L’unione eurasiatica dei popoli intorno alla Russia L’unione eurasiatica dei popoli intorno alla Russia
Dal 17 al 21 ottobre a Yalta si è tenuto la VII conferenza internazionale intitolata “25 anni della CSI. Particolarità degli attuali processi d’integrazione... L’unione eurasiatica dei popoli intorno alla Russia

Dal 17 al 21 ottobre a Yalta si è tenuto la VII conferenza internazionale intitolata “25 anni della CSI. Particolarità degli attuali processi d’integrazione nello spazio post-sovietico”, organizzata dal “Meždunarodnaja žizn’”e dal Ministero degli esteri della Federazione Russa. Oltre che dalla Russia alla conferenza hanno preso parte rappresentanti dal Kazakhstan, Kirghizistan, Tadzhikistan, Armenia, Bielorussia, DNR (autoproclamatosi Repubblica Popolare di Donetsk), Turchia, Cuba, Italia. Tra gli ospiti più prestigiosi anche il professor Askar Akaev, presidente del Kirgizistan dal 1990 – 2005. Riportiamo la parte iniziale della sua relazione d’apertura ai lavori della conferenza.

«Nella nostra memoria sono ancora vivi i tempi, quando sulla terra eurasiatica, che costituisce 1/6 del globo terrestre, esisteva un unico potente stato, che giustamente aveva lo status di superpotenza globale. Un unico popolo sovietico, non era un mito, ma una realtà vivente, la cui appartenenza veniva sentita con orgoglio. Venticinque anni fa, l’Unione Sovietica come stato cessò di esistere. È stata davvero una catastrofe geopolitica globale. Tuttavia i popoli con la loro memoria storica, che abitavano questo enorme spazio sovietico, hanno continuato ad esistere. Questa è stata la garanzia per una trasformazione dell’Eurasia verso un futuro migliore e verso l’unità.

Il noto politologo americano Zbigniew Brzezinski nel suo libro “la Grande Scacchiera”, nel 1997, scrisse: «La disintegrazione, alla fine del 1991, del più grande stato esistente al mondo, contribuì alla formazione di un “buco nero” nel cuore dell’Eurasia», come se la parte più centrale e importante, in senso geopolitico, delle terre emerse fosse stata cancellata dalla mappa della Terra. Una specie di “Atlantide” che per volontà degli elementi naturali veniva per sempre cancellata dalla faccia della Terra insieme ai suoi abitanti. Tuttavia, dopo questa catastrofe geopolitica l’Eurasia non è scomparsa, sono scomparsi solo i confini amministrativi sovietici.

Sulla sua terra sono rimasti 12 nuovi stati indipendenti dotati di un struttura economica abbastanza robusta, con istituzioni statali autosufficienti. Non sono scomparse le potenti armi nucleari della Russia e il suo straordinario MIC (Complesso Militare Industriale). La Russia con la sua ricca storia e cultura, con i suoi giganti intellettuali e le sue enormi ricchezze naturali non poteva diventare un “buco nero”. Ma soprattutto, sono rimasti 230 milioni di persone, legate da secolari legami spirituali, ad aspettare una svolta verso una nuova vita.

Dopo aver subito i disagi e le difficoltà del periodo di transizione, riportando in vita la propria identità nazionale, ora, le varie repubbliche, in misura diversa, sono ormai sempre più preoccupate per il futuro. Guardano avanti, ma non dimentica il passato.

Com’è noto, al posto della grande potenza sovietica, nel 1992, in Eurasia prese corpo un conglomerato di grandi e piccoli stati, spesso, all’inizio, in rotta di collisione tra loro, con minacce alla loro sopravvivenza nazionale. Alcuni di loro con un elevato potenziale politico e di autosufficienza economica; nel periodo di transizione se la sono cavata, pur con dolorose cicatrici. Ciò nonostante, la maggior parte di loro è entrata nel viscoso pantano della politica interna e dei disordini socio-politici, dai quali con le proprie forze non riescono a uscire.

Per ciò che mi riguarda, essendo originario di una lontana repubblica centro-asiatica, con convinzione, sono un profondo sostenitore delle idee di Gumilev sul tema dell’eurasismo e non per solo mero interesse accademico. Nell’eurasismo, organicamente, dalla “notte dei tempi” si è fuso il destino del mio popolo natio: i kirghizi con la Russia. Abbiamo sempre vissuto e continuiamo a vivere fianco a fianco sulla terra eurasiatica, siamo legati. Lo strappo, avvenuto 25 anni fa, è ancora percepito come una sciagura nazionale. Questo vale anche per altre repubbliche post-sovietiche.

Probabilmente, un attivo processo di unione eurasiatica avrebbe potuto iniziare anche prima. A quanto pare, i nostri popoli, una volta liberatisi dalla sterile iniziale euforia, avrebbero dovuto superare i rispettivi difficili percorsi, per comprendere le nostre perdite, quando ci trovammo per conto proprio. Questa è la prima parte della questione.

La seconda parte è legata a un fattore esogeno. Coloro che definirono la Russia un “buco nero”, è poco probabile nutrissero posizioni benevole verso quel paese. Al fine di ampliare il “buco nero” intorno alla Russia a Ovest, a Sud e a Est, sotto direzione americana furono organizzate le “rivoluzioni colorate”, di fatto – colpi di stato. Che cos’è stata la “democrazia dei tulipani”? Il Kirghizistan l’ha vissuta pienamente sulla propria pelle. Il mio caro paese natio, abbandonato per una decina d’anni, a quel tempo veniva percepito come uno “stato fallito”.

Le “rivoluzioni colorate” sono solo una parte del problema. L’altro lato è collegato con le azioni da parte degli Stati Uniti e della NATO finalizzate ad impiantare sullo spazio post-sovietico tendenze centrifughe e un sentimento di sfiducia verso Mosca.

Il mondo post-sovietico, in termini positivi, si contrappone all’Ovest, la potente cittadella economica chiamata Unione Europea, con le sue posizioni eurocentriste. Considerando che «Per l’America, la Russia è troppo debole per essere considerata un suo partner», Z. Brzezinski ha sospinto Mosca verso l’Europa: «Non c’è altra scelta», ritiene il politologo americano, «Alla Russia non può essere concesso un tal vantaggio, come invece alla moderna, ricca e democratica Europa, connessa con l’America». Il termine “connessa con l’America” non è casuale. L’America come egemonia mondiale (per Brzezinski) rimane al di sopra di tutto.

Dopo il crollo dell’URSS, molti semi velenosi sono stati piantati anche nel cuore dell’autoconsapevolezza russa, generando dubbi sulla capacità della stessa Russia di poter rinascere e ritrovare il suo status di grande potenza, già ereditato dai suoi antenati in tempi lontani e fissato poi in epoca sovietica».

(Traduzione dal russo a cura di Eliseo Bertolasi)



No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
22 + 23 =