I Balcani, tra miraggi futuri e fantasmi passati. Intervista ad Inoslav Bešker I Balcani, tra miraggi futuri e fantasmi passati. Intervista ad Inoslav Bešker
Gli accordi di Dayton del 1995 riuscirono nell’intento prefissatosi: tamponare le sanguinose ferite causate dagli scontri fratricidi degli anni precedenti e pacificare il territorio... I Balcani, tra miraggi futuri e fantasmi passati. Intervista ad Inoslav Bešker

Gli accordi di Dayton del 1995 riuscirono nell’intento prefissatosi: tamponare le sanguinose ferite causate dagli scontri fratricidi degli anni precedenti e pacificare il territorio bosniaco, scenario di pulizie etniche ed efferati crimini nei confronti delle popolazioni ivi abitanti. A più di venti anni dalla conclusione delle guerre in Jugoslavia, che ne sancirono la completa dissoluzione, le repubbliche balcaniche dichiaratesi indipendenti non sono riuscite mai completamente ad integrarsi nella realtà europea, complici anche gli effetti della crisi economica che stanno tutt’ora impedendo a Croazia, Serbia e Slovenia di avanzare a pieno ritmo sulla via del benessere sociale.

I punti interrogativi sono ancora in maggioranza, considerate le poche certezze sulle quali questi giovani paesi possono fare leva. Croazia, Slovenia e, a breve, il Montenegro sono membri NATO, al contrario della Serbia di Aleksandar Vučić, ancora convinta nell’intraprendere la via della piena integrazione europea pur non rinunciando a mantenere inalterati i solidi legami economici, politici, strategici e culturali da sempre intrattenuti con la Russia. La Bosnia Erzegovina (la cui comunità mussulmana risulta essere ancora un’importante fucina di foreign fighters per lo Stato Islamico) continua a recitare il ruolo di buffer state imposto dai trattati di Dayton, non dando la minima impressione di poter rafforzare la propria entità statale in senso autonomo, mentre i recenti screzi tra Belgrado e Priština (riguardo alla sospensione della corsa del “treno della discordia” Belgrado-Kosovska Mitrovica), nonché la situazione politica turbolenta della Repubblica di Macedonia, lasciano trasparire prospettive sempre più problematiche: i fantasmi del passato, uniti ai miraggi del futuro, potrebbero far nuovamente precipitare la situazione, a maggior ragione nel caso in cui il livello di guardia sui Balcani venisse ulteriormente abbassato sia dall’Europa che dalla Comunità Internazionale proprio in questo periodo storico in cui a tenere banco sulle cronache sono principalmente le difficoltà strutturali dall’Unione Europea, l’avanzare della Russia su uno scacchiere internazionale sempre più multipolare e la crisi siriana.

Di questo e molto altro ne abbiamo parlato con Inoslav Bešker, corrispondente del quotidiano croato “Jutarnji List”, nonché docente presso le università di Bologna, Napoli, Zagabria, Spalato e Dubrovnik.

D: In Croazia tiene attualmente banco il caso “Agrokor”1. La stampa croata sostiene che due colossi bancari russi come la Sberbank e la VTB potrebbero essere interessate a rilevare i titoli di questa grande azienda alimentare…

R: Sembra, più che altro, che la Sberbank sia interessata a “spremere” l’Agrokor piuttosto che a rilevarne i titoli. Il caso dell’Agrokor può essere considerato più unico che raro: trattasi di un’azienda dalle proporzioni enormi per i nostri standard, contando in tutto circa 60.000 dipendenti non solo in Croazia, ma anche in Serbia, Bosnia e Slovenia. Il suo fatturato rappresenta circa il 17% del PIL totale croato. Ciò significa che se l’Agrokor dovesse “starnutire”, l’intera economia croata si ammalerebbe. È in discussione l’idea di salvaguardare l’azienda con un decreto simile alla legge “Prodi ter”, ossia quella che consentì, anni fa, il salvataggio della Parmalat con Enrico Bondi in qualità di commissario governativo. In tal modo, si vuole scongiurare il default ed il conseguente blocco delle attività dell’impresa, concedendo due anni di tempo per la riqualificazione della stessa e salvaguardando, allo stesso tempo, i posti di lavoro e l’intera “catena alimentare”, in senso sia letterale che economico.

D: Mosca è stata spesso accusata, nell’ultimo periodo, di voler ingerire in diverse maniere nelle politiche e nelle economie dei paesi europei. La provenienza dei possibili acquirenti dell’Agrokor (ossia, due istituti bancari fortemente legati al Cremlino) ha destato particolari preoccupazioni presso Zagabria?

R: Direi che questo problema non si è ancora posto. Non credo che la Sberbank abbia intenzione di rilevare l’Agrokor, anche perché non si tratta dell’unico creditore in ballo. Credo che, però, il governo russo abbia tentato, in questo senso, di giocare le sue carte, in modo particolare quando l’ambasciatore della Federazione Russa in Croazia, Anvar Azimov, ha dichiarato, con il piglio di un governatore, che lo Stato russo non interverrà più in aiuto dell’Agrokor dal momento che il presidente dell’azienda si era rifiutato di fargli visita. Queste dichiarazioni hanno sortito come effetto l’ulteriore abbassamento del rating dell’azienda, per il disappunto della Sberbank stessa. In qualità di giornalista, ho fatto notare come questo sia uno dei modi con i quali la Russia tenta di destabilizzare i paesi dell’Unione Europea, ma questa rimane solo una mia supposizione.

D: Cosa ne pensa delle posizioni alquanto “ondivaghe” portate avanti recentemente dalla Serbia? Faccio riferimento al tentativo da parte di Belgrado di aderire all’Unione Europea pur volendo mantenere intatti gli importanti legami culturali, economici e militari intrattenuti da sempre con la Russia, a maggior ragione dopo la schiacciante vittoria elettorale ottenuta da Aleksandar Vučić alle presidenziali del 2 aprile…

R: Ondivaghe? Credo, al contrario, che questo sia un atteggiamento molto coerente. Direi che si tratti di una posizione “equilibrista”. Non a caso scelgo di adottare questo termine, dal momento che la Serbia è paragonabile ad un equilibrista che tenta di camminare su una fune. Per mantenere l’equilibrio sposta il peso talvolta a destra, talvolta a sinistra. Quest’atteggiamento può effettivamente apparire “ondivago”, ma se non si opera in questo senso si rischia fortemente di cadere. È un approccio che ricorda quello adottato ai tempi della Jugoslavia dal maresciallo Tito, il quale fu capace, però, di creare una vera e propria “terza via” di non-allineamento, alternativa alla dicotomia Oriente-Occidente, mentre lo stesso ancora non si può dire dell’attuale politica serba.

È curioso notare come Vučić abbia scelto di rinunciare alla carica di Primo Ministro per ricoprire un ruolo di rappresentanza come quello del Presidente della Repubblica. Credo che, innanzitutto, nel caso in cui Nikolić2 non fosse stato confermato Presidente, Vučić avrebbe avuto non pochi grattacapi con una presidenza di colore diverso dal suo. In secondo luogo, è facile riscontrare come, in questo modo, egli possa essere riconosciuto sia come Presidente della Repubblica che, di fatto, come capo del governo, sul modello di quanto fatto da Milo Ðukanović in Montenegro e da Vladimir Putin in Russia. In tal modo, Vučić è riuscito a centrare “due piccioni con una fava”: risparmiarsi i grattacapi che sarebbero arrivati da un Presidente di colore politico diverso dal suo e, contemporaneamente, confermare e rafforzare la propria forza politica personale, dal momento che alle elezioni presidenziali non si vota per il partito, bensì per la singola persona.

D: La recente istituzione delle celebrazioni dell’anniversario della nascita della Republika Srpska da parte delle autorità di Banja Luka, in Bosnia Erzegovina, ha suscitato accese polemiche, contribuendo a riportare a galla vecchi dissidi mai del tutto pacificati tra Belgrado e Zagabria nei riguardi dei territori bosniaci, teatro di crimini efferati durante le guerre jugoslave degli anni Novanta. Quali rischi si corrono nel caso in cui l’Europa o, più in generale, la Comunità Internazionale dovesse abbassare il livello di guardia sui Balcani?

R: Questo livello di guardia è stato già abbassato. Sarebbe stato meglio, a mio avviso, integrare molto prima la Bosnia Erzegovina nel discorso politico internazionale per poter condizionare le sue politiche, cosa che oggi risulta difficile. Il problema risiede nel fatto che, parlando di Bosnia, non parliamo soltanto delle politiche di Serbia e Croazia. Anzi, dal 2000 Zagabria si è fortemente disinteressata dei Croati della Bosnia Erzegovina, anche se ciò non si può affermare riguardo all’HDZ, il cui omonimo movimento dei Croati di Bosnia non è da considerare soltanto come una mera emulazione dell’originale croato, ma come un partito a sé stante, addirittura collocabile un po’ più a destra dell’HDZ3 al potere a Zagabria. La medesima cosa la si può dire della Republika Srpska, dove gli autoctoni si considerano “più Serbi” dei Serbi che tutt’ora vivono in Serbia.

L’idea della Repubblica Srpska di Bosnia era quella di creare un’entità autonoma che doveva essere, poi, ricongiunta a Belgrado nel caso in cui il Kosovo fosse stato annesso all’Albania. La situazione della Bosnia Erzegovina, più che a quella del Kosovo, assomiglia a quella della Crimea, in quanto anche la Bosnia risulta essere un territorio “tri-etnico”. Tuttavia, i problemi della Bosnia Erzegovina degli ultimi quindici/diciassette anni sono scaturiti dall’interno, indipendentemente dalla Serbia e dalla Croazia. D’altro canto, la Bosnia attuale può essere paragonata ad un sistema di vasi comunicanti: non appena qui sale il livello della tensione, sale automaticamente anche tra gli estremisti in Croazia e in Serbia; tutto ciò comporta delle inevitabili frizioni.

In Bosnia Erzegovina, nel dicembre 1995, è stata fermata la guerra, ma non sono state gettate le basi per la formazione di un vero e proprio Stato. Lo stato, in Bosnia, esiste soltanto in quanto “Stato imposto”, tenendo presente che sia lo stemma che la bandiera della Bosnia Erzegovina sono stati importati dall’Unione Europea. In Bosnia non esiste un’identità territoriale statale, quasi nessuno si sente “bosnese”4 o, in ogni caso, il numero di chi si dichiara “bosnese” è addirittura inferiore a quello di chi si dichiarava “jugoslavo” ai tempi dell’ex-Jugoslavia. Coloro che, in Bosnia, si sentono croati anelano alla loro Patria, che non li ha redenti ancora.

I musulmani di Bosnia, i cosiddetti “bosgnacchi”, invece, non hanno una madre patria, la Turchia non lo è…Gli accordi di Dayton hanno avuto il merito di fermare quella mattanza e da testimone di quegli eventi non posso che esclamare “Grazie a Dio!”. Però devo ammettere che l’Unione Europea non ha fatto nulla per oltrepassare il solco tracciato dagli Americani a Dayton, ossia quello di riconoscere il 49% del territorio bosniaco ai Serbi, con una situazione che ricorda molto quella delle due Coree. La prospettiva, è evidente, non è rosea. Cosa fare? Si potrebbe organizzare l’ennesima conferenza internazionale, come quella di Ginevra o di Berlino, ma anche questa soluzione si è rivelata fallace. Se avessi una risposta certa, avrei diritto al Premio Nobel per la pace, con più ragioni di Barack Obama…

D: La Turchia attuale potrebbe fungere, in qualche modo, da “Patria ideologica” per i musulmani di Bosnia?

R: Non credo che, nel caso della Turchia o degli Emirati Arabi, si possa parlare di vera e propria “Patria ideologica”. C’è da tener presente che il concetto di Islam è, in realtà, molto più universale dello stesso concetto di cristianesimo. Noi cattolici crediamo in una “santa cattolica Chiesa” (dove katholikos in greco è lo stesso di universalis in latino), ossia nella Chiesa degli uomini, non delle nazioni. Ancora più universale è l’Islam, legato al concetto di Umma, ossia la comunità totale dei credenti, legati da vincoli solidali a prescindere dalla loro lingua e dalla loro etnia. Diventando musulmani, si diventa parte dell’Umma e se veramente credi in quanto prescritto dal Corano sei tenuto ad aiutare materialmente tutti i membri della comunità. Qui non si tratta di “ideologia” intesa nel senso occidentale del termine. Il problema risiede nel fatto che chi crede veramente in questo dettame è, spesso, anche un estremista…

D: La Croazia è membro della NATO dal 2009, la Slovenia dal 2004, mentre a breve dovrebbe essere completata l’adesione del Montenegro. Quanto tutto ciò può effettivamente giovare alla stabilità della regione, considerando il fatto che la Serbia, al momento, non sembra per nulla intenzionata ad aderire all’Alleanza Atlantica?

R: La Serbia, ne sono certo, non entrerà mai nella NATO. Non credo che i veri problemi possano scaturire da questo; quella della NATO, qui, è una questione collaterale. Credo, invece, che i punti nevralgici dell’area balcanica, al giorno d’oggi, siano la Bosnia, il Kosovo e, ancora più di prima, la Repubblica di Macedonia. Grecia e Turchia sono entrambi membri della NATO, ciò non ha contribuito a risanare completamente le loro relazioni diplomatiche. C’è da tener presente che l’Alleanza Atlantica è stata creata, formalmente, per difendere le frontiere dei paesi membri, ma anche per curare gli interessi di quei paesi che pagano per far sì che questa struttura rimanga operativa.

Sotto quest’ottica non credo che gli interessi strategici di Croazia e Montenegro possano interessare realmente chi comanda. Da un punto di vista strettamente militare e strategico, ritengo che il Montenegro sia importante per la Boka Kotorska, le Bocche di Cattaro, e non tanto per un potenziale uso strategico da parte NATO, ma semplicemente per impedirne l’utilizzo da parte di altre forze, così come successo nel periodo inter-bellico per l’isola di Sazan, occupata per evitare che i porti albanesi di Valona e Durazzo venissero utilizzati in funzione anti-italiana.

Credo fermamente che, per la stabilità di tutta l’area balcanica, sia fondamentale operare congiuntamente per evitare la formazione di uno Stato-mafia in Montenegro, al contrario di quanto purtroppo è accaduto in Kosovo. So bene che il pericolo non risiede nella mentalità dei Montenegrini: ho insegnato per anni qui in Campania, a Napoli, e so benissimo quanto la maggior parte della gente non abbia nulla a che fare con la Camorra, al contrario ne è vittima. Rendere il Montenegro un’oasi di pace potrebbe contribuire tantissimo alla stabilità della regione.

D: Il prossimo 12 luglio è previsto a Trieste il vertice annuale dei Balcani occidentali nell’ambito del “processo di Berlino”, al quale è prevista la presenza del Cancelliere Angela Merkel. L’Italia, giocando in casa, si confronterà con alcuni paesi dell’area balcanica occidentale, proponendosi come principale intermediario per una completa “transizione europea” di parte dei territori della ex-Jugoslavia, in diretta concorrenza con la Germania. Quali sono, a suo avviso, le reali prospettive italiane nella regione?

R: La Germania si è fatta portavoce di un principio semplice: è meglio integrare questi paesi all’interno dell’Unione, piuttosto che tenerli fuori, anche solo per un mero principio di “igiene politica”, mi consenta di usare questo termine poco ossequioso. L’Italia non si è mai opposta a questa linea politica, anzi…all’inizio degli anni Novanta Roma era molto interessata all’integrazione europea dei Balcani anche perché non poteva concorrere né con la Germania né con la Gran Bretagna nel campo politico occidentale. Aveva tutto l’interesse, in sostanza, a diventare il primo partner commerciale in tutta l’area balcanica. Purtroppo, però, credo che l’Italia non sia riuscita a giocare opportunamente le proprie chance.

Ammetto che Roma ha investito tanto per pacificare e riportare sulla strada dello stato di diritto sia l’Albania che il Montenegro, anche solo per difendere un proprio interesse, ossia quello di debellare le rotte dei traffici illeciti tra le due sponde dell’Adriatico. L’iniziativa adriatico-ionica, però, non ha prodotto i risultati sperati: sono state spese molte risorse, ma si produce poco, non riscontro alcun tipo di effetto positivo né sul PIL né sulla stabilità del territorio. Credo che l’Italia abbia assunto un atteggiamento troppo “conservativo”, avrebbe dovuto lavorare di più per accogliere questi paesi se non direttamente nell’Unione, almeno in un’anticamera. Ma, del resto, all’Italia non è riuscito nemmeno di fare le cose per bene per quanto concerne la Libia. E questo, a quanto pare, non sembra essere un problemi dei Balcani…

Si ringrazia per la collaborazione la prof.ssa Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serbo-croata presso l’università di Napoli “L’Orientale”.

Intervista a cura di Giannicola Saldutti.

NOTE:

Giannicola Saldutti è ricercatore associato al programma di ricerca «Eurasia» dell'IsAG.

1 L'Agrokor è un'azienda-colosso operante nel settore alimentare (proprietaria di diversi marchi) con sede principale a Zagabria. Fondata nel 1976 da Ivica Todorić come marchio addetto alla produzione e al commercio di semi vegetali e fiori, oggi l'azienda vanta svariati stabilimenti in Croazia, Bosnia, Serbia e Slovenia e circa 60.000 dipendenti nei territori della ex Jugoslavia.
2 Tomislav Nikolić è il Presidente della Repubblica Serba uscente, nonché fondatore del Partito Progressista Serbo (Srpska Napredna Stranka) guidato dal Presidente della Repubblica neo-eletto, nonché ex Primo Ministro, Aleksandar Vučić.
3 Acronimo di Hrvatska Demokratska Zajednica, l'Unione Democratica Croata, partito di centro-destra attualmente al potere a Zagabria. La stessa posizione politica è condivisa dal partito omonimo presente in Bosnia Erzegovina, sostenuto dalla comunità croata ivi abitante.
4 Qui il termine “bosnese” configura il cittadino abitante l'attuale territorio della Bosnia Erzegovina, sia esso croato, serbo o bosniaco. Il termine, dunque, al contrario di bosniaco, non si riferisce ad alcuna sfumatura etnica.


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