La presidenza a vita di Mugabe in Zimbabwe La presidenza a vita di Mugabe in Zimbabwe
Robert Mugabe è l’ennesimo tra i leader del continente africano a confermare l’immobilismo politico e l’assenza di ricambio ai vertici del governo che contraddistingue... La presidenza a vita di Mugabe in Zimbabwe

Robert Mugabe è l’ennesimo tra i leader del continente africano a confermare l’immobilismo politico e l’assenza di ricambio ai vertici del governo che contraddistingue la maggioranza degli Stati africani. Mugabe è infatti leader dello Zimbabwe sin dall’indipendenza del Paese nel 1980, risultando oggi uno tra i leader più longevi nel Vecchio Continente e, negli ultimi anni del suo regno, anche tra quei governanti africani più infami. Egli assunse poi la guida del movimento dell’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe e fu uno dei negoziatori chiave del Lancaster House Agreement nel 1979, che ha portato alla creazione di uno Zimbabwe pienamente democratico e indipendente. Eletto primo ministro e poi presidente, Mugabe ha abbracciato una politica di conciliazione con minoranza bianca del Paese, ma allo stesso tempo ha messo da parte i propri rivali attraverso un uso spregiudicato della politica e della forza. Nel 2013 Mugabe stato riconfermato alla presidenza e a dicembre 2016 il partito ha riconfermato la sua candidatura alle elezioni del 2018, sancendo la carica a vita del presidente Mugabe.

Dopo essersi laureato nel 1945 e aver praticato l’insegnamento per circa 15 anni, Robert Gabriel Mugabe si unì al NPD (Partito Nazional Democratico) nel 1961, ponendosi sin da subito come una delle facce più iconiche della causa indipendentista. Nel 1961 l’NDP è stato sciolto, per poi essere riformato come lo ZAPU, ovvero il Partito per l’Unione Popolare Africana di Zimbabwe. Tuttavia, due anni più tardi Mugabe decise di abbandonare lo ZAPU per approdare definitivamente all’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe (ZANU, poi ZANU-PF), la sua attuale casa politica.

Nel 1964 l’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe fu vietata dal governo coloniale della Rhodesia e Mugabe venne imprigionato, trascorrendo circa 11 anni in carcere come prigioniero politico. Un anno dopo, il premier Ian Smith emise una dichiarazione unilaterale di indipendenza per creare una Rodhesia governata da bianchi, causando la deriva dei piani della Gran Bretagna per il controllo della maggioranza al governo e accattivandosi la generale condanna a livello internazionale. In carcere Mugabe insegnò inglese ai suoi compagni di prigionia e conseguì più lauree per corrispondenza presso l’Università di Londra. Liberato nel 1974, Mugabe andò in esilio in Zambia e Mozambico e nel 1977 acquisì il pieno controllo di fronti politici e militari dello ZANU. Egli adottò una visione marxista e maoista della gestione del partito e beneficiò tanto di armi quanto di sessioni di addestramento fornite dai governi dell’Asia e dell’Europa Orientale, pur mantenendo buoni rapporti con i Paesi occidentali.

Nel 1978 un accordo siglato da Smith tra il governo e i leader dei neri moderati aprì la strada all’elezione del vescovo Abel Muzorewa quale primo ministro dello stato noto come lo Zimbabwe Rhodesia. Mancava però ancora un riconoscimento generale di questa formazione, perché lo ZANU e lo ZAPU non avevano partecipato agli accordi.

Nel 1979 Mugabe negoziò il Lancaster House Agreement, che per la prima volta riunì insieme i maggiori partiti per accettare le regole della maggioranza, proteggendo i diritti e la proprietà della minoranza bianca, e dando così vita a uno Zimbabwe democratico (per lo meno sulla carta) e indipendente. Dopo aver vinto le nuove elezioni, svoltesi il 4 marzo del 1980, Mugabe lavorò per guadagnarsi le simpatie degli oltre 200.000 bianchi che vivevano nel nuovo Paese, tra cui 4.500 agricoltori commerciali. Nel 1982 Mugabe mandò la sua Quinta Brigata, addestrata dai nordcoreani, alla roccaforte del ZAPU a Matabeleland per porre fine ad ogni dissenso dell’opposizione. Nel corso dei successivi cinque anni, più di 20.000 civili Ndebele furono uccisi come parte di una campagna che assunse le vesti di presunto genocidio politico. Nel 1987 Mugabe cambiò la propria strategia, invitando lo ZAPU a fondersi con lo ZANU-PF (Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico), fondando di fatto uno Stato autoritario a partito unico, che avrebbe avuto lo stesso Mugabe come il presidente al potere. Negli anni 1990 Mugabe è stato rieletto altre due volte. Nel 1998 fece intervenire alcune truppe dello Zimbabwe nella guerra civile che si stava svolgendo nella Repubblica Democratica del Congo, una mossa vista da molti come il tentativo di accaparrarsi i diamanti e i minerali preziosi di cui è ricco il Paese. Nel 2000 Mugabe organizzò un referendum su una nuova Costituzione per lo Zimbabwe, che avrebbe espanso i poteri della presidenza permettendo al governo di espropriare i terreni di proprietà dei bianchi. I gruppi che si opposero al tentativo di modificare la costituzione formarono il c.d. Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC), il quale realizzò una incisiva campagna di opposizione che alla fine decretò il successo del “no” alle elezioni referendarie. Da quel momento, l’MDC avrebbe rappresentato per Mugabe ed il ZANU-PF il costante polo di confronto/scontro.

Dopo le elezioni del 2008, segnate dalla violenza impiegata dallo ZANU-PF nelle proprie strategie elettorali, Mugabe ricevette diverse pressioni da parte dei suoi alleati regionali che sostenevano la necessità formare un governo di coalizione con l’MDC, con il suo leader, Morgan Tsvangirai, quale vice presidente. Pur mostrando un’apertura verso un accordo simile, Mugabe non fece sconti nei confronti dei parlamentari del MDC, sottoponendoli ad arresti, a periodi di detenzione e a torture.

Alle elezioni del 2013, lo ZANU-PF di Mugabe conquistò ancora una volta una nettissima maggioranza assicurandosi circa i due terzi dei seggi dell’Assemblea nazionale, il Parlamento dello Zimbabwe. Il 31 luglio del 2013 Mugabe aveva ottenuto il 60,87% dei voti, un risultato sufficiente da consentirgli di cambiare la Costituzione. Lo ZANU-PF aveva ottenuto 150 dei 210 seggi dell’Assemblea, il tutto sotto il controllo degli osservatori dell’Unione africana, i quali avevano comunicato il regolare svolgersi delle elezioni, risultate non viziate da brogli. Tuttavia l’opposizione non ha abbassato il capo di fronte la vittoria dichiarata. Secondo i risultati ufficiali, Morgan Tsvangirai dell’MCD si sarebbe fermato al 34% delle preferenze, mancando così la vittoria. Tuttavia, Tsvangirai rigettò totalmente i risultati, affermando che avrebbe contestato davanti alla giustizia il risultato elettorale, sul cui esito lo stesso alto rappresentante per la politica estera dell’epoca, Catherine Ashtone, aveva espresso perplessità sulla dubbia regolarità e trasparenza del voto.

Oggi Mugabe ha 92 anni e nel corso dell’ultimo congresso del partito, tenutosi nei giorni compresi tra il 2 e il 7 dicembre di quest’anno, lo ZANU-PF ha annunciato che il presidente novantaduenne sarà il candidato unico del partito alle elezioni previste per il 2018. Addirittura, i sostenitori di Mugabe avrebbero proposto un governo a vita del presidente. L’opposizione ha ovviamente criticato questa scelta, che di fatto ha ignorato il diffuso malcontento popolare di una nazione con livelli altissimi di disoccupazione, mancanza di liquidità e fallimento industriale.

Tuttavia, il recente annuncio fatto in seno al congresso di partito non è stato un fulmine a ciel sereno. Quando nel dicembre 2014 si svolse un altro congresso dello ZANU-PF, se, da un lato, il corso dei lavori è stato segnato dalla resa dei conti tra le due principali fazioni interne, quella moderata guidata dalla storica vicepresidente Joice Mujuru e quella oltranzista di Emmerson Mnangagwa, ministro della Giustizia e fedelissimo del presidente Mugabe, dall’altro, i lavori congressuali si chiusero dopo una settimana non solo con la clamorosa espulsione di Mujuru (accusata assieme ad altri sette ministri di aver tramato per deporre il Presidente), ma anche con la ricandidatura per acclamazione dello stesso Mugabe alle elezioni politiche del 2018.
Peraltro, l’esito del congresso dello ZANU-PF del 2014 mise in luce la figura del nuovo sessantanovenne vicepresidente Mnangagwa, il quale, nonostante la riproposizione di Mugabe, fu considerato all’epoca dalla maggior parte degli analisti come il candidato numero uno per succedere all’anziano dittatore, avendo del resto alle spalle una carriera politica segnata da un’ascesa costellata da diversi e importanti incarichi di governo. Tuttavia, l’annuncio reso nel corso dell’ultimo congresso smentendo ogni previsione sulla possibile candidatura di Mnangagwa alla presidenza, se non in caso di passaggio a miglior vita dello stesso Mugabe.

Da questo quadro ne deriva che l’opposizione dovrà nuovamente confrontarsi con Mugabe, sconfessando le speranze di poter porre fine alla sua egemonia all’interno dello ZANU-PF. Il leader dell’MDC, Tsvangirai, aveva annunciato alcuni mesi prima l’intenzione di correre per la Presidenza, dichiarandosi favorevole alla nascita di una coalizione capace di ottenere la vittoria alle elezioni, sempre che tutti gli eventuali alleati fossero d’accordo sul programma di governo e che l’attuale legge elettorale fosse modificata al fine di rendere le elezioni del 2018 quanto più libere e trasparenti possibile. A rispondere all’appello di Tsvangirai è stato sin da subito lo ZPF (o Partito Prima lo Zimbabwe), nato nei primi mesi del 2015 da una scissione dello ZANU-PF e guidato dalla ex vicepresidente Mujuru, la quale, attraverso il suo portavoce Rugare Gumbo, si è resa disponibile a formare un’alleanza capace di porre fine al potere incontrastato del suo vecchio partito e di restituire una nuova speranza al Paese. Non tutti sono stati dell’avviso di Mujuru. Critico riguardo alla possibilità di creare una tale coalizione si è infatti mostrato Welshman Ncube, ex alleato di Tsvangirai e ora alla guida di una formazione politica frutto di una divisione nel MDC-T, il quale ha prima di tutto ribadito la necessità preliminare di individuare una terza via rispetto alla contrapposizione tra i due principali partiti del Paese.

Nonostante ciò, l’opposizione avrebbe già sperimentato, ed anche con successo, la capacità di coalizzarsi. Difatti, le opposizioni e i militanti si sono schierati compattamente contro il governo di Mugabe dopo che il suo governo aveva decretato il divieto di manifestare ad Harare, la capitale del Paese, dal primo alla metà del mese di settembre. Il 7 settembre l’alta corte avrebbe revocato detto divieto. La decisione è giunta dopo diverse ed accese proteste da parte delle opposizioni, le quali hanno contestato davanti alla giustizia la validità del divieto, contrario secondo loro alla Costituzione.

La carica di presidente a vita di Mugabe sembra ormai più una realtà che una possibile previsione. Le possibilità di una riconferma alle elezioni del 2018 sono molto probabili ove Mugabe sia ancora in vita. L’unica possibilità per sconfessare un simile scenario è che le opposizioni lavorino congiuntamente, perché vi sono esperienze di successo che legittimano il successo di una loro eventuale riscossa. Senza la capacità di scendere a compromessi è verosimile che lo ZANU-PF, anche in assenza di Mugabe, preservi il potere ancora per molto tempo.



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