Il Burkina Faso e la minaccia terrorista Il Burkina Faso e la minaccia terrorista
Mentre l’attenzione era tutta concentrata per l’inaugurazione del venticinquesimo Festival Africano di Cinema e Televisione di Ouagadougou (FESPACO), una celebrazione della settima arte che... Il Burkina Faso e la minaccia terrorista

Mentre l’attenzione era tutta concentrata per l’inaugurazione del venticinquesimo Festival Africano di Cinema e Televisione di Ouagadougou (FESPACO), una celebrazione della settima arte che riunisci biennalmente oltre 100.000 partecipanti da tutto il mondo, il Burkina Faso è stato vittima del secondo grave attentato terroristico nell’arco di pochi mesi. Nella notte tra il 27 ed il 28 febbraio, due stazioni di polizia a Tongomaye ed a Baraboulén sono state attaccate. Entrambe le cittadine si trovano nella provincia di Soum, una delle quarantacinque province del Burkina Faso, situata nel Nord del paese lungo il confine con il Mali.

Secondo le ricostruzioni, i due uffici sono stati attaccati simultaneamente e con piani di azione simili da uomini armati non identificati, poi dileguatisi nella notte. Fortunatamente, in entrambi i casi l’attacco non ha lasciato alcuna vittima ed è stato riportato un solo ferito non grave, una donna della polizia locale. Più sostanziosi sono stati invece i danni arrecati alle strutture ed alle proprietà prossime alle stazioni di polizia. Gli attentatori durante la loro fuga hanno dato alle fiamme diverse moto, crivellato di colpi i muri degli edifici adiacenti e rubato alcuni computer. Questo attentato è solamente l’ultimo in ordine di tempo di una serie di attacchi che sta minacciando la stabilità e la tenuta democratica del paese. La pressione terrorista nei territori del Burkina Faso ha registrato un aumento esponenziale già a partire dal primo trimestre del 2015, per poi peggiorare con l’arrivo del 2016: tra gli episodi più violenti se ne segnalano almeno tre.

Il 15 gennaio del 2016 un commando formato da tre militanti islamici ha attaccato la capitale Ouagadoudou lasciando dietro di sé una scia di sangue. L’aggressione, che è costata la vita a trenta persone e ha prodotto settantuno feriti, è stata poi rivendicata dal gruppo Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Le indagini che ne sono seguite hanno portato all’arresto di una ventina di individui, tra i quali spiccano alcune personalità famose come il candidato alla presidenza nigeriana Adal Roubheid, ripreso a parlare con i terroristi prima degli attacchi da alcune telecamere di servizio in prossimità delle zone colpite. Nell’ottobre del 2016 un attentato è stato portato a segno contro l’esercito burkinabé, provocando quattro morti tra il personale militare e due civili, questi ultimi probabilmente rimasti vittima del fuoco amico. Ed infine, due mesi più tardi, il 16 dicembre 2016 un distaccamento delle forze speciali anti-terrorismo dell’esercito è stato vittima di un attacco che è costato la vita a dodici militari. La vicenda si è consumata a Nassoumbou, nella regione di frontiera con il Mali.

Gli ultimi due attacchi in ordine temporale, quello di Nassoumbou e quelli di Tongomaye e Baraboulén, sono stati entrambi rivendicati dal gruppo terroristico Ansarul dell’Islam, ancora poco conosciuto nel panorama africano. A capo dell’organizzazione si segnala Ibrahim Malam Dicko, un uomo di una quarantina d’anni originario della comune di Soboul della provincia di Soum. Malam Dicko era già conosciuto dalle autorità locali in seguito alla cattura ed all’arresto avvenuto nel 2013 in Mali per mano dei militari francesi durante l’operazione Serval, condotta con l’obiettivo di sradicare la zona settentrionale del territorio maliano Azawad dal controllo terrorista islamico. Tornato alla libertà nel 2015, Ibrahim Malam Dicko si dedicò al proselitismo attraverso prediche radicali incitanti all’islamizzazione forzata della società in moschea ed alla radio locale. Insieme ad un gruppo di suoi fedeli sostenitori ha formato una compagine armata che secondo fonti della sicurezza burkinabé arriverebbe ad un centinaio di uomini. Lo scopo della sua organizzazione è quella di ricreare il regno Fulani, uno degli Stati più potenti dell’Africa subsahariana nella prima metà del 1800, poi caduto agli inizi del ventesimo secolo per mano della colonizzazione britannica e francese.

Gli attacchi alle stazioni di polizia ed agli avamposti militari non sono però che l’espressione più plateale di una strategia di paura e terrore che l’organizzazione terrorista sta portando avanti in maniera più silenziosa e capillare nelle zone di confine tra il Burkina Faso, il Mali ed il Niger.
Negli ultimi due anni, gli estremisti islamici appartenenti ad Ansarul dell’Islam si sono spostati tra i molti villaggi nel Nord del paese per condurre una campagna fatta di aggressioni e minacce. Tra le vittime favorite dei guerriglieri ci sono gli insegnanti delle scuole laiche. Fautori di un ritorno alla legge islamica e contrari ad ogni tipo occidentalizzazione, i militanti cercano di imporre con la forza l’abbandono dell’insegnamento della lingua francese obbligando i professori a tenere lezioni di arabo e lo studio delle dottrine del Corano.

Questi fatti hanno costretto il Ministero della Pubblica Istruzione a condannare pubblicamente ogni accaduto ed a confermare l’impegno per fermare le minacce alle quali sono sottoposti gli insegnanti attraverso l’aumento della presenza delle forze di sicurezza nella zona. I fatti avvenuti nelle scuole di Pélem Pélem, di Lassa e del dipartimento di Djibo sono dunque un sintomo di come questi gruppi terroristici ambiscano ad inserirsi tra le maglie della società e destrutturarla sin dalle fondamenta.

Sebbene relativamente piccola per numero di adepti, Ansarul dell’Islam costituisce una potenziale grave minaccia per la sicurezza del paese. Le sue fonti di finanziamento non sono sicure, molto probabilmente deriverebbero da sovvenzioni provenienti da altre organizzazioni armate operanti nel Mali e dal traffico di droga e sigarette. Ed è proprio questo legame tra diversi gruppi terroristici oltre confine a preoccupare le autorità locali, soprattutto quelle di Burkina Faso, del Mali e del Niger. Gruppi terroristici jihadisti come al-Quaeda nel Maghreb Islamico, Boko Haram, al-Murabitoun, Ansar Dine, ed il Fronte di Liberazione del Mancina hanno installato le proprie basi nelle campagne rurali e nelle zone di confine, e da qui perpetrano gli attacchi contro le autorità statali, locali e le proprietà private in modo da procacciare le risorse necessarie ed allargare la propria zona di influenza.

Per contrastare questo modus operandi e scongiurare la possibilità che gli attacchi vengano diretti verso i centri politici più importanti, la maggioranza dei paesi chiamati a rispondere alla minaccia terrorista ha optato per concentrare le difese nei centri abitati, soprattutto le città dove sono presenti le istituzioni statali. Questa contromisura ha avuto come risultato il progressivo abbandono dell’attenzione verso le zone rurali e meno densamente abitate del paese, ossia la maggioranza del panorama locale, una vastissima quantità di territorio dove la popolazione inizia a temere per la propria sicurezza. E la paura per la propria sicurezza, così come la sensazione dell’allontanamento dell’autorità istituzionale sono sentimenti che storicamente hanno aiutato la presa del messaggio fondamentalista islamico.

Paradossalmente, l’attentato di febbraio ha avuto luogo all’indomani dell’inizio delle esercitazioni militare congiunte USA-Burkina Faso. Proprio nella zona in questione infatti sono in corso diverse operazione volte al miglioramento delle capacità operative delle forze amate; forze armate che allo stato attuale si trovano a corto di risorse e mezzi per fronteggiare emergenze di questo tipo. Secondo le parole del Segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti in Burkina Faso David Young, le esercitazioni permetteranno all’esercito burkinabé di contrastare al meglio le organizzazioni terroristiche ed estremiste violente e le loro ideologie. L’addestramento verterà sulla preparazione di piccole unità militari da dislocare in modo rapido e comprenderà esercitazioni tattiche, miglioramento dei trasporti e combattimento corpo a corpo. Le esercitazioni, che avranno luogo nel campo militare di Kamboinsin, situato a trenta chilometri a Nord di Ouagadougou, si uniranno a quelle tutt’ora in corso nel campo di Bobo Dioulasso, condotte dalle forze militari dei Paesi Bassi.

Questa serie di addestramenti congiunti volti a migliorare la preparazione e l’efficacia della controffensiva alla minaccia terroristica sono ormai sempre più frequenti all’interno dei paesi del G5 del Sahel, l’organizzazione regionale creata nel 2014 della quale fanno parte Burkina Faso, Mali, Mauritania, Ciad e Niger. Il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, alla fine dell’ultimo summit di febbraio, che ha riunito i capi di stato dei paesi del G5 del Sahel per discutere sulla sicurezza della regione, ha rivelato la decisione concorde di creare una forza interstatale per fronteggiare l’avanzata terrorista.

Sopperire alle mancanze nella preparazione e nell’esperienza militare può sì aiutare le nazioni in questione a colmare alcune delle proprie lacune, ma non può e non deve essere l’unico provvedimento da prendere per fronteggiare la minaccia jihadista. Il messaggio terrorista è più forte proprio quando lo Stato fallisce nei campi dell’educazione e dello sviluppo. Paura, umiliazione e speranza sono sentimenti che, se manipolati a dovere, riescono ad isolare l’individuo dal suo contesto sociale ed a farlo agire nei modi più irrazionali possibili. Ma in questo momento storico, nessuna società potrebbe permetterselo. Ed è compito dello Stato fornire gli strumenti perché questo non accada.

NOTE:

Alvaro Galassi è collaboratore del programma di ricerca «Africa e America Latina» dell'IsAG.


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