l’operazione Alba Libica per sottrarre il controllo dell’aeroporto di Tripoli alle milizie di Zintan, alleate dei moderati. Dopo la vittoria, Alba Libica impose nella capitale un governo parallelo, denominato “di salvezza nazionale” e guidato da al-Hassi, esponente dei Fratelli Musulmani, appoggiato dalla Turchia. Mentre l’Occidente era impegnato, da settembre 2014, nei round del Dialogo politico in Libia per favorire la creazione di un governo di unità nazionale, i jihadisti di Al Baghdadi entravano prima a Derna, poi a Sirte.

Dopo mesi di trattative, l’8 ottobre 2015, il Rappresentante speciale dell’ONU Bernardino Leon annunciò la nomina di Fayez al-Sarraj a primo ministro di un nuovo governo di unità nazionale, in seguito riconosciuto il solo legittimo. Il Libyan Political Agreement, firmato il 17 dicembre a Skhirat sotto l’egida dell’ONU da numerosi membri dei due parlamenti libici, delineava un Consiglio presidenziale di nove membri. In base agli accordi di Skhirat, i governi di Tripoli e Tobruk avrebbero dovuto fondersi in unico esecutivo: nel progetto il Parlamento di Tripoli doveva trasformarsi in una Camera Alta con poteri consultivi, e quello di Tobruk divenire il Parlamento di tutta la Libia.

Il 19 gennaio 2016 al-Sarraj ha annunciato da Tunisi la formazione del governo di accordo nazionale, il cui insediamento a Tripoli sarebbe avvenuto due mesi dopo. Ad aprile le vecchie autorità e i gruppi armati di Tripoli e della Libia occidentale hanno dichiarato il loro appoggio al governo di al-Sarraj, ma la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha continuato a rinviare l’approvazione del voto di fiducia al governo stesso, fino a negarla a fine giugno. Il processo costituzionale è rimasto così paralizzato e le fratture tra l’Ovest del Paese e la Cirenaica sono sfociate in guerra aperta anche per l’esportazione del petrolio libico. E’ notizia recente che il generale Haftar, a capo delle autoproclamate Forze nazionali libiche, ha conquistato i terminal della cosiddetta Mezzaluna del Petrolio acquisendo, con le esportazioni di greggio, il 90% delle entrate del Paese. In risposta, l’Alto Consiglio di Stato si è attribuito anche il potere legislativo, spettante al Parlamento con sede a Tobruk.

Tenendo presente la classificazione delle potenze nel sistema internazionale, si può dire che la Libia da piccola potenza quale era retrocede a failing state, caratterizzato dal collasso dell’ordine interno e dal conflitto regionale. A prova di ciò, il Fund For Peace colloca la Libia al 25esimo posto nella graduatoria del Fragile States Index stilata nel 2016. Come si rileva dall’andamento del FSI, la deposizione cruenta del regime di Gheddafi corrisponde all’inizio di un trend fortemente discendente. La successiva infiltrazione di Daesh in Libia (che coincide ad un ulteriore downgrade dell’indice) può essere letta alla luce di un’analisi sulla correlazione tra failing/failed states e predisposizione al terrorismo condotta da Bridget Coggins. L’Associate Professor di Scienze Politiche all’Università della California non individua una costante correlazione fra le due variabili ma suggerisce che se si vuole contrastare il terrorismo alla radice, è necessario guardare agli Stati in preda al caos politico piuttosto che agli Stati già impoveriti o falliti. Inoltre, l’interesse delle potenze occidentali e la conseguente assenza di una coesione di intenti già dall’inizio della guerra civile libica possono aver favorito la permeabilità della Libia al terrorismo di Daesh.


Fonte: Fragile States Index

Penetrazione di Daesh in territorio libico

Nel febbraio 2015 i miliziani di Al Baghdadi entrarono a Sirte, città natale di Gheddafi (interessante la strategia di appropriazione della simbologia dell’ex regime) e centro strategico in virtù dei più rilevanti terminali petroliferi della Libia situati nell’omonimo golfo. Nello stesso mese, Daesh rilasciò tramite al-Hayat il video della decapitazione di 21 cristiani copti egiziani rapiti a Sirte a Capodanno; nel filmato i jihadisti avanzavano anche chiare minacce all’Italia indicando la loro posizione rispetto a Roma.

L’espansione del Califfato a Sirte – attraente per la presenza storica delle fazioni del gruppo terroristico Ansar Al-Sharia, affiliato di Al-Qaeda – è coerente con la precedente conquista di Derna, roccaforte del radicalismo islamico. Già nel 2014, tuttavia, Daesh era riuscito ad inserirsi abilmente nel vuoto politico imperante in Libia attraverso il ritorno in patria dei foreign fighters partiti per la Siria e associati nella brigata Al Battar (riorganizzati successivamente nell’Islamic Youth Shura Council, con base a Derna). All’ascesa della succursale libica del Califfato contribuì, inoltre, la nomina ad emiro e leader militare rispettivamente di Abu al-Baraa el-Azdi e Abu Nabil al Anbari, entrambi vicini ad Al Baghdadi. Il 5 ottobre dello stesso anno, la Shura di Derna produsse la bayah, la formale dichiarazione di adesione al Califfo. In una registrazione audio del 13 novembre, Al Baghdadi accettò il giuramento e proclamò la nascita di tre wilayat in Libia: nella Cirenaica, nel Fezzan e nella Tripolitania.

É significativo notare che l’espulsione delle forze di Daesh da Derna nel giugno 2015 è avvenuta in seguito ad uno scontro con il Consiglio consultivo dei mujahideen di Derna, una coalizione di gruppi armati jihadisti non affiliati al Califfato. Nell’aprile 2016 gli ultimi combattenti di Daesh ancora presenti nei dintorni di Derna riparano definitivamente verso Sirte, da cui si continuano attacchi contro le milizie di Misurata (che sostengono il Governo di unità nazionale). Nel giugno 2016 queste ultime entrano a Sirte assediando le rimanenti forze di Daesh asserragliate nella città, già spossate dall’offensiva della Guardia delle installazioni petrolifere, che a maggio aveva riconquistato due città ad est di Sirte. Secondo gli osservatori internazionali, la celere sconfitta del Califfato in Libia sarebbe dovuta alla sopravvalutazione della consistenza numerica e dell’espansione territoriale, nonché delle risorse economiche disponibili; all’efficace coordinazione tra le milizie di Misurata e la Guardia delle installazioni petrolifere; al supporto di un contingente statunitense e britannico.

Il 1 agosto, su richiesta del Governo di accordo nazionale, gli Stati Uniti compiono la prima campagna aerea prolungata contro Daesh per aiutare le milizie filo-governative a rompere lo stallo nell’assedio alla città. Nel gioco delle potenze occidentali relativo alla Libia, l’Italia – attraverso l’Operazione “Ippocrate”, che prevede la costruzione di un ospedale militare adibito alla cura dei combattenti misuratini feriti negli scontri contro Daesh – esercita un ruolo di soft power.

Indebolito dunque dai combattimenti con i membri dell’esercito governativo libico e dai bombardamenti della coalizione internazionale (le sacche di resistenza jihadiste ammonterebbero a un centinaio di uomini rispetto ai 2000/2500 insediatisi lo scorso anno), Daesh è attualmente sul punto di perdere il porto sicuro di Sirte. Il valore assunto dalla città libica nel progetto di state-building era stato sottolineato in “That They Live By Proof”, un messaggio audio del portavoce di Daesh, Abu Muhammad Al Adnani, diffuso da al-Furqan Media il 21 maggio 2016. In tale discorso, infatti, Al Adnani eleva Sirte allo status di Raqqa e Mosul, capitali de facto del sedicente Califfato.

Il post-caduta di Sirte

In una conferenza del 27 settembre 2016 sulla questione del terrorismo in Libia, Thomas Jocelyn, Senior Fellow presso la Foundation for Defense of Democracy e Senior Editor al The Long Way Journal, ha sostenuto che Daesh mantiene una importante presenza in Libia (a Bengasi in particolare) sebbene abbia perso il suo ruolo determinante a Sirte e nei villaggi vicini. I soldati di Al Baghdadi potrebbero dunque essere dislocati nel sud della Libia, dove lo Stato è poco influente, o potrebbero tornare a Derna.

Jocelyn ha poi affermato che i recenti fallimenti di Daesh rappresenterebbero una grande opportunità per Al Qaeda. Quest’ultima ha sempre criticato la rigida struttura top-down proposta da Daesh nel processo di state-building, preferendo la creazione del Califfato dal basso verso l’alto, per cui è necessaria l’adozione di un basso profilo di visibilità. Al Qaeda ha confermato tale condotta anche nello scenario libico, stringendo alleanze con altri gruppi jihadisti come il già menzionato Ansar al Sharia, la Brigata dei martiri Abu Salim di Derna e i consigli della Shura di varie città. Nella mancata ricerca del consenso popolare risiede, invece, un punto di debolezza di Daesh, percepito come “cancro esterno”. Con una strategia diametralmente opposta a quella in declino del Califfato di Al Baghdadi, Al Qaeda potrebbe quindi imporsi con successo, vanificando le prospettive ottimiste sulla fine del jihadismo libico.

Infine, appare necessario tenere in considerazione che la lotta a Daesh ha costituito il collante delle fazioni che rivendicano autorità sul territorio libico. La sconfitta dello stesso potrebbe perciò alimentare nuove fratture tra gli attori in gioco.



Nessun commento per il momento

Sii il primo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *