La riammissione del Marocco nell’Unione Africana La riammissione del Marocco nell’Unione Africana
A gennaio 2017 si è svolto il ventottesimo summit dell’Unione Africana. Diversi i punti all’ordine del giorno, ma l’attenzione dei governi africani e internazionali... La riammissione del Marocco nell’Unione Africana

A gennaio 2017 si è svolto il ventottesimo summit dell’Unione Africana. Diversi i punti all’ordine del giorno, ma l’attenzione dei governi africani e internazionali è stata catalizzata dalla riammissione del Marocco all’interno dell’organizzazione regionale. Il governo di Rabat aveva abbandonato l’Organizzazione dell’Unità Africana nel 1984, dopo l’ammissione della Repubblica del Sahrawi, sulla quale il Marocco rivendicava la propria sovranità. Dopo trent’anni in cui la situazione è in una fase di stallo, Re Mohammed IV ha deciso di cambiare strategia, scartando la via dell’opposizione bilaterale e scegliendo l’alternativa del confronto multilaterale in senso all’Unione Africana.

Dal 22 al 31 gennaio 2017 si è svolo ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il ventottesimo summit dell’Unione Africana (UA). Diversi i punti all’ordine del giorno, tra i quali, in particolare, la futura successione alla guida della Commissione Africana, le ipotesi di riforma dell’organizzazione e l’eventuale creazione di una zona di libero scambio. Il tema che però ha catalizzato l’attenzione tanto della comunità africana quanto della comunità internazionale è stata la proposta di riammissione del Marocco nell’organizzazione panafricana dopo più di 30 anni di assenza.

L’annuncio della volontà del Paese di rientrare nell’organizzazione è stato compiuto già nel corso del ventisettesimo summit dell’Unione Africana, che si è svolto a Kigali, capitale del Ruanda, dal 10 al 18 luglio del 2016. Quell’occasione fu caratterizzata sia da assenze di rilievo – come i Presidenti dell’Algeria, del Sud Sudan e del Benin – nonché l’intera delegazione del Burundi (la quale abbandonò in anticipo i lavori), sia da un grande ritorno: nel corso della giornata del 17 luglio, alla riunione dei capi di Stato dell’Unione Africana, Re Mohammed VI inviò un comunicato nel quale espresse la propria intenzione di far ritornare il Marocco all’interno dell’organizzazione.

Il Marocco scelse di ritirarsi dall’allora Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) il 12 novembre 1984, in segno di protesta contro il riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica Democratica Araba del Sahrawi, parte del Sahara Occidentale. Il Sahara Occidentale si autoproclamò stato indipendente il 27 febbraio del 1976 a Bir Lahlou, una piccola oasi nell’angolo nord-est del Paese, sotto la spinta dell’azione del Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saguiat – Al – Hamra e Rio de Oro), guidato da Mohamed Lamine Ouid Ahmed e sostenuto dall’Algeria. Il Fronte Polisario si costituì nel maggio del 1973 come ristretto gruppo di nazionalisti Sahrawi, per i quali il concetto di “fronte” voleva esprimere la ferma opposizione alle politiche coloniali e la scelta delle armi come mezzo per conseguire i propri obiettivi. L’obiettivo più preciso dell’indipendenza fu individuato solo nell’agosto del 1974. La legittimità della lotta armata era rinvenuta dei componenti del Fronte Polisario nel principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione n. 1514 (XV) del 14 dicembre 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai popoli e ai Paesi sottoposti a dominio coloniale. Dopo la fine del dominio coloniale spagnolo nel 1975 (con la firma Accordo di Madrid tra Spagna, Marocco e Mauritania), il territorio fu spartito tra il Marocco, che annesse la regione settentrionale, nota come Saguia el Hamra, e parte della regione meridionale, nota come Tiris el Gharbia, e la Mauritania, che annesse la parte meridionale del Tiris el Gharbia.

Inevitabile la reazione del Fronte Polisario, che iniziò immediatamente la guerriglia contro i due nuovi Stati occupanti. Fu in questo contesto il Fronte proclamò l’indipendenza della Repubblica del Sahrawi pochi mesi più tardi. Nel 1979 venne poi siglato un accordo di pace con la Mauritania, che riconobbe l’indipendenza della Repubblica del Sahrawi e, da quel momento, il territorio del Sahara Occidentale venne diviso tra il Marocco, che occupò la maggior parte del territorio, e il Fronte Polisario, coincidente con una zona dell’entroterra e una sottile striscia al confine meridionale con la Mauritania.

Questa fu la considerazione alla base dell’ammissione della Repubblica del Sahrawi nell’OUA, avvenuta nel corso del ventesimo summit dell’OUA nel novembre del 1984. La decisione dell’organizzazione provocò inevitabilmente la reazione di Re Hassan II, padre dell’attuale sovrano del governo marocchino, considerandola una scelta che violava i principi di non interferenza negli affari interni del Marocco e che violava i confini di uno Stato parte dell’OUA. Sempre nell’ambito del ventesimo summit dell’OUA, Ahmed Réda Guédira, consigliere di Re Hassan II, lesse un messaggio del re marocchino: «Ecco, e ne sono desolato, l’ora di separarci. Nell’attesa di giorni più saggi, vi diciamo addio e vi auguriamo buona fortuna con il vostro nuovo partner».

In quel momento, la strategia del sovrano fu quella della disapprovazione, la scegliendo di abbandonare il seggio dell’OUA in segno di protesta per l’ammissione della Repubblica Democratica Araba Sahrawi. Questa decisione mirava a destabilizzare il contesto internazionale, favorendo la configurazione di schieramenti che avrebbero posto sottopressione l’organizzazione regionale, la quale avrebbe finito per rimpiangere e ritrattare la scelta compiuta.

Nel 1991 venne siglato un cessate-il-fuoco tra il Fronte Polisario e il governo marocchino e, parallelamente, fu avviata una missione sotto egida delle Nazioni Unite, la MINURSO, il cui punto di arrivo sarebbe dovuto essere l’indizione di un referendum di autodeterminazione in cui i cittadini del Sahara Occidentale avrebbero dovuto scegliere fra l’integrazione con il Marocco e l’indipendenza. Ad oggi, la MIRURSO stenta a conseguire risultati e l’ipotesi referendaria ancora non ha visto luce, sebbene l’ONU abbia da sempre ribadito l’importanza di darvi seguito.

La situazione internazionale non è l’unica in fase di stallo. Dal punto di vista della politica interna della Repubblica del Sahrawi, a luglio 2016 è stato eletto alla presidenza il sessantaseienne Brahim Ghali, succedendo allo scomparso Mohamed Abdelaziz. Brahum Ghali è segretario del Fronte Polisario e la sua elezione non lascia trasparire dubbi in merito alla volontà di proseguire l’opposizione militare contro il Marocco.

Tuttavia, a distanza di trent’anni è evidente come la politica della sedia vuota adottata da Re Hassan II non abbia consentito di raggiungere gli obiettivi prefissati: manca ancora una posizione univoca e condivisa da tutti gli Stati dell’Unione Africana sulla Repubblica del Sahrawi e il Marocco sconta un isolamento scomodo che soffoca le potenzialità politiche, ma soprattutto economiche e commerciali, cui invece potrebbe aspirare.

Sono state queste le riflessioni che hanno favorito il cambiamento di rotta in seno alla reggenza marocchina. Re Mohammed IV, figlio di Hassan II, ha scelto deciso consapevolmente di scendere a compromessi con la Repubblica Democratica Araba del Sahrawi come parte di una strategia ben precisa.

Questo ritorno consacrerebbe un processo di sforzi pazienti che il Marocco ha continuato a svolgere in favore dell’Africa negli ultimi quindici anni e che gli è valso lo status invidiabile di più grande investitore del mondo in Africa occidentale. Inoltre, durante lo scorso anno, Re Mohammed IV ha compiuto diverse visite nei territori con alto potenziale di sviluppo, sia dell’Africa occidentale, come la Nigeria, che dell’Africa orientale, come l’Etiopia e la Tanzania. Queste visite sono state utili a Re Mohammed IV per consolidare la propria posizione sullo scenario africano in vista della riammissione nell’UA.

Durante le giornate del 30 e 31 gennaio del ventottesimo summit si è quindi discusso e votato per la riammissione del Marocco nell’Unione Africana. A favore della riammissione del Paese si sono espressi 39 Stati su un totale di 54 aderenti all’organizzazione, superando così la soglia necessaria dei due terzi, mentre hanno avanzato forti riserve alcuni Paesi, tra cui il Sudafrica, l’Algeria, l’Angola e ovviamente la Repubblica Democratica Araba del Sahrawi.

Tuttavia, la Repubblica del Sahrawi alla fine si è espressa in maniera propositiva, ricordando che, allo stesso tempo, entrando a far parte dell’Unione Africana il governo marocchino si deve impegnare a rispettare tutti i principi perseguiti dall’organizzazione regionale. Infatti, tutti gli Stati membri dell’Unione Africana si devono impegnare a rispettare la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (che ad oggi rappresenta il più vasto sistema regionale di protezione dei diritti umani in ambito ONU). La particolarità della Carta africana è il carattere collettivo di alcuni diritti consacrati dalla stessa, riflesso del background storico e culturale dei popoli africane, che ha spinto i redattori della Carta a riconoscere una serie di diritti non già in capo all’individuo, ma proprio al popolo. In particolare, tra i principali diritti collettivi riconosciti ai popoli africani spicca ovviamente il diritto all’autodeterminazione, così come enucleato all’art. 20 dell Carta, che cita “1. Ogni popolo ha diritto all’esistenza. Ogni popolo ha un diritto imprescrittibile e inalienabile all’autodeterminazione. Esso determina liberamente il proprio statuto politico e assicura il proprio sviluppo economico e sociale secondo la via che esso ha liberamente scelto. 2. I popoli colonizzati o oppressi hanno il diritto di liberarsi dalla loro condizione di dominazione ricorrendo a tutti i mezzi riconosciuti dalla comunità internazionale. 3. Tutti i popoli hanno diritto all’assistenza degli Stati Parti alla presente Carta”.

Di conseguenza, i rappresentati della Repubblica del Sahrawi ritengono che il Marocco debba rispettare il principio di autodeterminazione qui precisato e che, per tale ragione, il governo di Rabat non potrà più portare avanti un’opposizione così ferrea come quella mantenuta durante gli ultimi trent’anni.

Nonostante ciò, dal punto di vista del Marocco la scelta di essere riammesso all’UA non comporterebbe dei significativi passi indietro nelle proprie rivendicazioni, ma è sintomatica di un cambiamento nella strategia da adottare per risolvere il problema. Re Mohammed IV ha scelto di spostare la questione del contenzioso del piano dell’opposizione bilaterale e dello scontro frontale a quello multilaterale e di mediazione con l’intervento di terzi. Questa strategia potrebbe consentire al Marocco di recuperare potere negoziale con i partner stranieri e con le istituzioni internazionali, volgendo le sorti del confronto in proprio favore.

A fronte di questa strategia, i principali timori dell’UA hanno riguardato la possibilità che la presenza del Marocco possa dividere gli altri 53 Stati parti (ad oggi, con la riammissione del Marocco e la presenza della Repubblica del Sahrawi fanno parte dell’UA 55 Stati), ma allo stesso tempo la stessa UA ha colto l’opportunità di riammettere il Marocco nelle proprie fila, poiché ciò le consentirebbe di acquisire maggiore efficienza e autonomia finanziaria grazie alla liquidità di cui dispone attualmente il governo marocchino (peraltro favorevole alla creazione di un’area di libero scambio nel continente – uno dei punti all’ordine del giorno durante l’ultimo summit). Ragioni pragmatiche hanno dunque facilitato la riammissione del Marocco nell’UA. Rispetto al confronto con la Repubblica del Sahrawi non resta che attendere i prossimi sviluppi in seno all’organizzazione.



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