Elezioni parlamentari 2016 in Romania: continuità, novità, prospettive Elezioni parlamentari 2016 in Romania: continuità, novità, prospettive
Gli esiti delle elezioni Lo scorso 11 dicembre la Romania ha eletto il suo nuovo Parlamento, ad un anno esatto di distanza da quando... Elezioni parlamentari 2016 in Romania: continuità, novità, prospettive

Gli esiti delle elezioni

Lo scorso 11 dicembre la Romania ha eletto il suo nuovo Parlamento, ad un anno esatto di distanza da quando l’ex Commissario europeo per l’agricoltura, Dacian Cioloș, venne incaricato di formare in fretta e furia un nuovo governo tecnico, dopo la tragedia della discoteca Colectiv di Bucarest, dove un incendio causò la morte di 64 giovani costringendo, sull’onda delle manifestazioni di piazza, l’allora premier socialdemocratico, Victor Ponta, alle dimissioni.

I risultati, che sono stati definiti dalla stampa romena la più grande sorpresa dal 1989 ad oggi, hanno decretato la vittoria del Partito Social-Democratico (PSD) con il 46% delle preferenze, mentre il principale partito antagonista nonché il partito del Presidente e sostenitore di Cioloș alla guida del Governo, il Partito Nazional-Liberale, (PNL) ha raccolto appena il 20% dei consensi, registrando una schiacciante sconfitta.

Ai due grandi partiti vanno poi ad aggiungersi i partiti minori. Da una parte, l’Unione Salvate la Romania (USR), che ha ottenuto il 9% dei voti e che andrà all’opposizione assieme al PNL. Dall’altra il Partito ALDE (Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa) che ha già firmato un protocollo di collaborazione con il PSD ai fini da sottoporre al Presidente Klaus Iohannis un nome per la guida del Governo che abbia alle spalle la maggioranza assoluta in Parlamento. Altri partiti che sono entrati in Parlamento sono UDMR della minoranza magiara con il 6% delle preferenze e che sosterrà il Governo di turno a patto di ottenere concessioni per la comunità ungherese, e il Partito Movimento Popolare (PMP) dell’ex Presidente Băsescu che ha ottenuto il 5% dei voti e che, di fronte alla crisi politica del PNL non solo andrà a compattare l’opposizione ma è possibile che ne diventi anche una figura di spicco.

Contesto elettorale

Oltre ad essere state definite una grande sorpresa, le recenti elezioni parlamentari romene sono state considerate anche tra le più libere di sempre. La lontananza cronologica dal 1989 e quindi l’ingresso in Parlamento di persone con legami sempre meno diretti con la vecchia nomenclatura comunista e, soprattutto, il cambio della guardia alla Casa Bianca, con la vittoria del repubblicano Donald Trump, sono stati interpretati come due fattori decisivi in questo senso. L’elezione del nuovo presidente americano sembrerebbe aver contribuito ad evitare interferenze nel processo elettorale da parte dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Bucarest, criticata ultimamente per aver preso spesso posizione su questioni di politica interna e per aver convocato importanti uomini politici presso la propria sede. Inoltre, per la prima volta in una campagna elettorale, è stato chiamato in causa il magnate americano, George Soros, diventato oggetto di un dibattito pubblico legato ai finanziamenti di organizzazioni che rappresenterebbero la società civile nonché a gruppi politici.

La ragione della vittoria del PSD sembrerebbe motivata, secondo molti analisti, tra cui il giornalista Ion Cristoiu, da una reazione contro l’operato del Presidente Klaus Iohannis e del primo ministro Dacian Cioloș. In primo luogo, l’elettorato ha bocciato l’imposizione del governo tecnico dopo l’incidente del Colectiv, come pure la lotta, percepita talvolta come di parte, alla presunta corruzione endemica presente nel Paese. Non sono state risparmiate, inoltre, le polemiche sulle dichiarazioni di Iohannis a proposito di una petizione, sottoscritta da 3 milioni di persone, volta a introdurre nella Costituzione una integrazione secondo la quale la famiglia è formata da un uomo e una donna. Iohannis, infatti, aveva definito “fanatici religiosi” i promotori dell’iniziativa. A titolo di paragone, alle urne l’afflusso è stato del 39%, il più basso della storia democratica del Paese, equivalente a 7 milioni di persone circa.

La Romania nello scenario geopolitico

Nonostante alcuni elementi di novità, sul piano geopolitico i risultati delle elezioni non sembrano modificare lo status del Paese. Infatti, sebbene quasi tutti gli Stati della regione abbiano lanciato seri segnali elettorali circa la volontà di mettere in discussione i cardini della propria politica estera, in particolare riguardo il ripristino del dialogo con Mosca e il rifiuto delle quote di migranti imposte da Bruxelles, la Romania si considera un’oasi di democrazia e l’ultimo baluardo dell’alleato americano nell’Europa Centro-Orientale. Non è un caso, quindi, che in campagna elettorale, il PNL abbia persino accusato l’ex premier Victor Ponta di aver consentito, durante il suo mandato, che il Paese venisse circondato da governi con politiche estere “ostili”. Nondimeno, è completamente assente nel panorama interno un qualsiasi dibattito ufficiale volto a ridefinire il ruolo della Romania nelle strutture euro-atlantiche. Anche se alcuni non hanno mancato di avanzare paragoni tra l’attuale isolazionismo rumeno nella regione, con quello in cui il Paese venne a trovarsi durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, a seguito dei due diktat di Vienna e con un sistema di alleanze dimostratosi inutile, la Romania perse due terzi del proprio territorio nazionale a scapito degli Stati confinanti.

Intanto, l’assenza di un’agenda in politica estera, spinge la vicina Repubblica di Moldova, che ha eletto di recente un presidente filo-russo, Igor Dodon, a guardare sempre più ad Est, dal momento che Bucarest continua a condizionare il rapporto con Chişinău al mantenimento di un vettore occidentale in politica estera, rischiando di trasformare così qualsiasi potenziale cooperazione in un terreno di scontro. In questo contesto, e alla luce della ripresa del dialogo tra Mosca e Washington, non è escluso che possa toccare a Chişinău il compito di facilitare la ripresa delle relazioni tra Bucarest e il Cremlino, dovendo la Romania ridefinire i suoi interessi tenendo conto delle tendenze dominanti nella regione che vedono l’Ungheria, la Serbia, la Bulgaria nonché la Repubblica di Moldova adottare politiche sovraniste e di apertura verso la Russia.

Il tortuoso cammino verso il nuovo governo

Nella delicata fase delle consultazioni già una prima proposta della coalizione PSD-ALDE, che aveva avanzato il nome di Sevil Shhaideh alla guida del Governo, è stata respinta dal Presidente Klaus Johannis. Con la nomina di Sevil Shhaideh, appartenente alla minoranza tartara, la Romania sarebbe diventato il primo Paese europeo, non a maggioranza musulmano, ad avere una donna musulmana in qualità di primo ministro. Il rifiuto del presidente, che non ha offerto alcuna spiegazione in merito, si presume possa fondarsi da una parte sui legami e il sostegno del marito siriano della Shhaideh con il governo di Bashar Al-Assad, dall’altra nei timori di scatenare le proteste della maggioranza della popolazione che, con un presidente appartenente alla minoranza tedesca e protestante, si sarebbe sentita sottorappresentata con un capo del governo tartaro e musulmano. Voci più discrete invece, attribuiscono la scelta di Iohannis alla volontà di mettere in ombra uno scandalo che sta coinvolgendo il Dipartimento Nazionale Anticorruzione (DNA). Dopo un breve braccio di ferro tra i leader della coalizione di maggioranza e il presidente, in cui è stata prospettata anche la possibilità di sospensione del capo dello Stato a causa del rifiuto della prima proposta, la crisi politica interna è stata scongiurata in ultima istanza dalla nomina di Sorin Grindeanu, investito della fiducia parlamentare insieme al nuovo esecutivo. Il governo Grindeanu si caratterizza per essere tra i più corposi governi a partire dal 1989, sia in termini numerici, con ben 27 membri tra cui spicca Sevil Shhaideh in qualità di vice primo ministro e ministro dello Sviluppo, che in termini di sostegno parlamentare, potendo contare oltre che sulla maggioranza assoluta dei partiti di governo anche sull’appoggio del partito della minoranza ungherese, UDMR. Tra le priorità del nuovo governo di Bucarest spiccano i preparativi per il semestre di Presidenza romena del Consiglio dell’Unione europea del 2019 e la rivalutazione della diplomazia bilaterale tradizionale, trascurata secondo il neo-ministro degli Esteri, Teodor Meleșcanu, in favore della diplomazia multilaterale, UE e NATO.

NOTE:

Ștefan Căliman è collaboratore del Programma di ricerca “Eurasia” dell’IsAG.


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