La dottrina geopolitica di Haushofer si delinea essenzialmente attorno a tre concetti chiave: quello di Spazio Vitale; l’organizzazione per Pan-Regioni; la tanto antica quanto...

La dottrina geopolitica di Haushofer si delinea essenzialmente attorno a tre concetti chiave: quello di Spazio Vitale; l’organizzazione per Pan-Regioni; la tanto antica quanto eterna dialettica tra le potenze di mare contrapposte a quelle continentali.

La visione del mondo di Haushofer è profondamente realistica; a partire dall’analisi della realtà dei conflitti internazionali, il Generale intuisce che questi nascono lì dove c’è uno scontro tra le potenzialità demografiche di una popolazione e le capacità produttive degli Stati.  Ne esce l’elaborazione del principio delle Pan IdeePan Regioni che permette di superare i conflitti attraverso un’adeguata redistribuzione del Lebensraum. L’idea è quella di superare definitivamente la “Nazione”  come elemento politico identitario, sostituendola con un’organizzazione statuale di misura continentale che rispetti quanto più possibile la connotazione geografica[i];  Come spiega Losano, per Haushofer la futura configurazione del mondo dipendeva innanzitutto dal confronto tra terra e mare, il che tradotto in quelle cifre politiche voleva dire scontro tra l’Europa (nella sua accezione geografica continentale) e l’Inghilterra di Mackinder. L’intuizione ci riporta immediatamente al discorso schmittiano dell’ordine internazionale: i conflitti erano legati, da sempre, alla dialettica tra la “libertà” del mare e “l’ordine, il Nomos” della terra[ii].

L’unica soluzione a questo squilibrio internazionale- che generava un crescendo di conflitti il cui apice era stato raggiunto con la deflagrazione della Grande Guerra- era l’organizzazione per grandi aree geografiche, le Pan-regioni appunto, erette su idee ben definite, le Pan-Idee[iii]; il Generale ne individuava quattro:  Pan-Americanismo, Pan-Europeismo, Pan-Asiatismo e Pan-Islamismo. Alle quattro Pan Idee corrispondevano quindi quattro blocchi che si sarebbero resi economicamente autosufficiente grazie all’apporto di materie prime da parte degli Stati periferici; per quanto riguardava la guida politica Haushofer  individuava come leader naturali gli Stati Uniti per il blocco americano; l’URSS per il blocco orientale europeo; il Giappone per l’Estremo Oriente; la Germania per il blocco europeo occidentale.

Da una parte si profilava dunque un’Europa a forti connotati tedeschi; dall’altra è bene non dimenticare il caposaldo militarista che in Haushofer è sempre presente, sia per forma mentis sia per necessità, vista la situazione internazionale che andava prospettandosi. Le due circostanze, sovrapposte all’ascesa del nazismo portarono  a collegare la teoria delle Pan Regioni alle richieste tedesche in politica estera. Alla fine degli anni venti la teoria delle Pan Regioni aveva senso nello spazio teorico, mentre risultava essere ancora largamente inapplicabile dal punto di vista più concreto e la circostanza fu ancora più chiara l’indomani dell’Operazione Barbarossa quando Haushofer ritrattò in favore di un’organizzazione dell’ordine internazionale bipolare, sempre però in funzione contenitrice dell’antico nemico antropologico inglese. Il blocco che abbracciava la massa eurasiatica, dalla Germania fino al Giappone, aveva lo scopo di costituire un unicum, un sol uomo capace di schiacciare il gigante britannico. L’idea, volendo prendere in prestito una metafora di Farinelli, era quella di “Polifemo, il «mostro dal pensiero illogico», (che) rappresenta il mondo prima di ogni ragione, il potere basato sulla forza fisica. E questo mondo coincide con il globo, con l’enorme e pesante massa che sbarra l’ingresso della grotta e impedisce ai greci di tornare il libertà. Per essi, quando finalmente riusciranno a tornare alla luce, davvero non sarà nulla più come prima, tra loro e il mondo vi sarà qualcosa che prima non c’era: la Terra”[iv]        

La teoria delle Pan Regioni rappresenta la sistemazione definitiva del pensiero di  Haushofer nel cui impianto il debito con Ratzel è evidente, ma se quest’ultimo si rifaceva piuttosto al dato culturale (parlando di Grosslebenformen), il Generale nel corso degli anni va sempre di più in senso predittivo, eclissando quello spirito culturale che ad un’analisi scientifica non regge, perché non controllabile.  L’errore diventerà clamoroso  dal momento in cui Haushofer comincerà a rivolgersi con fiducia cieca verso quel determinismo che Ratzel, al contrario, aveva cercato di evitare. C’è da registrare che comunque fino agli anni trenta Haushofer ancora non aveva abbracciamo definitivamente questo tipo di impostazione, ma sicuramente la strada era tracciata. A partire da quel decennio invece, la geopolitica prima e il nazismo poi, progressivamente vanno perdendo sempre di più quel riferimento culturale per abbracciare un’impostazione sempre più scientifica, “razionale” e predittiva.  È qui che la geopolitica e il nazismo si sovrapporranno dando vita a  quella commistione per cui dopo il 1945 la geopolitica sarà imputata di “collusione” con il governo nazista.

Esempio calzante di quanto detto è sicuramente l’analisi della Grande Guerra, vista da Haushofer come un evento eclatante di un meccanismo già messo in funzione:
Sicuramente la guerra mondiale- che è stata, in verità, solo un portato di una concatenazione di cause, non il motivo principale (…)- in forza del suo effetto generale, nel male e nel bene, ha stimolato un po’ ovunque anche gli sviluppi dei tentativi di inverare concretamente nello spazio le pan-idee; così ha accelerato in pochi anni processi che, altrimenti avrebbero richiesto decenni per svilupparsi.” E continua: “ tuttavia il modo in cui la Grande Guerra ha direzionato lo svolgimento degli eventi storici è simile, metaforicamente a quello della crescita di un campo di grano o di un prato forzata con i mezzi chimici; il processo in sé non viene modificato nei suoi sviluppi e nelle sue conseguenze ultime dalla violenza con il quale è stato accelerato” .[v] 

Se una Pan-Idea ha la possibilità di riportare, o comunque porre in rilevo “Il destino delle relazioni fra un popolo e lo spazio terrestre che questo abita” allora il compito del geografo è di farsi interprete di quel destino, portando la geopolitica ad assomigliare di più alle scienze naturali.
Quando Haushofer parla di “destino” di un popolo, non fa riferimento ad una idea del tempo di tipo lineare, ma anzi le Pan Idee obbedirebbero piuttosto ad un percorso temporale circolare che porta ad avere, sostanzialmente una riproposizione continua degli stessi modelli. L’idea di naturalezza che sottostà a tali eventi è rintracciabile anche nello spirito vitale che li caratterizza: quando si prova ad installare un ordine differente, che non rispetti parametri geografici,  il risultato non può che essere il disordine;  la critica- neanche troppo velata- è ovviamente alla Società delle Nazioni che con la sua pretesa universalista, ha raccolto fallimenti. La soluzione allora non può che essere secondo Haushofer un ordine che obbedisca a categorie metageografiche, continentali.

Il problema tedesco e l’alleanza euroasiatica                                                                                          

I motivi politici che muovono l’esigenza della nascita della Geopolitik l’indomani della fine del primo conflitto mondiale sono evidenti: se secondo Wilson il principio che avrebbe dovuto regolare l’Europa  era quello della nazionalità, secondo Haushofer e gli altri accademici tedeschi, la situazione non era così semplice. L’impostazione wilsoniana rivelava infatti tutti i suoi limiti in zone come quella dell’ex Impero austro ungarico dove non solo convivevano diverse nazionalità, ma ad alcune di quelle, di origine germanica, di fatto veniva negato qualsiasi contatto con la Germania. Allo stesso modo agli austriaci enclavati, a cui si era già privato l’accesso all’industria ceca e all’allevamento e all’agricoltura ungherese, si rifiutava contemporaneamente la riunione con la neonata Repubblica di Weimar.
La Germania a Versailles aveva perso l’Alsazia e la zona della Poznania notoriamente ricca di grano rendendo di fatto la Polonia quasi completamente autosufficiente dal punto di vista alimentare. La smilitarizzazione riguardò la Renania mentre nessuna frontiera era stata ricreata. È in questo contesto che viene alla luce l’opera di Haushofer accompagnata dall’esigenza di una nuova disciplina capace di far fronte e formulare le nuove richieste tedesche in politica estera. La geografia venne investita di pesanti responsabilità; l’accusa principale rivolta all’accademia era di aver creato una scienza statica che non sembrava in grado di farsi carico della realtà. La scienza quindi doveva ergersi a guida del processo che avrebbe reso la Germania ancora grande.  Secondo Haushofer l’intento era chiaro e passa attraverso la definizione stessa dell’area centro europea, la Mitteleuropa, che secondo il Generale[vi] comprendeva tanto lo spazio renano, quanto lo spazio danubiano[vii]; quest’ultimo poi era stato diviso tra Francia e Inghilterra con l’intento malcelato di evitare contatti tra Russia e Germania.

È l’anno 1919 che segna la nascita della Geopolitik: una “figlia delle necessità”, Haushofer lo ammette subito; se il presupposto è la contingenza allora, nonostante i tentativi di oggettività, presenta i segni e i limiti “tanto nel tempo e della situazione in cui ha preso origine, quanto del suo tardivo ingresso nell’arena scientifica” aggiungendo “la geopolitica tedesca, priva di ogni appoggio statale, incominciò fra grandi difficoltà a causa della sua povertà iniziale” [viii].

La nascita della Geopolitica secondo il figlio del generale, Albrecht, deve molto sia a Ratzel e Kjéllen sia alla particolare situazione politica tedesca degli anni venti: “(…) K. Haushofer riprese il concetto di geopolitica, lo consolidò con esempi tratti dall’area dell’Asia e del Pacifico e lo collegò strettamente ai compiti di politica estera e culturale” [ix]. 

L’idea era di creare uno spazio che facesse da contrappeso “all’accalcarsi centripeto degli anni 1919-1933”: ecco che vede la luce quell’inadeguatezza delle nuove generazioni che miopi, non erano capaci di “visioni grandiose (di dimensioni continentali!)”[x].    

La Germania era costretta in una condizione che la portava ad essere “tagliata fuori dal vivificante respiro del mare e privata dei suoi rapporti ultra marini, era portatrice di una visione del mondo di ristrettezza continentale –continuando- era diventata meschina e si perdeva in una quantità di tensioni di poco conto. Come dimostravano i trentasei partiti e numerose leghe. La sua conoscenza di ampie realtà condizionate dal mare, come quelle dell’impero britannico, degli Stati Uniti d’America, del Giappone e dell’Impero olandese delle Indie Orientali, era ancora più esigua di quella che aveva del Medio e Vicino Oriente dell’Eurasia e dell’Unione Sovietica” [xi].   

Una visione miope della politica e del mondo che rendeva i politici tedeschi incapaci di pensare “spazialmente”, producendo il grande vuoto politico degli anni venti che sarebbe culminato con la costruzione del Reich hitleriano, a cui però, pochi anni dopo, Haushofer rivolgerà la stessa accusa. La Germania al sorgere del periodo weimariano aveva quindi una sola missione: doveva riportare la Germania nella sua posizione di “Soggetto della Storia” (Steukers); per farlo doveva innanzitutto riconquistare le posizioni perse durante la Grande Guerra. Gli interlocutori privilegiati allora diventano quei paesi quali Italia e Spagna dove, non solo Haushofer riesce a portare la sua impostazione geopolitica, ma nascono numerosi gruppi di studio dedicati alla materia. Tra tutti, lo strumento della rivista fu senza dubbio quello privilegiato: In Italia, ad esempio, i contatti del Generale furono tra gli altri Roletto e Massi, capostipiti della scuola italiana di geopolitica che tra gli anni 1939-1942 prendeva forma proprio intorno alla rivista “Geopolitica. Rassegna mensile di Geografia Politica, Economica, Sociale e Coloniale”[xii]. Il gruppo triestino però ebbe sempre l’ambizione di essere indipendente dalla Geopolitik.     

La sua campagna di diffusione della Geopolitica coinvolse anche India, Giappone e Cina, vale a dire tutta quell’area del Pacifico che fino ad allora sembrava essere ai margini della storia.
Altro tipo di iniziativa fu la creazione degli istituti di cultura; il progetto dalla Deutsche Akademie prese piede a partire dal 1925 e si rivolgeva alle elites germanofone europee, ambendo ad avere un bacino di un centinaio di utenti. Se l’idea era quella di creare qualcosa che fosse simile all’istituto di Francia, la realtà si rivelò un fallimento tant’è che nel 1932 venne sostituita dal Goethe Institute, tutt’ora operante.
L’obiettivo degli istituti di cultura era quello di promuovere presso il popolo tedesco una sorta di educazione che li portasse ad avere maggiore coscienza geografica e a prestare maggiore attenzione alla politica internazionale. Come già ricordato, lo scoppio della prima guerra mondiale era dovuto secondo Haushofer era riconducibile allo scontro antropologico tra  le potenze telluriche e le potenze marittime; in secondo luogo, le ideologie che avevano fatto da sfondo agli anni dieci del novecento non avevano capito o perlomeno non erano in grado di restituire l’idea di Das Sakrale der Erde (la Sacralità della Terra).

Le due intuizioni, la comprensione reciproca e il rispetto quasi mistico dell’elemento tellurico, avrebbero garantito un equilibrio generale volto ad evitare ulteriori e sanguinose guerre. La Geopolitica, secondo Haushofer, avrebbe dovuto avere questo compito anche nel 1945, all’indomani della capitolazione tedesca.

Ma cosa voleva dire pensare spazialmente? Significava secondo Haushofer avere la visione di uno spazio eurasiatico con un suo preciso peso specifico in seno alla comunità internazionale; l’alleanza euroasiatica avrebbe avuto il compito di ribaltare le carte in tavola: bisognava garantire da una parte il processo di liberazione degli arabi e degli  Indù, mentre l’URSS avrebbe dovuto garantire per Armeni e Curdi, in modo da collegare il nord dell’Iraq con il continente.
Con forza uguale e contraria la politica imperialista anglosassone, la già citata Anakonda Politik, invece, già dagli anni dieci del Novecento cercava di rafforzare la sua influenza a livello planetario tentando la creazione di un asse politico che collegasse la Mesopotamia all’India, parallelamente alla creazione di uno stato sionista in Medioriente –ça va sans dire – alleato di Londra e con funzione contenitrice di possibili alleanze musulmane che avrebbero messo  in pericolo la rotta per le Indie. Il richiamo a Mackinder è evidente: se da un lato la centralità dell’Heartland è riconosciuta da Haushofer, allo stesso tempo è invocata ex-negativo[xiii] dall’accademico inglese. Conseguenza naturale è lo scontro inevitabile tra potenze marittime e potenze continentali. La classificazione dicotomica “potenza marittima-potenza continentale” aveva trovato una precedente formulazione in Mahan, il quale individuava negli Stati Uniti la potenza marittima emergente. Mackinder, recuperando il lavoro dell’accademico americano, considera inevitabile il declino dell’Inghilterra come potenza marittima, in favore della ripresa dell’area centro-asiatica. La massa eurasiatica coincideva con quell’area perno –The geographical Pivot of History- il cui controllo avrebbe garantito il controllo dell’Isola Mondo.    

L’Inghilterra si trovava a controllare la fascia Inner Crescent stretta tra l’Heartland destinato all’influenza tedesca e russa, e la fascia Outer Crescent controllata dalla potenza emergente statunitense. Per scongiurare l’accerchiamento Mackinder propose nel 1919 la creazione di una serie di Stati cuscinetto proprio fra Germania e Russia che avrebbero impedito qualsiasi contatto o peggio, un’alleanza tra le due. Bisognava fare in fretta perché, sollecitava l’accademico inglese, “Who rules East Europe commands the Heartland; who rules the Heartland commands the World-Island; who rules the World-Island commands the world”[xiv].

Dal canto del generale Haushofer le aspettative erano uguali e contrarie, ma i problemi che si ponevano erano altri: se geograficamente parlando il blocco euroasiatico era un dato di fatto, il problema sorgeva altrove: le forze politiche interne che intendendo in maniera diversa la natura dell’alleanza, rischiavano di rendere nullo lo sforzo teorico. Il pensiero eurasiatista infatti risultava essere piuttosto variegato, troppo, tanto da attentare alla riuscita dello sforzo unificatore; Il generale pensava per la Germania il ruolo di attore principale per quella che in futuro, una volta uniti gli sforzi di tutti gli Stati euroasiatici, avrebbe portato alla creazione del grande blocco continentale dominatore del mondo.

Secondo Haushofer, l’evoluzione politica statuale avrebbe portato naturalmente a soluzioni di tipo “continentale”; contestualmente poi il blocco euroasiatico sarebbe stato l’unico in grado di fronteggiare il blocco anglosassone. Ne andava dell’indipendenza stessa di Italia, Giappone e Germania, le quali dovevano però guadagnarsi la neutralità russa.

Il resto è storia nota: la potenzialità politica del progetto fu sottovalutata, venendo definitivamente archiviata dal momento in cui, nel 1941, si diede avvio all’operazione Barbarossa, una manovra tutta in favore dell’Inghilterra che dal canto suo da sempre cercava di impedire l’unione euroasiatica.
Haushofer, allievo (ribelle) di Mackinder, riconosce a quest’ultimo una certa lungimiranza geopolitica, ma il problema, dal punto di vista di Haushofer, si presenta nel momento in cui Mackinder passa dall’intuizione teorica alla prescrizione politica: un conto è l’analisi della realtà, altra storia è indicare le modalità attraverso le quali la Gran Bretagna avrebbe dovuto evitare la presa dell’area perno da parte del blocco continentale. In definitiva i due, pur condividendo l’orizzonte politicamente e strategicamente salvifico dell’Heartland, si ritrovano ad essere la personificazione intellettuale dello scontro tra Inghilterra e Germania che da lì a poco avrebbe incendiato l’Europa intera.

 

Note:

[i]L’idea di un superamento dei confini nazionali non era nuova, già Gustav von Schmoller, a inizio novecento, aveva proposto una nuova teoria di ripartizione dello spazio internazionale a carattere prevalentemente economico. Secondo la tesi dei Tre Imperi Mondiali  infatti Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti avrebbero sostenuto un espansione territoriale tale per cui, non avendo più necessita di scambi commerciali con altri Stati, avrebbero raggiunto il regime autarchico;

[ii]Cft. Schmitt C., Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello “Jus Publicum  Europaeum”, Milano, Adelphi, 1991;

[iii]Volendo tentare un’analisi critica non si può non registrare che portando avanti un discorso del genere, l’errore che rischia fare Haushofer è di non considerare le divisioni interne alle Pan Idee,. È lo stesso precipizio nel quale cadrà qualche decennio dopo anche Hunghtinon nel suo The Clash of Civilization. Se è vero che le Pan Idee hanno una loro vitalità, come negare allo stesso modo le forze centrifughe che scuotono le Pan Idee al loro interno? Tanto Haushofer quanto Hunghtinton commettono un errore che Said, criticando The Clash of Civilization, non mancherà di far notare;

[iv]Farinelli F., Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Einaudi, 2003, Torino p. 4;

[v]Haushofer K., Geopolitica delle Pan Idee, Nuove Idee, 2006, pp 140;

[vi]È della stessa opinione anche Mackinder;

[vii]Haushofer, Weltpolitik von heute, Berlino, Zeitgeschichte Verlag,1934;

[viii]Haushofer K., Apologia della geopolitica tedesca in “Il testamento geopolitico di Karl Haushofer”; Limes. Rivista italiana di geopolitica, 2/09;

[ix]Haushofer A., Allegemeine politische Geographie und Geopolitik, Heidelberg, 1951. Traduzione di Mario Losano in “La geopolitica del novecento. Dai grandi Spazi della dittatura alla decolonizzazione, Milano, Bruno Mondadori, 2011;

[x]  Ibidem;

[xi] Ibidem;

[xii]La rivista di Massi e Roletto, a differenza della ispiratrice tedesca, si servirà ampiamente dello strumento cartografico e avrà larga diffusione popolare. Per un approfondimento cft. Boria E., Carte come Armi, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2012;

[xiii]Losano M., Geopolitica del novecento. Dai grandi spazi delle dittature alla decolonizzazione, Bruno Mondandori, Milano, 2011;

[xiv]Mackinder H., Democratic Ideals and reality, Faber&Faber, 2014.



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