Guinea – sette anni dopo il massacro di Conakry Guinea – sette anni dopo il massacro di Conakry
Il 28 settembre 2016 il popolo guineano ha ricordato con commozione e rabbia l’anniversario dei massacri dello stadio di Conakry. Dopo sette anni le... Guinea – sette anni dopo il massacro di Conakry

Il 28 settembre 2016 il popolo guineano ha ricordato con commozione e rabbia l’anniversario dei massacri dello stadio di Conakry. Dopo sette anni le indagini per garantire giustizia alle vittime delle violenze sono ancora aperte. Il percorso per vedere i colpevoli in carcere sembra essere ancora troppo lungo e tortuoso. Ma la cittadinanza guineana ha sete di giustizia e non si darà per vinta finche la verità non troverà una risposta giuridica.

Il 28 settembre rappresenta per la Guinea una data piena di significati. Il 28 settembre 1958 è stato il giorno in cui il Paese ha conquistato la propria indipendenza nei confronti dalla Francia votando “no” al referendum proposto dal governo di Charles De Gaulle. Il risultato della consultazione popolare permise alla Guinea di uscire dal dominio coloniale. Eppure, per avere le prime elezioni libere e democratiche, il popolo guineano ha dovuto aspettare il 2010. La strada che ha portato il Paese alla recente transizione democratica è stata segnata da un altro 28 settembre. Una data che non evoca speranze di liberazione ma il senso della vergogna. Il 28 settembre del 2009 ha consegnato alla storia della Guinea una delle sue pagine più tristi. Sette anni più tardi, il 28 settembre 2016, il popolo guineano continua a chiedere giustizia per le vittime delle violenze allo stadio di Conakry. Sette anni anni dopo il massacro, le autorità guineane hanno finalmente ultimato le indagini e si sono dette pronte ad iniziare il processo contro gli esecutori della carneficina. Si spera quindi che ora si possa aprire la strada della verità.

Tutto ebbe inizio nel dicembre 2008 quando il presidente della Guinea Lansana Conté morì dopo aver guidato ininterrottamente il paese tra il 1984 e il 2008. Sfruttando l’instabilità e l’incertezza politica in cui era caduto lo stato guineano, il capitano Moussa Dadis Camara organizzò un colpo di stato facendosi nominare presidente del Conseil National pour la Démocratie et le Développement. Con una dichiarazione radiofonica il capitano annunciò lo scioglimento del governo, la sospensione della Costituzione e l’interruzione di ogni attività politica. La giunta militare da lui guidata salì al potere con la promessa di contrastare povertà e corruzione. Due piaghe che stavano gettando il paese in una fase di crisi profonda. Tale misura sarebbe dovuta essere temporanea Dadis, infatti, dichiarò che avrebbe guidato il paese fino alle prossime elezioni democratiche alle quali che non avrebbe partecipato.

Con il passare dei mesi però l’impronta autoritaria del regime e le numerose violazioni dei diritti umani commesse dai militari contribuirono al brusco calo di popolarità del governo guidato da Dadis. Perciò, una coalizione di partiti politici, associazioni, sindacati e organismi della società civile decisero di indire una manifestazione allo stadio di Conakry per protestare contro la candidatura di Dadis alle elezioni che si sarebbero dovuto tenere nel gennaio del 2009.

Il 28 settembre 2009 circa 50 mila persone raccolsero l’appello sfidando il divieto posto dalle autorità alla manifestazione. La protesta, secondo i video e le testimonianze di quel giorno, iniziò in un clima di festa continuando in modo pacifico fino all’arrivo allo stadio. Secondo le ricostruzioni, alle 11:30 una forza combinata formata da soldati della guardia presidenziale (conosciuti come i “berretti rossi”), da membri della polizia nazionale in tenuta anti sommossa, da gendarmi a servizio delle divisioni anti droga ed anti criminalità organizzata e da compagnie di sicurezza private fecero irruzione nello stadio. Dopo aver sigillato la maggior parte delle uscite iniziarono a sparare gas lacrimogeno sulla folla e ad aprire il fuoco contro i manifestanti. Il panico spinse le numerose persone presenti a disperdersi per le strade della città ammassandosi nelle poche via di fuga ancora disponibili. Qui le violenze continuarono in maniera indiscriminata. I testimoni raccontano di inseguimenti, pestaggi, saccheggi di negozi e ritorsioni contro i giornalisti presenti.

Durante il lunedì di sangue, almeno 157 persone rimasero uccise ed oltre 100 donne vennero violentate e mutilate sessualmente. Si contarono più di 1500 feriti e molte persone furono dichiarate scomparse (secondo i testimoni oculari molti corpi senza vita infatti furono caricati sui camion delle guardie presidenziali per scomparire seppelliti all’interno di fosse civili clandestine). La sistematicità degli eventi, l’organizzazione messa in campo dalle autorità guineane e l’accanimento contro gruppi di civili disarmati hanno spinto molte organizzazioni ad accusare la pianificazione premeditata del massacro. Le violenze si concentrarono in particolare sui membri dell’etnia Peuhl, gruppo a prevalenza musulmano.

Le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze armate il 28 settembre e nelle giornate successive hanno portato diverse associazioni a denunciare gli accadimenti a chiedere l’intervento della comunità internazionale per ottenere giustizia per le vittime. Secondo le testimonianze raccolte, le forze governative avrebbero commesso una serie di soprusi e di violenze di vario genere. La lista comprende torture, detenzioni arbitrarie, esecuzioni sommarie (commesse con ogni genere di mezzo che potesse essere impugnato come arma, tra cui lame, coltelli, manganelli, e spranghe). Suscita particolare sgomento il trattamento riservato alle decine di donne e bambine vittime di abusi. Gli stupri, anche di gruppo, furono commessi sia all’interno dello stadio che nelle strade. In alcuni casi le violenze continuarono per giorni all’interno di residenze private nelle quali le vittime furono violentate sessualmente con manganelli, canne di pistola, baionette, scarpe e bastoni. Alcune di loro morirono alla fine dei maltrattamenti. Il presidente Dadis ha fin da subito negato il suo possibile coinvolgimento con gli avvenimenti del 28 settembre, anzi ha accusato alcuni elementi incontrollabili dell’apparato militare di aver agito autonomamente.

Il 7 ottobre Dadis ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente formata da 31 membri per far luce sui fatti accaduti. L’indagine è stata supportata dall’intera comunità internazionale e da numerose organizzazioni della società civile. La Commissione d’indagine portata avanti dalla Nazioni Unite ha classificato gli avvenimenti del 28 settembre come “crimini contro l’umanità”. Associazioni quali l’Organizzazione della Guinea per la difesa dei diritti umani (Guinean Organisation for the Defense of Human Rights, OGDH), l’Assemblea africana per la Difesa dei Diritti Umani (African Assembly for the Defense of Human Rights, RADDHO) e l’Associazione delle vittime, parenti e amici dell’28 settembre (AVIPA) hanno lavorato molto duramente per ottenere quante più testimonianze e deposizioni possibili. L’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (CPI), nonostante abbia aperto delle indagini preliminari, non può intervenire in maniera diretta sul caso finché la corte della Guinea non dichiara la sua incapacità di perseguire un giudizio.

Dopo 7 anni di indagini, nonostante siano state ascoltate circa 400 vittime, ci sono state fin ora solamente quindici le persone perseguite. Tra esse alcune personalità che rivestivano incarichi governativi all’epoca dei fatti. Lo stesso capitano Moussa Dadis Camara, leader della giunta, il suo aiutante tenente Aboubacar Diakite detto Toumba, il capo della Guardia Nazionale il colonnello Moussa Camara Tiegboro, ministro per il controllo della droga e della criminalità organizzata, il capitano Lamah Bienvenu, capo della milizia di stanza a Camp Kaleah. Gli ultimi due sono il colonnello Abdoulaye Chérif Diaby, ex ministro della sanità, accusato di aver ostacolato le cure mediche dei feriti ed il generale Mamadouba Toto Camara, ex numero due della giunta e ministro della sicurezza, citato in giudizio per gli abusi dei membri della polizia sotto il suo comando.

Di questi, solamente quattro sono detenuti nella prigione della capitale guineana. Tre imputati invece continuano ad avere funzioni governative, come Moussa Tiégboro Camara, attuale capo dei servizi speciali e della lotta contro la criminalità. Moussa Dadis Camara si trova invece in convalescenza a Ouagadougou in Burkina Faso, al riparo dalle prigioni guineane. Altri responsabili invece risultano non indagati o latitanti. Tra le figure di spicco che mancano alla lista degli indagati c’è sicuramente Sékouba Konaté, ministro della Difesa nel giorno del massacro. Ancora latitante risulta invece Toumba Diakité, braccio destro di Camara, presente fisicamente allo stadio di Conakry durante le violenze. Sebbene quest’ultimo appaia sui media nazionali proclamando la sua innocenza, le autorità non sono in grado di trovarlo. Molti degli accusati, inoltre, stanno utilizzando Diakité come capro espiatorio. Per scagionarsi lo accusano di essere il mandante dei massacri del lunedì di sangue.

Dopo 7 anni di indagini, le associazioni ancora una volta si sono riunite nel giorno dell’anniversario della ricorrenza per commemorare le vittime e chiedere giustizia. Durante la giornata del ricordo, Mamadou Bah Bailo, membro del Collectif des associations de victimes (CAVE) ha promesso che loro non si fermeranno fino a che non sarà fatta giustizia. Dello stesso avviso è Asamou Diallo, presidente dell’AVIPA, dichiaratosi ansioso che si arrivi all’apertura di un processo.

La richiesta di giustizia e di verità sembra scontrarsi però con la mancanza della volontà politica di giudicare gli imputati, provata dalle numerose difficoltà incontrate nel reperire testimonianze che attestino l’andamento dei fatti. La presunta scomparsa delle registrazioni delle telecamere presenti allo stadio quel giorno o la dozzina di testimonianze che sembrano negare gli avvenimenti del massacro rallentano il corretto funzionamento delle indagini. Da sottolineare anche gli enormi costi della macchina giudiziaria che servono per proseguire le indagini ma, il ministro della giustizia della Guinea, Cheik Sako, ha assicurato ai propri concittadini che la procedura inquisitoria sarà terminata entro la fine del 2016, in modo da poter iniziare il processo nei primi mesi del 2017. Aspettando l’inizio del processo, l’indagine sembra ancora non essere riuscita a dissipare le ombre su cosa sia veramente successo quel 28 settembre di sette anni fa. La speranza è che il prossimo 28 settembre non sarà un altro anniversario alla memoria ma che sarà il giorno della verità.

(si ringrazia Nicola Bilotta per l’editing)



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