La storia dei rapporti tra Israele e Grecia La storia dei rapporti tra Israele e Grecia
La storia delle relazioni tra Grecia ed Israele, pur non avendo forse la stessa rilevanza di quelle con altri Paesi, è comunque utile per... La storia dei rapporti tra Israele e Grecia

La storia delle relazioni tra Grecia ed Israele, pur non avendo forse la stessa rilevanza di quelle con altri Paesi, è comunque utile per comprendere come sia evoluta la linea politica di Gerusalemme nell’area dell’Europa mediterranea dalla fondazione dello Stato ebraico ad oggi. I rapporti tra i due Paesi per lungo tempo non sono stati improntati alla cordialità. Anche se la storia del popolo greco e di quello ebraico presenta diversi tratti comuni – alcuni commentatori sottolineano come entrambi hanno vissuto sotto la dominazione ottomana e che il sionismo di Theodor Herzl e la “Grande Idea” dei nazionalisti ellenici siano animati dallo stesso spirito di rinascita nazionale – i legami sono stati spesso segnati da una reciproca sfiducia che solo di recente sembra aver lasciato spazio ad un rapporto più collaborativo. Alle Nazioni Unite la Grecia votò contro il progetto di divisione della Palestina ed al momento della proclamazione d’indipendenza d’Israele nel 1948 Atene riconobbe solo “de facto” il nuovo Stato e quattro anni dopo stabilì delle relazioni diplomatiche a livello di rappresentanza tramite il Consolato Generale di Gerusalemme, cosa che suscitò non poca irritazione tra i dirigenti politici israeliani. La ragione di questa freddezza era dovuta a tutta una serie di elementi.

Di questi, il più rilevante era senza dubbio la forte dipendenza della Grecia dai Paesi arabi per le forniture di petrolio i quali a loro volta costituivano anche uno dei principali mercati per i prodotti agricoli greci, senza dimenticare poi come numerosi uomini d’affari ellenici erano attivi nelle capitali mediorientali ed avevano dato vita ad una potente “Lobby” filo – araba che esercitava non poca influenza sulle scelte politiche del governo. Inoltre lo stesso traffico navale greco poggiava in massima parte sulle rotte del Canale di Suez ed un deterioramento dei rapporti con il mondo arabo avrebbe danneggiato una delle più importanti voci dell’economia ellenica. La posizione di Atene era poi dettata anche dal desiderio di preservare i diritti delle comunità greche presenti nella regione. Come avevano dichiarato i leader arabi poco dopo la nascita d’Israele, se Atene avesse riconosciuto lo Stato ebraico ci sarebbero potute essere delle ritorsioni contro i cittadini greci residenti in Medio – Oriente, una comunità forte di almeno duecentomila persone la maggior parte delle quali viveva in Egitto, nonché nei confronti della stessa Chiesa ortodossa e dei suoi patriarcati presenti nel Paese. Sull’atteggiamento greco verso Israele pesarono inoltre delle considerazioni strategiche, dettate dallo sviluppo dei legami tra Israele e Turchia e dalla politica che Atene intendeva perseguire nei confronti di Cipro.

All’inizio degli anni Cinquanta il governo israeliano aveva iniziato a stringere rapporti di collaborazione politica e militare con la Turchia i cui rapporti con Atene erano segnati da continue tensioni, mentre la Grecia da parte sua desiderava conservarsi una sponda nei Paesi arabi per ottenerne l’appoggio alla sua politica di “Enosis” verso Cipro che puntava a riunificare l’isola, allora colonia britannica, alla madrepatria greca. Tuttavia, all’inizio degli anni Cinquanta le relazioni tra Atene ed i Paesi arabi entrarono in una fase di freddezza sia per l’atteggiamento assunto dal nuovo governo egiziano insediatosi dopo il colpo di Stato del 1952, che prima decise di confiscare le proprietà ai cittadini greci residenti imponendogli inoltre severe restrizioni sull’acquisto e la vendita di immobili e poi obbligò oltre centomila di loro a lasciare il Paese senza alcun indennizzo, nonché per quello di Damasco il quale stabilì che il Patriarca ortodosso dovesse essere di nazionalità siriana e non greca. Lo stesso governo greco poi, pur schierandosi alle Nazioni Unite quasi sempre a fianco delle nazioni arabe, decise di astenersi nelle risoluzioni il cui tono era ostile ad Israele e contenente riferimenti  anti – semiti. Questo suscitò all’interno degli ambienti politici israeliani la convinzione che fosse possibile un riavvicinamento con la Grecia e ricevere il formale riconoscimento “de jure” dello Stato d’Israele da parte di Atene. Ma, nonostante l’impegno diplomatico israeliano la posizione del governo greco per gran parte degli anni Sessanta rimase sostanzialmente immutata: da un lato Atene continuava ad intrattenere i rapporti con i Paesi arabi anche perchè con la sua politica intendeva svolgere un ruolo di “ponte” per favorire un riavvicinamento tra l’Egitto di Nasser e l’occidente, dall’altro però non desiderava pregiudicare i suoi legami con lo Stato ebraico.

Gli stessi ambienti politici greci apparivano comunque divisi sull’atteggiamento da tenere verso Israele. Così se gli esponenti dell’“Unione Radicale Nazionale”, la formazione conservatrice di Konstantinos Karamanlis, erano più favorevoli ad un riavvicinamento verso lo Stato ebraico, gli esponenti dell’“Unione di Centro”, il partito nazionalista di orientamento liberal – progressista guidato da Andreas Papandreou, rimanevano contrari a qualsiasi apertura ad Israele ritenendo che l’appoggio dei Paesi arabi era di fondamentale importanza se Atene voleva realizzare la sua politica di unificazione verso Cipro. Poco dopo però il colpo di Stato operato in Grecia nell’Aprile 1967 da un gruppo di ufficiali dell’Esercito sembrò che potesse portare ad un miglioramento nelle relazioni con Israele. Gli esponenti politici israeliani ritenevano che l’orientamento filo – statunitense della giunta militare avrebbe spinto il nuovo regime greco a riconoscere formalmente lo Stato ebraico, allacciare formali relazioni diplomatiche ed avviare così una nuova era nei rapporti tra i due Paesi. Ma, contrariamente a quelle che erano le aspettative di Israele, la posizione di Atene non cambiò.

Subito dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, il governo greco affermò come Israele non doveva porre alcuna precondizione per il suo ritiro dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania, mentre all’interno del Consiglio di Sicurezza la Grecia votò una mozione avanzata dalla Jugoslavia con la quale si richiedeva l’incondizionato ritiro israeliano dai territori occupati. Ad una più attenta analisi il quadro all’interno del Paese appariva però più sfumato. Nonostante la politica pro – araba del governo ed i toni violentemente antisemiti di alcuni quotidiani di estrema destra, l’opinione pubblica greca e parte degli stessi ambienti istituzionali non erano ostili ad Israele e sottolineavano come anche in assenza di formali relazioni diplomatiche un disgelo nei rapporti tra i due Paesi fosse ormai auspicabile.

Le conseguenze del conflitto del 1967 finirono per ripercuotersi anche sulla scena politica greca. L’avvio dei colloqui tra Atene ed il governo israeliano unito ad un sensibile peggioramento delle relazioni tra la Grecia ed i Paesi arabi, esposero il territorio greco al rischio di attentati da parte dei gruppi terroristici palestinesi. Questo costrinse il governo di Atene ad un difficile equilibrismo diplomatico per non compromettere i rapporti i Paesi arabi ed allo stesso tempo non deteriorare quelli con Israele. Ed il più grave di questi, compiuto dal gruppo “Settembre Nero” nel 1973 all’aeroporto di Atene contro il banco della TWA nel corso del quale vennero uccise quattro persone e altre trenta furono prese in ostaggio, spinse però il governo di Atene, spesso accusato da Gerusalemme di essere troppo tollerante verso la causa palestinese, a modificare la sua politica ed a riavvicinarsi ad Israele, una mossa questa dettata anche dall’intenzione del regime militare di migliorare la sua immagine presso gli Stati Uniti. Così quando nel 1974 il nuovo Premier greco Markezinis assunse l’incarico, dichiarò come la Grecia, pur avendo storici legami con i Paesi arabi, sosteneva che Israele aveva pienamente il diritto ad esistere offrendo inoltre la disponibilità di Atene ad ospitare dei colloqui di pace per risolvere la crisi mediorientale. La fine del regime militare ed il ritorno alla democrazia non cambiarono l’atteggiamento di Atene verso Israele. Tuttavia se i governi conservatori di “Nuova Democrazia” guidati da Konstantinos Karamanlis e Georgios Rallis seguirono una politica pragmatica, l’esecutivo socialista di Andreas Papandreou al contrario assunse una posizione apertamente critica, se non addirittura ostile, nei confronti di Gerusalemme. Appena giunto al governo, il nuovo Premier greco invitò ad Atene il leader dell’OLP Yasser Arafat garantendo alla missione palestinese lo stesso status diplomatico di quello attribuito alla rappresentanza israeliana. Ed in occasione dell’intervento israeliano in Libano, che Papandreou definì un crimine contro l’umanità, la protesta assunse toni particolarmente aspri tanto che il governo di Atene arrivò a proporre l’introduzione di sanzioni economiche contro Israele.

Sul piano diplomatico, la linea apertamente filo – palestinese di Papandreou aveva il duplice obiettivo di garantire l’appoggio degli Stati arabi alla Grecia per la sua politica verso Cipro e le sue rivendicazioni nei confronti della Turchia nel Mar Egeo nonché di favorirne gli investimenti nel Paese in un momento in cui Atene necessitava di valuta pregiata per la sua economia. In seguito, con il ritorno al governo dei conservatori di “Nuova Democrazia” nel 1990, i rapporti tra Atene e Gerusalemme migliorarono sensibilmente. Anche se l’opinione pubblica greca rimaneva propensa a simpatizzare per la causa palestinese viste le similitudini con quanto accaduto a Cipro dove migliaia di greco – ciprioti nel 1974 erano stati costretti a fuggire in seguito all’intervento militare turco, il nuovo Premier Konstantinos Mitsotakis decise nel 1990 di riconoscere formalmente Israele e stabilire così complete relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Inoltre, a differenza di quanto accaduto durante il governo Papandreou che con la sua politica era stato accusato di favorire l’attività dei gruppi terroristici palestinesi, il nuovo esecutivo greco prese una posizione più ferma contro il terrorismo di matrice islamica. Ed anche sotto gli esecutivi socialisti succedutisi a quello di Mitsotakis le relazioni migliorarono ulteriormente, favoriti dall’uscita di scena di Andreas Papandreou e dalla sua sostituzione alla guida del governo con il riformista Kostas Simitis.

Nonostante un momento di tensione causato dalle accuse di spionaggio a favore della Turchia rivolte ad Israele dal governo cipriota, i legami culturali si intensificarono notevolmente al pari dell’interscambio commerciale, mentre anche sul piano militare Atene e Gerusalemme prima siglarono un accordo di cooperazione, rimasto tuttavia inattivo sia perché la Grecia non desiderava compromettere i legami Paesi arabi ed Israele non voleva porre a rischio i suoi rapporti con Ankara, poi decisero di svolgere delle manovre navali comuni che vennero però rinviate in quanto il governo greco era esitante a spingere troppo in avanti la collaborazione con Israele per la probabile reazione negativa del mondo arabo. Il riavvicinamento con Gerusalemme era poi dettato dal mutato quadro strategico che si era formato alla fine degli anni Novanta nei Balcani e nel Medio – Oriente. I nuovi Stati sorti in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia e dell’Unione Sovietica tendevano infatti ad essere più orientati verso la Turchia, legata inoltre ad Israele da una solida partnership strategica, mentre la Grecia poteva contare solo sugli storici legami con la Serbia e sui buoni rapporti con la Russia. Negli ultimi anni però lo scenario si è nuovamente modificato e, come sottolineano gli osservatori, il raffreddamento nelle relazioni tra Ankara e Gerusalemme ha portato Israele prima ad assumere una politica di equidistanza tra Turchia e Grecia e poi a sviluppare legami politici, militari ed economici più stretti con Atene, aiutati in questo anche dalla scoperta di importanti giacimenti di gas naturale nelle acque circostanti l’isola di Cipro.

E la conferma di questo riorientamento della politica di Gerusalemme è venuta sia dalla visita effettuata ad Atene nell’Agosto 2010 dal Premier israeliano Netanyahu al suo omologo greco Papandreou – la prima nella storia dei rapporti tra i due Paesi – che dallo svolgimento due anni più tardi di manovre militari navali congiunte assieme agli Stati Uniti. Denominata “Noble Dina” l’esercitazione, tenutasi nell’Aprile del 2012, aveva lo scopo di simulare delle operazioni a difesa delle installazioni e dei giacimenti off-shore di gas naturale, un chiaro riferimento alle tensioni che nei mesi precedenti erano sorte tra Nicosia ed Ankara in merito ai proventi derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale scoperti a largo delle coste cipriote, proventi che, secondo il governo turco, apparterrebbero a “tutti i ciprioti” e dovrebbero essere quindi ripartiti coinvolgendo anche la “Repubblica Turca di Cipro del Nord”. Ed anche se da parte israeliana si è subito sottolineato come l’avvicinamento con Atene non intende portare ad una rottura dei legami con Ankara, appare tuttavia evidente come il sensibile peggioramento dei rapporti con la Turchia abbia radicalmente mutato il quadro della politica estera di Gerusalemme nel Mediterraneo orientale. Nei rapporti con la Grecia rimangono comunque tuttora aperte delle questioni, tra le quali la più rilevante per Israele è la persistenza di un atteggiamento anti – semita in vasti settori della società e del mondo politico ellenico, tanto che, stando ad un sondaggio della “Anti – Defamation League” apparso il 22 Maggio 2014 sul “The Times of Israel”, il 69% dei greci avrebbe atteggiamenti anti – semiti, una percentuale pari a quella registrata in Arabia Saudita. In proposito vengono citate prima le dichiarazioni del leader del partito ultranazionalista “Raduno Popolare Ortodosso” ( LA.O.S ) Georgios Karatzaferis, il quale affermò come i servizi segreti israeliani l’11 Settembre avessero avvertito quel giorno quattromila ebrei di non recarsi in ufficio ventilando dunque un coinvolgimento di Gerusalemme negli attentati, ed in seguito quelle dei neonazisti di “Alba Dorata” e della stessa sinistra radicale di SYRIZA, il cui candidato a governatore della prefettura della Macedonia orientale Theodoros Karypidis tre anni fa dichiarò come l’allora Premier Samaras fosse a capo di una cospirazione ebraica contro la Grecia. Ma, nonostante questo, il “grande freddo” che ha contraddistinto per quasi mezzo secolo le relazioni tra Atene e Gerusalemme non solo sembra essere passato, ma si sta trasformando sempre di più in una nuova alleanza che solo pochi anni fa appariva impossibile.



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