“Rope-a-dope”: la lezione di Vladimir Putin e i rapporti Russia-Occidente nell’era Trump “Rope-a-dope”: la lezione di Vladimir Putin e i rapporti Russia-Occidente nell’era Trump
  “Auguri di buon anno a Barack Obama” L’espulsione di 35 diplomatici russi dagli Stati Uniti, con l’accusa di aver hackerato sistemi informatici facenti... “Rope-a-dope”: la lezione di Vladimir Putin e i rapporti Russia-Occidente nell’era Trump

 

Auguri di buon anno a Barack Obama”

L’espulsione di 35 diplomatici russi dagli Stati Uniti, con l’accusa di aver hackerato sistemi informatici facenti capo al Partito Democratico e influenzato l’elezione di Donald Trump, chiude non soltanto l’anno 2016, ma anche una stagione estremamente difficile nei rapporti tra Federazione Russa e Stati Uniti. In questa infelice iniziativa del Presidente uscente Barack Obama, tre elementi meritano di essere messi in evidenza.

Il primo è la sproporzione tra la gravità della decisione – che di fatto è una implicita delegittimazione dell’elezione di Trump – e il capo d’accusa. Quand’anche nelle prossime settimane o mesi venissero dimostrate le accuse di hackeraggio da parte dei Russi, non è ben chiaro come ciò possa aver compromesso la validità delle intere elezioni nel suo insieme, che includono la bruciante sconfitta democratica al Congresso e una schiacciante vittoria di Trump nonostante tutti i mass media USA lo abbiano dipinto come un mostro durante l’intera campagna elettorale.

Il secondo elemento è l’irritante logica due pesi e due misure che traspare dall’iniziativa di Obama. Negli ultimi anni, l’ex Ambasciatore USA a Mosca Michael McFaul ha incontrato regolarmente gli esponenti dell’opposizione russa, e gli USA non hanno mai fatto mistero di sostenere con ogni mezzo i governi per cui parteggiavano sino alla nomina diretta di cittadini statunitensi ai loro vertici. Il caso più emblematico è forse Natalja Jaresko, cittadina USA divenuta il 2 dicembre 2014 Ministro delle Finanze a Kiev e naturalizzata ucraina il giorno stesso della sua nomina a Ministro.

Il terzo, e forse più importante elemento, è la reazione di Vladimir Putin. La legge di reciprocità prevede che un Paese risponda espellendo a sua volta un numero equivalente di diplomatici, ma il Presidente russo ha elegantemente deciso di soprassedere. Quali che siano i giudizi e le simpatie personali che ciascuno può avere sulla Russia di Putin e sull’America di Obama, chiunque sia dotato di un minimo senso di obiettività può concordare su un fatto: questo gesto di fine mandato palesa da parte dell’amministrazione Obama un nervosismo assai poco onorevole, una volontà di mettere i bastoni tra le ruote al successore Trump che dimostra peraltro uno scarso senso delle istituzioni. Vladimir Putin, per converso, rinunciando a controbattere con la stessa moneta sembra aver dato un’autentica lezione di stile, di compostezza e sicurezza, tramite una reazione al tempo stesso sobria e ironica che è stata prontamente apprezzata dallo stesso Trump.

Negli ultimi anni, soprattutto sui mass media di area anglosassone, la personalità di Vladimir Putin – e per estensione l’azione della Russia nello scacchiere internazionale – è stata quasi sempre descritta all’insegna del machismo e della brutalità, della volontà di potenza e della mancanza di diplomazia. Enfatizzando singole dichiarazioni del Presidente russo, spostando l’attenzione sulla sua figura personale o sui problemi interni della Russia, questa rappresentazione è la torta avvelenata data in pasto all’opinione pubblica occidentale di cui l’espulsione dei diplomatici costituisce soltanto la ciliegina finale e a cui fa da contraltare la reazione calma e misurata di Putin.

D’altronde, come recita un antico adagio ben noto nelle retrovie della diplomazia, “nulla è come sembra”. Osservando spassionatamente gli atti concreti posti in essere dal Presidente russo sin dal suo insediamento al Cremlino nel 2000, infatti, quasi tutte le mosse russe appaiono estremamente ragionate e calibrate, nella maggior parte dei casi con un’adeguata proporzione fra obiettivi e risorse, tra il movente e l’azione, tra i rischi da correre e la posta in palio. Ripercorriamo le tappe principali per tracciare un bilancio e cercare di individuare cosa riserva il 2017 e l’era Trump.

Cedere e rovesciare: come funziona la tattica di Putin

Per almeno un decennio, da parte russa il dissenso verso la politica estera degli USA e dell’Occidente si è espresso in forma assai cauta e prudente, diventando gradualmente più assertiva solo quando la stabilità interna alla Russia e il logoramento esterno dell’Occidente lo consentivano. Dopo l’11 settembre 2001, Putin ha sostenuto la “guerra al terrorismo” di George Bush e ha appoggiato l’invasione dell’Afghanistan, pur sapendo che sul piano geostrategico tale intervento implicava un avvicinamento della NATO ai propri confini che a parole la Russia considera come una minaccia mortale alla propria sicurezza. Quando gli USA hanno attaccato l’Iraq nel 2003, la Russia ha criticato tale scelta, ma senza fare nulla di concreto per contrastarla. Quando poi nel 2011 è toccato alla Libia di Gheddafi, in sede ONU Mosca ha condannato energicamente l’attacco, ma anche in questo caso senza impedirne in alcun modo l’attuazione. Nelle Primavere arabe di quello stesso periodo, Mosca è stata sostanzialmente passiva, senza operare in modo significativo per influire sugli eventi.

Oggi l’opinione pubblica occidentale in massima parte considera l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e il sostegno alle Primavere arabe come clamorosi errori da cui derivano, direttamente o indirettamente, la rinascita del terrorismo e i problemi geopolitici del Medio Oriente. Con il suo silenzio-assenso (o con il dissenso solo verbale), Mosca ha così potuto accumulare negli anni un “credito morale” nei confronti di questa opinione pubblica, sfruttando in proprio favore la forza possente ma disordinata dei suoi avversari, ed entrando in azione quando l’Occidente mostrava segni evidenti di stanchezza e confusione. È esattamente questo il principio del judo, l’arte marziale che Putin mena vanto di praticare con successo sin dalla gioventù e che a suo dire ha avuto un grande impatto sulla sua stessa visione del mondo. Fuor di metafora, l’Occidente ha aperto e lasciato scoperto troppi fronti, trovandosi poi privo di una chiara strategia: soltanto allora la Russia è passata al contrattacco proponendosi come un’alternativa credibile.

Viceversa, in tutti i teatri in cui Mosca è intervenuta con azioni di forza, sinora Putin è riuscito a raggiungere obiettivi di piccola e media portata, ammortizzando le perdite e guadagnando consensi sul lungo periodo. Nei primi anni Duemila la Cecenia costituiva ancora un pericoloso focolaio di secessione politica e proliferazione jihadista: il combinato disposto di intervento militare e insediamento di dirigenti locali filo-moscoviti ha prodotto una stabilizzazione che, almeno da qualche anno a questa parte, sembra reggere. Nell’agosto 2008, la Russia è intervenuta nel conflitto fra Georgia e Ossezia del Sud, riuscendo ad ottenere “l’indipendenza” di quest’ultima (di fatto un protettorato russo). Un altro banco di prova era e resta tuttora l’Ucraina: dopo aver disinnescato la Rivoluzione Arancione, con la vittoria di Janukovyč massicciamente sostenuto da Mosca nel 2010, la Russia ha giocato una partita indubbiamente complessa nella guerra civile ucraina di qualche anno dopo. Con l’annessione della Crimea ottenuta senza colpo ferire (nessuna rivolta o disordine hanno fatto seguito a tale atto), Mosca è riuscita ad ampliare i propri confini territoriali gettando le basi per quell’accesso “permanente” al Mediterraneo che già nella Strategia Marittima russa varata del 2001 veniva definito un obiettivo prioritario, e che nella proiezione strategica sulle coste siriane ha il suo logico completamento.

Ed è appunto in Siria e in Vicino Oriente che la politica estera russa appare in tutta la sua complessa e studiata articolazione, e non solo perché si tratta del primo intervento fuori dallo spazio ex sovietico. Dopo quasi quattro anni di guerra civile, nell’ottobre 2015 l’aviazione russa ha iniziato a bombardare con violenza lo Stato Islamico, contribuendo in modo determinante alla recente riconquista di Aleppo. Nessuno si aspettava un intervento militare russo, che però è iniziato soltanto dopo aver condotto lunghe trattative e colloqui con tutti i Paesi della regione che avevano come scopo – complici le incertezze e le contraddittorietà dell’amministrazione Obama – quello di candidare Mosca a nuovo grande broker della regione capace di subentrare agli Stati Uniti.

Con l’Egitto, Paese in cui per ragioni storiche nelle file della classe politica continuano a sussistere simpatie verso Mosca mentre le Forze Armate sono fortemente filo-statunitensi, la Russia ha negoziato una serie di accordi di cooperazione e commesse militari nel tentativo di corteggiare il Generale Al-Sisi e sottrarlo alla tutela USA. Con Israele, Putin ha sfruttato la freddezza fra Obama e Netanyahu non solo migliorando le relazioni bilaterali con Tel Aviv, ma soprattutto facendosi garante che l’intervento in difesa di Assad non avrebbe comportato un rafforzamento di Hezbollah e dell’esercito iraniano in funzione anti-israeliana. Nei confronti dell’Iran medesimo, pur sapendo che Teheran può rappresentare un concorrente sul mercato energetico europeo e pur guardando con sospetto al messianismo sciita, Putin ha contribuito in modo determinante all’eliminazione delle sanzioni economiche – incassando persino i ringraziamenti di Obama – per mostrarsi fido alleato agli occhi degli Ayatollah. Con la Turchia, la Russia ha saputo alternare “il bastone e la carota”, passando dalle sanzioni economiche al coinvolgimento nei colloqui di pace sulla Siria. Persino con l’Arabia Saudita, il Paese che Mosca giudica mandante di attacchi terroristici sul suolo russo (in particolare quelli di Volgograd a fine 2013), Putin ha mantenuto un robustissimo canale diplomatico, al fine di negoziare accordi per un taglio della produzione petrolifera con i Paesi OPEC. La comune dipendenza dagli idrocarburi è stata il principale vettore di dialogo con le monarchie del Golfo tradizionalmente ostili a Mosca.

L’ultimo colpo a segno della politica estera russa – il cessate il fuoco in Siria e le trattative in corso con Iran e Turchia, in vista dei colloqui di gennaio programmati ad Astana, Kazakhstan – è anch’esso la dimostrazione di come l’equilibrio fra pazienza e prontezza sia la chiave per comprendere la tattica putiniana. Il 24 novembre 2015 la contraerea turca abbatte un jet russo. Putin si limita a varare sanzioni economiche, ma si astiene da rappresaglie e punta essenzialmente su un’energica azione di propaganda mediatica sui legami fra l’ISIS e Erdogan. In questa paziente astensione c’era forse la consapevolezza (maturata anche grazie all’efficienza dei servizi di informazione russi), che la faccia truce mostrata dal Sultano turco nascondeva quella che Mao Tse-tung avrebbe ben definito una “tigre di carta”. Secondo alcune fonti, proprio i Russi hanno svolto poi un ruolo importante nell’informare Erdogan del tentativo di colpo di Stato nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, verosimilmente grazie a contatti intessuti in precedenza con gli stessi golpisti. Dopo il fallito golpe, la repressione di Erdogan mette in crisi i rapporti tra Turchia e Occidente. Sfruttando il suo isolamento internazionale e la debolezza interna (dimostrata anche dalle falle nel sistema di sicurezza che consentono l’uccisione dell’ambasciatore Karlov il 19 dicembre), Putin può presentare il conto a Erdogan e portarlo al tavolo con il suo nemico storico, l’Iran sciita, spingendolo a negoziare condizioni sulla Siria che un anno prima sarebbero apparse impensabili.

Attendista e incassatore nel momento in cui il rivale – sia esso la Turchia o gli USA – si impone con la forza, aggressivo e assertivo quando l’avversario è in affanno. Un’analisi spassionata della politica estera russa dimostra senza equivoci che Vladimir Putin è un uomo estremamente lucido non solo nella pianificazione dei propri obiettivi, ma soprattutto nella tempistica dell’azione e nella capacità reattiva a eventi imprevisti. E che può contare su un apparato diplomatico e militare efficiente, al di là di tutti i problemi interni di trasparenza, corruzione, pluralismo politico che la Russia si porta dietro e che hanno costituito il nerbo della rappresentazione negativa veicolata sui media occidentali.

Come spesso accade in questi casi, l’effetto collaterale di questa propaganda antirussa messa in atto da una parte dell’establishment anglosassone è stato non solo quello di mancare l’obiettivo (screditare l’immagine personale di Putin e la politica estera russa), ma di raggiungere il risultato opposto: in molti Paesi europei e negli stessi Stati Uniti, la figura personale del Presidente russo gode oggi di una vasta popolarità presso l’opinione pubblica, scadendo persino nell’esaltazione acritica e nel fanatismo. In questo senso Putin ha colmato un vacuum ideologico, rispondendo al bisogno di identificazione delle masse di un Occidente liquido in cui c’è un vuoto di rappresentanza ben dimostrato dall’ascesa dei movimenti sovranisti. Ciò è stato favorito sia da un appiattimento conformistico del dibattito politico in Europa e negli USA, sia da quella capacità russa di sfruttare la forza disordinata dell’avversario in politica estera, cedendo inizialmente su tanti dossier per poi rovesciare la situazione in proprio favore.

La Russia di Putin e l’America di Trump: cosa aspettarsi?

All’opinione pubblica degli Stati Uniti, Paese in cui lo sport del pugilato ha una popolarità ben superiore al judo, gli scampoli di duello Putin-Obama di fine 2016 possono forse rammentare uno degli incontri che hanno fatto la storia della boxe, quello che il 30 ottobre 1974 a Kinshasa vide opporsi George Foreman e Mohammed Ali per il titolo mondiale dei pesi massimi. L’incontro è passato alla storia come uno dei più grandi upset (risultato inaspettato), proprio per la tattica di combattimento adottata da Ali, da allora divenuta proverbiale con la locuzione “rope-a-dope”. Di fronte al ben più potente Foreman, Ali scelse una speciale tecnica di logoramento del nemico: lasciandosi chiudere alle corde per attutire meglio i colpi a cui volontariamente si esponeva, rispondendo di rimessa quel tanto che bastava per stancare pazientemente l’avversario, sino ad approfittare di un varco nella sua guardia per metterlo al tappeto nell’ottava ripresa.

Qualche giorno fa, nella consueta originalità che lo contraddistingue, il Presidente designato Donald Trump ha scelto di apparire in pubblico proprio con un personaggio “leggendario” (e controverso) del mondo della boxe come il promoter Don King, che non sarà certo un raffinato consigliere di politica estera, ma che fu proprio l’organizzatore del match fra Ali e Foreman a Kinshasa. Metafora sportiva a parte, negli interessi degli Stati Uniti risulta oggi essenziale un cambio di marcia a partire dalla comprensione di quanto è stata controproducente l’irruente approssimazione degli ultimi anni, forse persino prendendo spunto dalla riuscita miscela di attendismo e decisionismo che ha invece mostrato la Federazione Russa.

È difficile fare previsioni specifiche sul rapporto Trump-Putin essenzialmente perché, in quanto superpotenze, la Russia e gli Stati Uniti vivono una rivalità strutturale di fondo, che va al di là dall’orientamento di chi occupa i vertici delle rispettive istituzioni. In ogni caso, il Presidente Trump non potrà essere il candidato eccentrico Donald Trump. Esistono tutti i presupposti per una effettiva distensione fra Russia e Stati Uniti a partire dal 2017, ma un dato fondamentale da capire sarà, per gli Stati Uniti, il grado di effettiva autonomia decisionale di Trump rispetto agli apparati politico-economici che sinora gli hanno remato contro. Da parte russa, per converso, Putin ha dimostrato un eccellente senso tattico, ma non dispone di una strategia globale integrata, e a causa dei limiti strutturali della Russia (primo fra tutti la fragilità della sua economia) non può assumersi un carico di responsabilità superiore alle proprie forze. Diverse iniziative sponsorizzate da Mosca negli ultimi anni – l’Unione Eurasiatica, i BRICS – si sono arenate proprio perché la coperta russa è troppo corta per abbracciare tutto lo scacchiere internazionale.

Il paradosso è quindi che un eccessivo disimpegno statunitense potrebbe risultare una trappola per Mosca, specialmente se si rafforzassero quei settori dell’establishment russo che, a differenza del pragmatico Putin, hanno una visione ideologica della realtà e considerano la Russia investita di una missione universale. Dalla Libia allo Yemen, sono molti i teatri critici dove attori locali invocano ormai l’intervento e la tutela russa, mentre altri scenari come l’Artico aprono in prospettiva ulteriori rivalità con Europa e Stati Uniti. Sommandosi in una cornice di crescente interventismo russo, questi tasselli potrebbero costituire per Mosca un nuovo Afghanistan sovietico.

Se è vero che il successo di Putin è dovuto simbolicamente a una tecnica rope-a-dope – cioè alla pazienza nel contrattaccare ad azioni imperiose e sconclusionate dell’Occidente – davanti a interlocutori più accorti Mosca non dovrà cedere alla tentazione di strafare in quella “arte del mosaico” che è la geopolitica operativa. Per fare un esempio, se davvero grazie a Trump si arrivasse alla fine delle sanzioni contro la Russia, Mosca dovrebbe essere disposta come contropartita a non opporsi frontalmente a politiche anti-cinesi o anti-iraniane che lo stesso Trump ha annunciato, assumendo però i rischi che ciò può comportare. Oppure, se la NATO allentasse la pressione militare nel Baltico e nella stessa Ucraina, Mosca dovrebbe saper cedere su altri fronti nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. E non si può escludere neppure che sotto il manto della distensione USA-Russia vengano preparati nuovi colpi bassi da una parte e dall’altra. Anche perché, come sanno bene gli addetti ai lavori, nulla è come sembra.

NOTE:

Dario Citati è Direttore del Programma di ricerca “Eurasia” dell’IsAG


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