La società civile tunisina ritorna al lavoro La società civile tunisina ritorna al lavoro
La cittadina tunisina, qualunque sia il suo credo, per lo Stato è presunta musulmana e questo le impedisce di affermare il suo diritto a... La società civile tunisina ritorna al lavoro

La cittadina tunisina, qualunque sia il suo credo, per lo Stato è presunta musulmana e questo le impedisce di affermare il suo diritto a sposare chiunque, indipendentemente dalla religione del proprio compagno. Sebbene nel 2014 sia entrata in vigore la nuova Costituzione che riconosce all’art. 6 la libertà di coscienza, in Tunisia, tuttavia, prevale ancora oggi la circolare del 5 novembre del 1973, emessa dal ministro della giustizia, che, nonostante il suo carattere non normativo, aggiunge comunque nuovo diritto. La circolare, stabilisce, infatti, che i matrimoni “misti” che coinvolgono le donne tunisine non possono essere celebrati o riconosciuti se non attraverso una conversione anticipata del nubendo. La disposizione di cui al predetto atto è, altresì, rafforzata da altre circolari emanate rispettivamente dal Ministro dell’Interno, la n.23 del 1962, e dal Primo Ministro, la n.39 del 1988, afferenti alle modalità della conversione dello sposo. Premesso che la religione quando si eredita non è mai una libera scelta, nel caso di specie essa costituisce una forzatura, se non una mortificazione, con risvolti anche psicologici. Sul punto, è intervenuta anche l’associazione Beity1 di Tunisi, che, nel corso di una recente conferenza stampa, ha annunciato l’intenzione di chiedere agli organi ministeriali interessati l’abrogazione della circolare del 5 novembre 1973, avvalendosi del contributo di altre numerose associazioni con cui formerà una coalizione.

La circolare, infatti, come ha sottolineato, ancora una volta, anche la Presidente dell’associazione, Sanah Ben Achour, risulta contraria alla Costituzione ed alle convenzioni internazionali ratificate dalla Tunisia in materia di protezione delle libertà individuali, dell’uguaglianza uomo – donna e della libera scelta al matrimonio. La disposizione de qua è stata, in epoca meno sospetta, già oggetto di aspre critiche soprattutto da parte di chi ha fatto notare come il codice di Statuto personale del 1956, all’art. 5, non richiami affatto tale tipo di impedimento al matrimonio “misto”. Infatti, esso dispone solo che il matrimonio è nullo se non si rispettano gli impedimenti previsti dalla legge. La dottrina si è poi a lungo interrogata sul significato di questo impedimento fino a che, nel 1966, la Corte di cassazione, intervenendo con un suo arresto, ha affermato che il matrimonio tra una musulmana ed un non musulmano costituisce un peccato imperdonabile e, proprio per siffatto motivo, la religione islamica considera tale matrimonio come nullo e, quindi, tamquam non esset. Orbene, su queste basi si è costruito, quindi, l’assunto della circolare del ’73 che obbliga l’Ufficiale dello Stato Civile a respingere qualsiasi riconoscimento o celebrazione di matrimonio “misto” se non è stata anticipatamente provata la conversione all’Islam da parte dello futuro sposo. La società civile, vinta la sfida per una nuova Costituzione democratica, reclama i diritti fondamentali come quello a sposarsi senza vincoli di sharî’a

Ma ritorniamo alla Costituzione del 2014 perché è proprio attraverso questa nuova chiave di lettura che possiamo comprendere il carattere “illegale”, così come più volte affermato da vari esponenti della società civile durante la conferenza stampa della Beyti, della circolare del ministero della giustizia. Infatti, la Carta costituzionale riconosce piena libertà di coscienza ribadendo, altresì, all’art. 21, che tutti i cittadini e cittadine sono uguali davanti alla legge, senza alcuna discriminazione e che ad essi, indipendentemente dal sesso, sono garantiti i diritti e le libertà sia individuali che collettivi. Ma c’è altro perché i diritti della donna sono ulteriormente consacrati nell’art. 46 del testo costituzionale dove è lo Stato che si impegna a proteggere quelli già acquisiti ma anche a consolidarli e a promuoverli. Non bisogna, inoltre, dimenticare che la Tunisia ha ratificato nel 1967 la Convenzione delle Nazioni Unite riguardante le questioni matrimoniali, comprese le modalità di svolgimento e registrazione di questi atti.

A tutt’oggi, in base a quanto riferito dalla Presidente della Beity, sempre nel corso della predetta conferenza, non esistono dati statistici riferibili al numero di coppie che hanno trovato e trovano tuttora difficoltà nell’accettazione della circolare, soprattutto perché l’associazione, creata proprio allo scopo di difendere la donna richiedente sostegno, tende a preservare la privacy di queste persone che già non hanno vita facile. D’altronde, secondo Ghaydaa Thabet2, gli effetti deleteri della circolare incriminata si registrano soprattutto tra le minoranze religiose, specie con riferimento ai cittadini tunisini ebrei e cristiani. Certo è che, nonostante gli avvisi di cui sopra, spetta solo e soltanto al giudice l’ultima parola in merito al riconoscimento di siffatti matrimoni. Esistono, infatti, casi in cui i giudici tunisini hanno riconosciuto alcuni matrimoni “misti” dando più valore alla Costituzione ed ai princìpi dei diritti umani e, diversamente, casi in cui i magistrati si sono ispirati alla circolare ed al diritto musulmano per disconoscerne gli effetti.

Al di là di chi debba o possa giudicare sulla validità della circolare che, per le ragioni già esposte, si appalesa incostituzionale, prima che si pronuncino ancora giudici ordinari o la futura Corte Costituzionale, risulta chiaro, come espresso dai rappresentanti delle locali associazioni dei diritti umani, che la società civile ha manifestato la volontà di fare tutto il possibile perché questa circolare venga abrogata quanto prima dal ministro della giustizia. Essa, infatti, come appunto sostenuto dagli esperti della società civile tunisina, non ha nulla a che fare con l’Islam se non con una visione patriarcale legata alla prosecuzione della specie che viene, invece, generata dalla donna.

Molto resta ancora da fare in Tunisia, soprattutto in termini di diritti e libertà, anche se la società civile sembra rianimarsi di un nuovo respiro costituito dalla Carta costituzionale. Infatti, anche se quest’ultima può lasciare spazio ad ambiguità, nella sua costruzione è sempre possibile neutralizzare i limiti opponendovi i diritti. E questo è lo scopo che si sono prefissate le numerose associazioni sorte in Tunisia (più di ventimila), le quali non esitano ad esporsi in prima linea anche per l’affermazione di altri diritti fondamentali e per domandare l’abolizione di articoli del codice penale ingiusti come il 227 bis, che prevede l’assoluzione dell’autore di una violenza sessuale ove lo stesso si impegni a sposare la vittima o gli artt. 230 e  231 che puniscono la  libertà di disporre del proprio corpo.

NOTE:

La foto in evidenza è stata scattata dall'autore in occasione della conferenza stampa del 27 marzo 2017 "Pour Le libre Choix du Conjoint" (C/o associazione Beity, Avenue Khéreddine Pacha, Tunisi).

1. L’associazione Beity si occupa di prestare aiuto alle donne che versano in situazioni di bisogno. Essa è un’associazione della società civile tunisina a scopo non lucrativo che, come diverse altre, ha avuto il suo riconoscimento ufficiale a seguito del decreto legge 88/2011 del 24 settembre 2011 e relativo alle associazioni. Il 27 marzo 2017 essa ha tenuto una conferenza stampa nella propria sede di Avenue Khéreddine Pacha, a Tunisi, dove ha riproposto l’abolizione della circolare del ministero della giustizia risalente al 1973.
2. Ghaydaa Thabet rappresentante dell’Asociation tunisienne de Soutien des Minorités.


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