Macroregioni: una nuova intelaiatura per l’Unione Europea Macroregioni: una nuova intelaiatura per l’Unione Europea
L’Onorevole Roberto Morassut e il Senatore Raffaele Ranucci del Partito Democratico, il 16 dicembre 2014, hanno presentato il disegno di legge costituzionale sulla riduzione... Macroregioni: una nuova intelaiatura per l’Unione Europea

L’Onorevole Roberto Morassut e il Senatore Raffaele Ranucci del Partito Democratico, il 16 dicembre 2014, hanno presentato il disegno di legge costituzionale sulla riduzione delle regioni italiane, sottolineando la necessità di una riforma del regionalismo. La loro proposta poggia su tre capisaldi:

  1. la semplificazione dell’architettura del regionalismo italiano, anche nel numero delle Regioni stesse, la riduzione della spesa pubblica, la razionalizzazione dei costi;
  2. la semplificazione del quadro normativo e legislativo;
  3. l’adeguamento al processo di integrazione europea che pone l’esigenza di ridurre l’articolazione regionale in tutti i Paesi e le Nazioni che ne fanno parte.

La struttura macroregionale, in Italia come in Europa, rappresenta una nuova formula istituzionale attraverso cui promuovere una riallocazione dei poteri al fine di tutelare i territori, le loro differenze e specificità. A tal fine abbiamo deciso di incontrare l’On. Morassut per riflettere sull’importanza di questo nuovo strumento e sulle opportunità di sviluppo locale ed europeo che potrebbe generare.

D: Nel nuovo contesto geopolitico e geo-economico che va profilandosi, l’Unione Europea si presenta come un aggregato debole e vulnerabile perché privo di una visione unitaria e condivisa su tematiche considerate strategiche (politica estera, economica e finanziaria, industriale, energetica e soprattutto demografica). In tal senso, la nuova struttura delle “macroregioni” che va prendendo forma in diverse aree del continente, potrebbe rappresentare una nuova formula istituzionale capace di offrire all’Europa nuova linfa per sopravvivere e reggere il confronto con gli altri attori presenti sullo scenario?

R: L’organismo europeo e la sua architettura politica ed istituzionale appaiono, allo stato attuale, sottoposti a tensioni sempre più forti. Semplificando si può prendere in prestito da Antonio Gramsci una categoria interpretativa per meglio comprendere  il carattere della crisi che attraversano l’Unione Europea e gli Stati nazionali che la compongono: crisi organica.  Una crisi organica si determina quando un certo ordine sociale e politico (e conseguentemente culturale e morale) è ormai superato ma non è ancora subentrato, in suo luogo, un nuovo e più funzionale ordine. In questo limbo possono verificarsi conflitti sociali distruttivi che possono mettere in discussione la stessa pace a livello internazionale.

Noi stiamo assistendo all’indebolimento sempre più accentuato degli Stati nazionali europei che non riescono più (solo la Germania regge in parte, ma a costo di un crescente contrasto con gli altri partner europei) a dare efficaci risposte ai grandi temi che rappresentano il cuore della vita dei popoli e delle masse europee (crescita economica, sicurezza e immigrazione) mentre l’Unione europea non appare in grado di dare tali risposte ad un livello superiore ed integrato. Conseguentemente, né sul piano culturale né su quello morale o valoriale l’identità europea riesce ad affermarsi e a far presa sui popoli che pur ne fanno culturalmente parte.

La crisi profonda dei ceti medi europei (in generale occidentali) demoliti dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica nei servizi toglie fondamento alla democrazia, gonfia le vele dei populismi, dei nazionalismi e cancella la grande conquista della rivoluzione borghese dal 1700 in poi: l’idea dello Stato. Insomma l’eclissi della borghesia nazionale demolisce lo Stato borghese (ben dopo la fine del socialismo!) ma nulla sembra sostituirlo. L’Europa, anziché integrarsi, si disgrega e le spinte locali che seguono per riflesso le dinamiche globali avanzano senza un governo ma in modo spontaneo accentuando le lacerazioni. La Strategia delle Macroregioni  appare un tentativo di creare una nuova intelaiatura per l’Unione europea ed è senz’altro importante; tuttavia, pur non negando l’importanza delle collaborazioni tra aree macroregionali transnazionali (come quelle descritte nell’interessante Report “L’Europa delle Macroregioni: nuove sfide per il futuro”), ritengo non si debba trascurare la necessità di ridefinire le stesse identità nazionali europee attraverso una loro interna riorganizzazione istituzionale regionale.

Insomma, le nazioni non devono sparire nella nuova Europa (perché la storia non si cancella) ma devono riorganizzarsi. Un Europa con 250 regioni è destinata ad esplodere. Va ridotto il numero delle regioni interne agli Stati e ridefiniti i bacini sociali ed economici delle aree regionali. La Francia lo ha fatto, la Germania ne discute, il Regno Unito sta attraversando una discussione diversa ma simile dopo il doppio referendum sull’Unità del Regno e sulla Brexit (e vediamo con quali sofferenze), la Spagna si dibatte nei conflitti sulla questione catalana, il Belgio galleggia in una condizione di virtuale secessione interna. L’Italia deve affrontare il problema. Non farlo può portare a lacerazioni delle nazioni storiche che non portano certo effetti positivi ma rischiano di riaprire ferite secolari che sembravano rimarginate e di cui l’Europa è piena dal V secolo in poi. Braudel ci ha insegnato a non trascurare il peso dei tempi lunghi della Storia. La riforma del regionalismo europeo è oggi la strada per la salvezza dell’Unione.

D: In Italia, la nuova struttura macroregionale promuoverebbe una maggiore enfasi sullo sviluppo territoriale, sulle caratteristiche e proprietà endogene di ciascuna area, al fine di rendere tali territori veri e propri promotori di sviluppo economico e sociale. Si è pensato, pertanto, ad incentivare forme di cooperazione e collaborazione con Paesi Terzi caratterizzati da sfide e/o priorità comuni?

R: Mi pare che da questo punto di vista vi siano iniziative sporadiche, seppur importanti. Si tratta di iniziative singole quali quelle che si possono registrare sul versante adriatico o verso l’arco alpino. Manca (anche a causa delle tensioni internazionali), invece, una strategia verso l’Africa settentrionale o verso il Mediterraneo orientale. Credo che questo dipenda anche dalla fragilità degli interlocutori regionali italiani. Mentre, infatti, verso l’arco alpino partecipiamo con regioni forti (Lombardia, Piemonte e Veneto) e verso l’Adriatico interloquiamo prevalentemente con le regioni dei piccoli Stati post-jugoslavi, verso l’Africa del Nord e anche verso il Bacino Egeo e oltre balcanico scontiamo i problemi del nostro Mezzogiorno e della sua suddivisione geografica in ben otto regioni (a differenza del Nord che è composto da quattro soggetti). C’è, dunque, uno squilibrio interno, che costituisce un ulteriore fattore di distanza tra Nord e Sud anche nelle relazioni con Paesi Terzi e con aree regionali di Paesi coi quali potremmo stabilire positive cooperazioni.

D: Per quanto riguarda la cooperazione interna, se non vengono aggiunte nuove strutture istituzionali proprie delle macroregioni come si potrebbero evitare i conflitti tra i vari stakeholder che, una volta ampliati i confini, avrebbero maggiore concorrenza di adesso?

R: In attesa che si muova qualcosa sulla revisione dei confini delle regioni italiane, si traccheggia (è proprio il caso di dirlo) con forme di collaborazione interregionale che, a mio avviso, sono dei palliativi. Le solite cose all’italiana per non affrontare i problemi. Purtroppo lo stop al processo di revisione costituzionale non aiuta a mettere sul tavolo la riforma costituzionale delle regioni perché il corpo elettorale e l’opinione pubblica appaiono sature di dibattiti sulle regole ma occorre sapere che se non si affronta questa questione anche la vita economica e sociale ne subirà un danno. Inoltre, va considerato che l’intera impalcatura degli enti locali in Italia appare a questo punto disorganica. Non saprei dire se esistono ancora le Province o se esistono le Città Metropolitane. Le regioni, che con il nuovo articolo 117 avrebbero dovuto subire un abbassamento di prerogative, tornano fiere del loro ruolo e dei loro confini. Viviamo un contraccolpo che rischia di trasformarsi in una gelata. Mentre è del tutto evidente che la vita economica, l’impresa, la formazione, i servizi socio sanitari faticano con venti regioni così squilibrate sul territorio.

D: La Strategia delle macroregioni rappresenta sicuramente un approccio pragmatico volto a rendere più efficace e dinamica la politica pubblica. Ma come si potrebbe raggiungere un prodotto migliore, rispetto a quello odierno, se gli attori rimangono gli stessi? È sufficiente cambiare la struttura (penso al primato europeo di consiglieri indagati per peculato e alle 15 regioni sotto inchiesta)?

R: Nella mia proposta di legge (firmata con Ranucci) c’è un’ampia premessa ed una relazione che illustra le motivazioni, anche storiche, della proposta. Per cui rimando a quel documento per dare corpo a questa risposta. Aggiungo solo una considerazione. La crisi delle Regioni italiane è evidente nel fatto che esse mediamente appaiono lontane dalla gente. Sono vissute come delle sovrastrutture che spendono troppo e servono a poco, meramente burocratiche, la cui classe politica non si rivela quasi mai all’altezza essendo semisconosciuta e selezionata in modo correntizio. Cosa occorre di altro per capire che si deve cambiare? Meno regioni significa anche meno centri di spesa pubblica. Il nostro debito pubblico (nonostante le corse da cavallo di questi anni) non si riduce per tante ragioni: una di queste è la dispersione della spesa pubblica destinata alle troppe regioni.

D: Uno dei punti cruciali del ddl rimanda alla volontà di adeguamento al processo di integrazione europea che pone l’esigenza di ridurre l’articolazione regionale dei paesi membri. Il processo è ovviamente necessario sia per snellire e rendere più innovativo il nostro modello politico, sia per rappresentare con maggiore incisività le varie istanze. A tal fine, come si pensa di adeguare il nuovo assetto macro-regionale all’interno delle istituzioni europee? È necessaria una riforma della legge elettorale del Parlamento Europeo? Come si modificherà il Comitato delle Regioni Europee?

R: Su questo aspetto non potrei risponderle a ragion veduta. È un passo successivo. Per ora è necessario avviare quanto prima la revisione del regionalismo italiano attraverso una riforma costituzionale che riduca il numero delle regioni, istituisca una dignità di rango regionale alla Capitale (come accade in tutte le nazioni europee) lasciando magari integro l’attuale articolo 117 della Costituzione. Fatto questo bisognerà fare le leggi ordinarie e attuative di riforma degli ordinamenti per dare corpo al nuovo regionalismo. Ci vorranno anni. E su questa strada potranno  anche essere messe  meglio a fuoco le modifiche di carattere europeo. Prima si inizia è meglio è. Un’Europa più forte e Nazioni più forti dipendono oggi da un nuovo concerto regionale europeo. Serve una nuova architettura del potere democratico europeo per superare la “crisi organica” che attanaglia il continente e per garantire stabilità e pace. Le Regioni riformate sono un passaggio decisivo.

Intervista di Ilaria Urbani

NOTE:

Ilaria Urbani, è ricercatrice associata del programma "Infrastrutture e Sviluppo Territoriale" dell'ISAG


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