L’accordo tra il governo ivoriano e le truppe ammutinate L’accordo tra il governo ivoriano e le truppe ammutinate
In Costa d’Avorio il governo ha già affrontato e sventato la prima crisi del 2017. Il 6 gennaio alcune unità dell’esercito si sono ammutinate... L’accordo tra il governo ivoriano e le truppe ammutinate

In Costa d’Avorio il governo ha già affrontato e sventato la prima crisi del 2017. Il 6 gennaio alcune unità dell’esercito si sono ammutinate nell città di Bouaké, già epicentro della guerra civile. I soldati hanno voluto reclamare i propri compensi per il sostegno assicurato al presidente Ouattara durante la guerra civile, quando, tra il 2010 e il 2011, l’ex presidente Gbagbo non volle riconoscere la sconfitta elettorale. Il 13 gennaio, dopo un ricambio alle alte cariche delle forze dell’ordine, il governo ha raggiunto un accordo con gli ex-militanti ribelli, che si sono assicurati un bonus di circa 8.000 dollari.

Il 2017 è iniziato in maniera decisamente burrascosa in Costa d’Avorio. Il 6 gennaio alcune tra le unità dell’esercito nazionale hanno infatti dichiarato l’ammutinamento, facendo piombare il Paese in uno stato di tesa incertezza dalle pallide prospettive. Le truppe sovversive sarebbero insorte per reclamare un generale miglioramento rispetto al loro trattamento salariale. L’epicentro della protesta è stato la città di Bouakè, seconda città più popolosa del Paese, con circa 1,5 milioni di abitanti, sita nel nord ovest della Costa d’Avorio. Singolare il fatto che la miccia della rivolta sia stata innescata proprio a Bouaké. Difatti, questa città era già stata il centro di un’altra ribellione armata, quella che aveva controllato il nord della Costa d’Avorio negli anni della guerra civile, tra il 2002 e il 2011.

A poche ore di distanza dalle notizie delle truppe ammutinate e delle ragioni sottese al malcontento, legate principalmente a questioni di natura finanziaria, pronta si è dimostrata la risposta del governo. Il Ministro della Difesa, Alain Richard Donwahi, è infatti intervenuto in televisione, dove ha spiegato alla popolazione le richieste dei soldati, che spaziavano dall’aumento degli stipendi al pagamento dei premi promessi per il servizio durante l’ultima guerra civile, dalla necessità di favorire passaggi di grado più rapidi all’interno della gerarchia militare a quella di disporre di nuovi alloggi. In realtà, il governo aveva già manifestato sensibilità verso queste problematiche. Recente è stata infatti la proposta di un’ambiziosa riforma dell’esercito, la quale avrebbe dovuto consentire l’acquisto di attrezzature e cambi di personale fino al 2020. Tuttavia, questa riforma non permetterebbe di assolvere a tutte le difficoltà, dal momento che problema dei gradi della gerarchia dipende dal fatto che gli ufficiali sono troppi a fronte di un esercito con un numero ristretto di effettivi. Dopodiché, il 7 gennaio il Ministro ha deciso di recarsi direttamente a Bouaké per trattare personalmente con i ribelli.

Tuttavia, una volta incontrati i soldati, questi ultimi hanno trattenuto il ministro Donwahi e la sua delegazione presso la residenza del viceprefetto. Verso le 11 di sera sia il ministro che il suo staff sono stati liberati, ma nel frattempo la protesta di alcune frange dell’esercito si era estesa ad altre città del Paese. Sempre nella giornata del 7 gennaio, mentre Donwahi stava tentando vanamente di negoziare con la controparte insorta, i militari in rivolta hanno fatto irruzione nei locali del Ministero della Difesa, sparando in aria diversi colpi alla rinfusa. Oltre che nella capitale Abidjan e a Bouaké, crescenti tensioni e sparatorie si sono poi registrate anche nei centri di Man, Korhogo, Daloa, Toulepleu e Bondoukou, ovvero in tutte le principali città del Paese.

Dal confronto che Donwahi è riuscito ad avere nel corso dell’incontro con i militari, è emerso come questi ultimi facessero parte di alcuni ex-miliziani ribelli, facenti parte della Fource Nouvelle, ovvero delle Forze Repubblicane della Costa d’Avorio (FRCI), che avevano sostenuto l’attuale presidente, Alassane Ouattara, nel corso della guerra civile, in particolare rispetto a quella fase in cui gli scontri si erano riacutizzati dopo la tornata elettorale del novembre 2010, i quali, pur avendo sancito la vittoria di Ouattara, non erano stati riconosciuti da parte del presidente uscente, Laurent Gbagbo. Da questo punto di vista l’ammutinamento del 6 gennaio appare dunque essere una vera e propria resa dei conti da parte dei sostenitori di Ouattara tra il 2010 e il 2011.

In quegli anni la crisi della Costa d’Avorio era cominciata subito dopo le elezioni del novembre 2010, quando la Commissione elettorale del Paese aveva nominato Ouattara nuovo presidente con il 54,1% dei voti. Gbagbo si era però rifiutato di lasciare il potere e aveva fatto in modo che la Corte Costituzionale invalidasse un numero di schede sufficienti per farlo dichiarare vincitore. Pochi giorni dopo entrambi i presidenti decisero di organizzare due cerimonie di giuramento distinte e formarono due governi. Il Paese entrava così in una lunga fase di stallo, nonostante le Nazioni Unite, gli osservatori elettorali e l’intera comunità internazionale fossero tutti concordi nel ritenere Ouattara il legittimo vincitore delle elezioni. Del resto Gbagbo aveva ribaltato l’esito delle elezioni nonostante le operazioni di voto fossero state giudicate regolari da tutti gli osservatori internazionali. La vittoria di Ouattara era stata inoltre certificata dalla missione di pace delle Nazioni Unite (ONUCI), un compito assegnatole dall’accordo di pace di Ouagadougou che lo stesso Gbagbo aveva sottoscritto nel 2007.

Lo scontro era apparso come l’unica valida alternativa da entrambe le parti. Il 10 marzo del 2010 il Consiglio per la sicurezza e la pace dell’Organizzazione dell’Unione Africana (OUA), riunitosi ad Addis Abeba, aveva fatto un ultimo tentativo di mediazione: confermando la validità della vittoria elettorale di Ouattara, al quale era stata richiesta la formazione di un governo di unità nazionale comprendente esponenti del partito rivale, garantiva a Gbagbo un’uscita di scena dignitosa (senza però dargli alcuna possibilità di far parte del nuovo esecutivo). Questa proposta non trovò terreno fertile, soprattutto da parte di Gbagbo, e l’intenzione di avviare una trattativa diretta tra le parti fallì. La situazione precipitò in fretta, con l’esacerbarsi degli scontri in quasi tutte le maggiori città tra i ribelli che sostenevano Ouattara e l’esercito nazionale vicino, invece, a Gbagbo. La proliferazione di gruppi armati non regolari e la repressione attuata dal regime nei confronti delle manifestazioni di protesta causarono centinaia di vittime. L’uso dell’artiglieria pesante contro la popolazione durante numerosi episodi di repressione segnò l’ulteriore esacerbarsi delle violenze, tanto che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani accusò Gbagbo di essersi macchiato di crimini contro l’umanità.

Gbagbo dovette fronteggiare una lunga resistenza contro l’assedio delle Forze repubblicane di Ouattara. Queste furono supportate dall’intervento della Francia, che aveva agito sotto mandato delle Nazioni Unite. La Francia e la Nigeria avevano presentato congiuntamente una risoluzione favorevole all’intervento in difesa della popolazione civile ivoriana e il 30 marzo il Consiglio di Sicurezza approvò all’unanimità la risoluzione n. 1975. Il 3 aprile le forze internazionali si affiancarono alle truppe francesi già presenti, con l’obiettivo di smantellare l’artiglieria pesante in possesso del presidente uscente. Le basi militari dalle quali Gbagbo aveva lanciato diversi razzi ai danni della popolazione civile, furono colpite dalle nuove forze di intervento, che probabilmente si spinsero anche oltre la mission umanitaria proclamata nella risoluzione. Durante la sera del 10 aprile gli elicotteri delle forze internazionali si alzarono in volo per colpire la residenza presidenziale, da cui si stava difendendo il futuro ex presidente, e con una serie di raid andati avanti per tutta la notte distrussero quanto restava dell’artiglieria pesante di bagno, causando seri danni alla residenza presidenziale, tanto da far temere che il suo inquilino fosse rimasto ucciso. Tuttavia, la mattina dell’11 aprile le truppe francesi riuscirono ad avanzare e ad arrestare Gbagbo e lo consegnarono al presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. A sua volta Ouattara consegnò Gabgno alla Corte penale internazionale con l’accusa di aver perpetrato crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione e altri atti inumani. Oggi Gabgbo è ancora sotto processo, tenuto in custodia della Corte penale internazionale.

I militari che si sono ribellati lo scorso 6 gennaio hanno voluto reclamare quanto era stato loro promesso da Ouattara nel corso degli scontri di quei 4 mesi tra il 2010 e il 2011, che, per assicurarsene il supporto di un braccio armato, aveva assicurato una serie di benefits ai tutti coloro che lo avrebbero sostenuto nella battaglia per la presidenza. Dopo gli eventi del 6 e del 7 gennaio le agitazioni erano cresciute in maniera inquietante e, parallelamente, i movimenti politico-istituzionali hanno subito un’accelerazione. Il 9 gennaio il primo ministro Daniel Kablan Duncan si è dimesso sciogliendo il governo, un atto dovuto dopo le elezioni del 18 dicembre, ritardato di due giorni a causa della rivolta dei militari. Inoltre, la sera stessa Guillame Soro è stato rieletto alla presidenza dell’Assemblea nazionale. Infine, sempre il 9 gennaio il presidente Ouattara ha licenziato il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Soumaila Bakayoko, il comandante supremo della gendarmeria Kouakou Kouassi Gervais, e il capo della polizia, Bredou M’Bia, sostituendoli rispettivamente con il generale Sekou Toure, il brigadiere Kouakou Kouadio e con il commissario divisionale Youssouf Kouyaté.

Presumibilmente, questa serie di licenziamenti in capo alle fila delle forze dell’ordine ha rappresentato un segnale lanciato da parte di Ouattara nel voler cambiare regime rispetto al trattamento di questa categoria. Nel frattempo, Ouattara aveva indetto una riunione del comitato di crisi con i responsabili delle forze armate e durante la conferenza si sarebbe discusso del pagamento del soldo, delle prospettive per le promozioni e del mancato pagamento dei premi agli ex ribelli, che sono stati integrati nell’esercito alla fine della guerra civile nel 2011.

Questo incontro ha gettato le basi dell’accordo tra il governo e le forze “ribelli” dell’esercito che è stato annunciato il 13 gennaio scorso. Le trattative si sono tenute nella città di Bouaké e l’accordo è stato siglato tra il nuovo capo di stato maggiore, il ministro della Difesa e i militari ammutinati. L’accordo prevede in bonus di circa 8.000 dollari (circa 7.500 euro) per ciascun soldato e sembra effettivamente il pagamento per l’estinzione del debito che Ouattara aveva contratto circa 6 anni addietro. In realtà, inizialmente i soldati avevano chiesto una somma pari a 16.000 dollari a testa, ovvero il doppio della cifra comminata. Di certo si è trattato di una cifra eccessivamente onerosa, anche tenendo in considerazione che in Costa d’Avorio il reddito pro capite è di 3,600 dollari all’anno. Il fatto che ci sia stata una risposta da parte del governo alle richieste dei militari è certamente da considerare positivamente. Tuttavia, le richieste che hanno determinato l’ammutinamento di queste unità dell’esercito sono molte altre e richiederebbero un’azione ancora più incisiva da parte del governo. L’azione in questione non dovrebbe esaurirsi nel mero pagamento, per quanto doveroso, dei debiti contratti, dal momento che le questioni di carattere strutturale non sono state ancora affrontate. Ouattara e il nuovo governo dovrebbero riprendere nelle proprie mani la riforma dell’esercito e ponderarla in base alle specifiche richieste, possibilmente congiunta ai diretti interessati attorno a una round table.



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