Le relazioni tra il Cairo e Tobruk. Il ruolo di Mosca Le relazioni tra il Cairo e Tobruk. Il ruolo di Mosca
Negli anni Cinquanta, quando Libia e Egitto ottennero le rispettive indipendenze, i due paesi del Nord Africa iniziarono un fruttuoso cammino di cooperazione in... Le relazioni tra il Cairo e Tobruk. Il ruolo di Mosca

Negli anni Cinquanta, quando Libia e Egitto ottennero le rispettive indipendenze, i due paesi del Nord Africa iniziarono un fruttuoso cammino di cooperazione in ambito economico, politico e militare, laddove entrambi avevano piena consapevolezza del loro ruolo fondamentale nel mantenimento della sicurezza e della stabilità regionale. Quando il giovane Qaddhafi, nel 1969, prese il potere rovesciando il Re Idris con un colpo di Stato militare, era spinto da un forte entusiasmo e guardava a Gamal ‘Abd el-Nasser come all’eroe del nazionalismo arabo, la guida che avrebbe portato il mondo arabo a stringersi in una federazione unita non tanto dall’Islam, quanto dalla lingua e da una comune visione politica.

Sfortunatamente per il giovane Colonnello libico, l’obiettivo politico sovranazionale non era sostenuto con la stessa forza dalla controparte egiziana, né dallo stesso Nasser (morto nel 1970), né tantomeno dal suo successore Anwar al-Sadat, il quale, da subito, ebbe con Mu’ammar al-Qaddhafi rapporti turbolenti, in forte declino già nel 1973, quando Egitto e Siria esclusero la Libia dai loro piani offensivi contro Israele nella Guerra dello Yom Kippur, e deterioratisi  del tutto dopo la guerra, quando il presidente Sadat operò una brusca virata  pro-occidentale e intavolò con Israele quei negoziati che avrebbero portato agli Accordi di Camp David e che furono visti dall’intero mondo arabo come un meschino tradimento.  Le relazioni tra Egitto e Libia continuarono a precipitare fino a quando Gheddafi, nel 1977, intimò ai 225.000 egiziani che lavoravano e vivevano in Libia di lasciare il paese pena l’arresto immediato; all’azione libica seguirono scontri lungo il confine libico-egiziano che solo la doppia mediazione del presidente algerino Bu Medien e di Yasser Arafat riuscirono a contenere. Le ostilità comunque continuarono fino all’assassinio del presidente egiziano Sadat, avvenuto il 6 ottobre 1981.

L’epoca di Hosni Mubarak fu caratterizzata da una normalizzazione dei rapporti con l’intero mondo arabo e le relazioni tra Egitto e Libia conobbero una nuova prosperità. Mubarak si recò in visita ufficiale a Tripoli nel 1998, Qaddhafi accolse nuovamente i lavoratori egiziani in Libia e i due paesi sottoscrissero una serie di accordi e trattati di cooperazione in campo politico, economico e commerciale.

Gli interessi dell’Egitto di Al-Sisi

Il 2011, anno in cui molti dei paesi della regione nordafricana e del Medio Oriente sono stati scossi da una serie di manifestazioni sfociate poi in violenti scontri, ha visto anche la caduta dei regimi di Qaddhafi e di Mubarak. Sebbene Libia ed Egitto siano stati teatro di sollevazioni e violenze annoverate spesso, con eccessiva semplicità, nel calderone delle cosiddette “Primavere arabe”, gli esiti per i due paesi sono stati del tutto diversi: l’Egitto, dopo un breve intermezzo in cui i Fratelli Musulmani sono giunti al potere con Mohammed Morsi, è oggi  guidato dal Presidente ‘Abd el-Fattah al-Sisi, Generale dell’Esercito che si propone al popolo come il nuovo Nasser; la Libia è invece collassata al punto che, ad oggi, il Paese presenta tutte le caratteristiche tipiche di uno Stato fallito. Il paese è spaccato in buona sostanza nelle tre storiche macro-regioni: la Tripolitania che ricade sotto il controllo del Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj e appoggiato dalle Nazioni Unite; il Fezzan che rimane una zona fuori controllo e una porosa frontiera attraversata da terroristi, migranti e trafficanti di vario genere; e infine la Cirenaica sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar, ufficiale un tempo vicino a Qaddhafi, poi esiliato negli USA e ora tornato in patria per prendere il potere.

L’uomo forte della Cirenaica, che si presenta come il combattente dei terroristi in Libia (annoverando nella definizione tanto Daesh e i gruppi ad esso affiliati, quanto i gruppi di opposizione vicini al GNA), trova in Al-Sisi un importante alleato; a partire dal massacro di 21 egiziani copti sulle coste libiche per mano dei combattenti di Daesh avvenuto nel febbraio dello scorso anno, il Cairo ha, infatti, iniziato una politica fortemente interventista a favore di Haftar. Al di là della brutalità dell’esecuzione di cui i media internazionali si sono fatti infausti messaggeri, l’evento è un importante indicatore di quali siano le ragioni del sostegno egiziano a Haftar.

In primo luogo, c’è il problema dei lavoratori egiziani in Libia. Dei 750.000 egiziani residenti in Libia, un gran numero sono rientrati in patria minacciati dal terrorismo e in genere dalla mancanza di sicurezza. L’ inevitabile tendenza al ritorno è senza dubbio un problema non da poco per al-Sisi, che sul piano economico non è sicuramente riuscito a dare risposte e soluzioni al suo popolo. In secondo luogo, la Cirenaica è ricca di risorse petrolifere e lo scorso settembre il Generale Haftar ha posto sotto il suo controllo i terminal petroliferi di Ras Lanuf, Marsa Brega, Sidra e Zueitina, nella zona della cosiddetta “Mezzaluna Petrolifera” che va da Sirte a Benghazi, che erano stati fino a quel momento protetti dalla Petroleum Facilities Guard guidata da Ibrahim Jadhran e fedele al GNA di Tripoli. Dunque, appare chiaro come sostenere Haftar significhi per l’Egitto dare nuove opportunità agli egiziani in Libia e allo stesso tempo poter attingere a fonti energetiche vitali per il Cairo, soprattutto alla luce della recente decisione dell’Arabia Saudita di interrompere le sue forniture di gas all’Egitto a causa di divergenze nel conflitto siriano.

Oltre ai fattori economici, esistono anche importanti motivazioni politiche alla base del sostegno di al-Sisi ad Haftar. I due militari condividono in politica interna un obiettivo comune, cioè il contrasto e il contenimento dell’estremismo islamico, rappresentato in Libia da Daesh e da Alba Libica (braccio armato della Fratellanza Musulmana libica) e in Egitto dai Fratelli Musulmani, contro i quali il presidente egiziano ha intentato una dura campagna di repressione a partire dal 2013. Il pugno duro di al-Sisi ha spinto parte della Fratellanza ad operare fuori dai confini, e molti di loro si sono recati proprio in Libia. I timori di al-Sisi riguardano la possibilità che le frange estremiste tornino in Egitto (e ne è una prova l’innalzamento del livello di sicurezza lungo il confine occidentale) insieme ad elementi del Califfato, dunque il consolidamento del potere di Haftar, se non in tutta la Libia almeno nella Cirenaica, costituisce una notevole garanzia contro i pericoli dell’estremismo sunnita; è pertanto comprensibile come una Libia stabile sia funzionale ad un Egitto stabile.

Il ruolo della Russia 

Non sono un mistero i ripetuti viaggi che Haftar o i suoi rappresentanti hanno effettuato a Mosca in cerca di supporto militare, logistico e diplomatico. E non è un mistero neanche il fatto che tali viaggi abbiano avuto Il Cairo come tappa intermedia. Allargando la visuale verso Nord, si può dunque scorgere un importante collegamento che potrebbe cambiare drasticamente gli equilibri del Mediterraneo, un’asse che collega la Libia, o per meglio dire Cirenaica, e la Russia passando per l’Egitto, dove i due paesi si appellano al tradizionale alleato sovietico. Quest’ultimo, dal canto suo, sta dimostrando la  forte volontà di giocare un ruolo nuovo nel Vicino Oriente e nel Mar Mediterraneo, in modo più eclatante in Siria, dove da mesi bombarda le roccaforti di Daesh a fianco dell’aviazione di Bashar al-Assad, e in maniera più discreta in Libia e in Egitto, fornendo supporto logistico e armamenti al Generale  Haftar, effettuando esercitazioni congiunte con le Forze armate egiziane ad El-Alamein, al fine di prepararsi ad una possibile offensiva jihadista proveniente dalla Libia, e coadiuvando, in definitiva, il lavoro di Haftar nel contrasto al terrorismo.

Dunque, se da una parte Khalifa Haftar trova al suo fianco due alleati solidi e affidabili che condividono con lui una visione politica mirante più alla stabilità che alla democrazia, dall’altra Al-Sisi ritrova la partnership di nasseriana memoria con il Cremlino, che a sua volta può allungare le sue braccia sulla sponda sud-orientale del Mediterraneo, dove peraltro sembra che presto potrà avvalersi anche della sua vecchia base navale egiziana di Sidi Barrani che, con quella siriana di Tartous, porterebbe a due il numero delle sue basi nel Mediterraneo.

In conclusione, sembra che in Libia il Generale Haftar stia espandendo la sua rete di alleanze con leader che condividono la sua visione e che vedono in Tobruk il futuro di una Libia dalla quale ottenere vantaggi economici e politici.

Di contro, la figura di Fayez al-Sarraj a Tripoli risulta sempre più opaca, come pure perde vigore il continuo appellarsi dell’ONU alla legittimità del GNA e alla validità dell’accordo ratificato a Skhirat nel dicembre del 2015, attorno al quale c’è stato forse troppo ottimismo. Ad avvalorare questa affermazione, le dichiarazioni e le posizioni del nuovo Presidente degli USA Donald Trump, che ha espresso il suo apprezzamento per Al-Sisi  lasciando intendere che, con ogni probabilità e in contrasto con la linea seguita dalla precedente amministrazione, non sarà tra gli sponsor del governo tripolino di Sarraj.

NOTE:

Carlo Marongiu è collaboratore del programma «Nordafrica e Vicino Oriente» dell'IsAG.


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