Donbass: dentro la guerra che non c’è Donbass: dentro la guerra che non c’è
La tregua di carta Ras, dva, tri, citiri. Tutti si preparano, ed eccolo, dopo quattro secondi, il suono dell’esplosione. Quattro secondi. Significa che stanno... Donbass: dentro la guerra che non c’è

La tregua di carta

Ras, dva, tri, citiri. Tutti si preparano, ed eccolo, dopo quattro secondi, il suono dell’esplosione. Quattro secondi. Significa che stanno tirando a meno di un chilometro di distanza da noi. Dietro di me, una bambina saltella felice perché tra i pacchi degli aiuti umanitari ci sono anche delle scarpe nuove per lei, mentre si sente continuo e assordante il rumore dei mortai che cadono a poche centinaia di metri, dall’altra parte del campo: al block post di Yasenavata, dove hanno iniziato a sparare verso le cinque del pomeriggio. Dopo poco più di un anno dalla firma degli accordi di Minsk, del febbraio 2015, la tregua in Ucraina è sempre più fragile. È per questo, forse, che a metà maggio, per discutere di Ucraina orientale, è volato a Mosca pure l’assistente del segretario di Stato americano per gli Affari europei e asiatici, Victoria Nuland, sebbene Washington non rientri direttamente nel formato “normanno”, nel quale si sono svolti i negoziati che hanno portato alla tregua. Donetsk è accerchiata dall’esercito di Kiev: basta spostarsi pochi chilometri dal centro della città, che le strade iniziano a svuotarsi di macchine e persone per lasciare il posto alle barricate fatte con i sacchi di sabbia e il filo spinato, che annunciano i posti di blocco dei miliziani separatisti.

Da qui in poi, si spara. In queste settimane l’esercito ucraino continua ad attaccare le posizioni dei ribelli filorussi, che rispondono al fuoco. E troppo spesso i colpi di mortaio cadono sulle abitazioni civili. Quelli da 120 millimetri, che secondo gli accordi dovrebbero essere lontani almeno quindici chilometri dalla linea del fronte.

Alla periferia di Donetsk si vive in bunker sotterranei: tre strati di solaio, una stufa e l’icona di Cristo appesa alla parete, qui, sono tutto ciò che serve per sentirsi al sicuro. Si scende negli scantinati già alle sei del pomeriggio, quando il rumore dei proiettili che esplodono da una parte e dall’altra inizia a diventare martellante. “Riguardo la possibilità che il conflitto si ingrandisca, sì, ce lo aspettiamo”, ci rivela il portavoce delle forze armate separatiste, Eduard Basurin, quando lo incontriamo dopo il briefing che tiene ogni giorno nel palazzo che un tempo ospitava il ministero del Carbone, nel centro di Donetsk, “ci sono molti fattori militari che ci spingono a crederlo, come lo spostamento degli armamenti pesanti sul fronte e l’avvicinamento dei quartier generali alla linea di contatto”. A maggio le violazioni del cessate il fuoco, secondo il presidente dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Alexander Zakharchenko, sono tornati ai livelli dell’estate 2014. “La tregua viene rispettata in pochissime aree, per il resto, è in corso una vera e propria guerra di posizione”, spiega il leader dei separatisti, che ammette: “Ci aspettiamo un attacco massiccio da parte dell’esercito ucraino in qualsiasi momento”. Che gli accordi di Minsk siano diventati praticamente “carta straccia” lo confermano anche i miliziani separatisti che incontriamo a Gorlovka, una città a nord di Donetsk, che gli ucraini stanno cercando di riconquistare, e che è attualmente il fronte più caldo di questa guerra ibrida. Il miliziano che ci accompagna in un’ex scuola di Zeitsevo, alla periferia della città, trasformata in quartier generale, ci spiega, infatti, che qui arriva di tutto: mortai, granate, RPG, missili anticarro. Dall’altra parte della barricata ci sono quelli di Pravy Sektor. E poi, “georgiani, tatari”. “Dicono che nei giorni scorsi sono arrivati anche alcuni inglesi”, racconta il militare, che prima di imbracciare le armi faceva il minatore. Poi è arrivata la guerra, ha perso il lavoro ed ha imparato ad usare il fucile. “Per me l’Ucraina è morta”, ripete, mentre iniziano a sentirsi, in lontananza, i colpi dei fucili di precisione, gli SVD, dei cecchini ucraini.

I civili nel mirino

Nel campo antistante l’ex scuola, c’è anche il cratere di una bomba incendiaria al fosforo, vietata dalle convenzioni internazionali. A poca distanza, gli scheletri di quelle che un tempo erano abitazioni mostrano chiaramente come, del resto, i proiettili di artiglieria non facciano distinzione tra obiettivi civili e militari. Così, a Trudovskie, un altro quartiere alla periferia sud-ovest di Donetsk, Natasha e sua nipote Sonia, di appena due anni, sono costrette a vivere in una baracca con il tetto e le pareti di Eternit, perché la loro casa è stata completamente distrutta da un mortaio, e non hanno nessun altro posto dove andare. Dentro, al centro della stamberga, una pentola di patate bolle su un fornelletto elettrico. Fuori, tra i ruderi della vecchia casa, i giochi di Sonia e un vecchio passeggino, spunta un frammento di missile Uragan. Non c’è acqua corrente e l’elettricità va e viene perché i proiettili di artiglieria non risparmiano i tralicci della luce. Natasha ci spiega che sono ancora frequenti casi di abitazioni colpite da bombe incendiarie, come all’inizio del conflitto, nel 2014. Sembra di essere in una città della Siria, o dell’Iraq, ed invece questa è Europa. E questa è la guerra che nessuno vuole vedere e di cui nessuno vuole parlare. La stessa guerra che guardiamo riflessa negli occhi azzurri di Sonia. Natasha la tiene stretta in braccio tutto il tempo, la sua nipotina, come a voler dimostrare che, in mezzo a tutta questa desolazione, c’è ancora qualcosa di prezioso per cui vale la pena tirare avanti. “Abbiamo paura, non tanto per noi, quanto per i nostri figli”, ci dice Natasha, “i bambini si spaventano e piangono perché, anche se hanno solo quattro anni, già capiscono che sono in pericolo, che potrebbero morire”. Poi guarda la sua bambina: “Sonia è piccolina ma anche lei inizia a capire quello che sta succedendo, sa che non può andare nel parco perché lì c’è il pericolo dei cecchini”. Sì, perché anche i bambini possono cadere sotto il tiro degli sniper appostati a Pesky o sulle montagne artificiali a ridosso delle miniere, racconta Natasha, come è già successo nel 2014.

Torturati e dimenticati, tutti i volti della guerra

Per questo qui, sono moltissimi anche gli sfollati. Costretti a vivere negli alloggi collettivi nel centro di Donetsk, senza lavoro e in condizioni di assoluta povertà. Nell’Obshechezhitiye numero 4, quello di via Rosa Luxemburg, oltre agli sfollati, vivono anche gli ex prigionieri di Kiev che sono stati scambiati con i soldati ucraini. Si tratta di civili che, dopo Euromaidan, non hanno riconosciuto come legittimo il nuovo governo e hanno sostenuto le autorità separatiste. Per questo motivo sono stati arrestati e torturati dai battaglioni nazionalisti e detenuti illegalmente dai servizi segreti di Kiev, fino al momento di essere usati come ostaggi da scambiare con i militari prigionieri dei filorussi. Così Sasha, Sergey, Anatoly e Igor, per un po’ non potranno tornare a casa. “Non posso tornare dalla mia famiglia a Mariupol, perché al primo check-point mi arresterebbero di nuovo, e se rientrassi in quegli scantinati, non so se ne uscirei vivo un’altra volta”, ci racconta Sergey mentre ci mostra i referti medici delle torture subite e ci disegna su un foglio di carta la mappa della sua prigione al secondo piano del palazzo dei servizi segreti ucraini di Kharkov, dove è stato fatto sparire nel nulla per otto mesi. La lista dei compagni di cella di Sergey, tuttora detenuti al secondo piano dell’SBU di Kharkov è ancora lunga. Ma alcuni di loro, per le autorità di Kiev non sarebbero mai stati detenuti. Anche questa è una faccia della guerra, come conferma Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, la cui associazione è in possesso di “numerose testimonianze di civili del Donbass, filo separatisti, tenuti in detenzione segreta senza contatti col mondo esterno, fino a quando non è arrivata l’occasione per essere scambiati”. Noury afferma che, del resto, da una parte e dall’altra, questa “delle torture e della cattura di civili usati come ostaggi è una prassi frequente nel conflitto ucraino e comune in tempo di guerra”. Una guerra che, qui a Donetsk, ha tanti volti. Compreso quello della bambina rannicchiata sul pavimento impolverato e sporco del corridoio del quinto piano dell’alloggio collettivo di via Rosa Luxemburg, che incontriamo prima di andare via. Lei la sua faccia non ce la mostrerà mai, perché la tiene tutto il tempo premuta contro le ginocchia, per vergogna o per paura. Nel frattempo fuori dalla finestra, fra le case distrutte, abbandonate e quelle di chi resta, i giardini sono pieni di fiori e i bambini si ostinano a voler giocare all’aperto, nonostante dal cielo piovano colpi d’artiglieria. Perché è primavera, anche qui, a Donetsk.



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