Due mondi a confronto. La Geopolitik tra Weimar e il Nazismo Due mondi a confronto. La Geopolitik tra Weimar e il Nazismo
La Germania, che già attraversava una crisi politica e sociale, trovò nel primo conflitto mondiale e negli anni successivi quel terreno ideale atto a... Due mondi a confronto. La Geopolitik tra Weimar e il Nazismo

La Germania, che già attraversava una crisi politica e sociale, trovò nel primo conflitto mondiale e negli anni successivi quel terreno ideale atto a favorire lo sviluppo della geopolitica, soprattutto tra gli anni Venti e Trenta. Ciò avvenne, in particolare, tra il 1924 e il 1933, vale a dire tra il lancio della Zeitschrift für Geopolitik e l’ascesa al potere di Hitler; queste due date delimitano un periodo temporale durante il quale la geopolitica visse un momento di eccezionale dinamismo non solo in senso pratico, ma più propriamente teorico.

Il dibattito verté su temi che si ricongiungevano alla contingenza storica, ma allo stesso tempo la discussione si spostò anche sull’asse teorico: si discusse di fondamenti, di modelli, di padri e correnti scientifiche e filosofiche che avevano in qualche modo influenzato lo sviluppo della disciplina. Ciò che preoccupava gli intellettuali di Weimar fu non solo il nuovo ordine politico europeo, ma anche tutta la riflessione sull’esperienza della guerra condotta dalla Germania che tra le altre cose, dal punto di vista strettamente militare, aveva scoperto il fianco combattendo su due fronti, determinando un senso di vulnerabilità che molti di quegli intellettuali spesso avevano vissuto sulla propria  pelle combattendo, come nel caso del generale Karl Haushofer, padre della Geopolitik.

La sconfitta e la “pace” subita a Versailles, quindi, avevano gettato la nazione intera nella ricerca  del perché si fosse persa la Grande Guerra. Nella ricerca di nuove verità il circolo degli intellettuali riconducibili alla Geopolitik si percepì come un’avanguardia il cui scopo era chiaro: analizzare la grande sconfitta, attraverso le variabili geografiche, al fine di formulare richieste precise al tavolo internazionale delle trattative. In questo senso si diresse anche la corporazione degli insegnanti di geografia, ben cosciente che gli errori fatti nel periodo anteguerra erano da ricercare nella scarsa sensibilità geografica delle élite di governo1.

La geopolitica fu dunque, in tutto e per tutto, una scienza nuova, capace di interpretare un’epoca nuova; seppur con alcuni limiti, Arthur Dix2 nel 1926 sottolineò come si stesse passando dall’età moderna, caratterizzata dalla politica coloniale, all’età “contemporanea” che invece si basava su presupposti globali. Non che la politica coloniale non avesse una certa visione globalista; la differenza allora risiedeva nei modelli proposti, ad esempio dallo stesso Haushofer, che rispondevano a criteri ben diversi dall’assoggettamento operato da potenze straniere su territori lontani3.

A tal proposito molto indicative risultano essere le parole del generale Haushofer nella prefazione al volume del 1942 Il Giappone costruisce il suo impero4 il quale, rivolgendosi “spiritualmente” «agli occidentali e ai tedeschi», spiegava: «…l’avido imperialista del XX secolo ha travestito gli scopi della sua brama di dominio con il binomio “imperium et libertas5, esso ha ingannato con ciò molti popoli e fra questi anche il proprio. Un’idea imperiale pura trova perciò i suoi confini in se stessa, l’imperialismo formale invece li trova solo dall’esterno: nella violenza straniera di una più forte idea imperiale, oppure in un indomabile contrasto spirituale di libertà pura che deve essere raggiunta dall’interno e non dall’esterno»6.

Se i presupposti  teorici e politici erano chiari, una delle sfide che si presentò fu distinguere il campo di pertinenza della geografia politica dalla geopolitica, considerando che le due discipline, soprattutto all’inizio, erano suscettibili di sovrapposizione. La distinzione si basava non solo sulla “dinamicità” che caratterizzava l’indirizzo geopolitico, ma anche e soprattutto sulla sua tendenza a formulare prescrizioni per la politica. Questa nuova variabile attestava al geopolitico un ruolo funzionale al governo statale, o meglio funzionale al raggiungimento di certi obbiettivi politici. La tesi che qui si vuole sostenere è che durante gli anni di Weimar l’ambizione degli intellettuali animati dal sentimento revanscista fosse quella di indirizzare l’azione di governo attraverso direttrici deterministiche, correndo talvolta il rischio di dar vita ad un sapere concorrente alla politica tradizionale, compito che però, è bene non dimenticare, gli veniva attribuito anche dalla società stessa.

Quello che successe durante il periodo nazista fu un cambio di passo. Quella stessa cerchia di intellettuali si trovò di fronte ad una macchina politica che almeno negli aspetti superficiali sembrava avere le stesse ambizioni, circostanza che fece profilare l’ipotesi di un rapporto funzionale che garantiva una certa indipendenza del sapere dalla sfera del potere. Quando fu chiara la sostanziale incoerenza tra le due esperienze, il divorzio poté sembrare la soluzione inevitabile, tuttavia non fu quella la strada percorsa.

Si diceva dell’indirizzo politico della geopolitica; quale fu la differenza fondamentale con le passate esperienze di geografi come Ratzel, che pure indirizzavano la propria ricerca verso scenari politici? Ebbene, la discriminante in questo senso fu essenzialmente una: mentre la generazione della Geopolitik si dovette confrontare con problemi contingenti e tangibili, quella di Ratzel era una speculazione libera dalla pressione degli anni Venti. Entrambe dotate di lungimiranza, la prima fu una scienza indirizzata direttamente agli interessi tedeschi, la seconda invece fu una speculazione più generale; a riprova di quanto detto basta citare la circostanza per cui la “collusione” con il potere fu data per certa nel caso Haushofer, laddove fu oggetto di un dibattito dai toni più bassi nel caso di Ratzel.

È chiaro che in questo paragone si sta operando una forzatura, anche storica, ma ciò che si vuole porre in evidenza è che quella Geopolitik, in quel momento, esigeva necessariamente un legame con il potere. Sia Ratzel che Haushofer subirono storture nei loro lavori da parte del regime nazista il quale, strumentalizzando ad hoc quei temi comuni, lasciò presagire una possibilità di collaborazione tra i redattori della Zeitschrift e i vertici di regime. La “stortura” di cui si parla deve essere intesa in riferimento alla natura applicativa della nuova scienza che volontariamente ambiva ad essere strumento politico; scrive Murphy: «Geopolitics was “applied”, however, in the sense that geopoliticians intended their works as contributions to the political, and less directly, cultural discourses of their perios in a way that had not occured to earlier political geographers»7.

La sostanziale eterogeneità di coloro che ebbero a riflettere sulla natura della geopolitica dice molto sulla vivacità culturale che circondava la disciplina. Lo stesso non può essere detto di quello che succederà quasi dieci anni dopo la fondazione della Zeitschrift für geopolitik, con l’ascesa al potere di Hitler. Prima del 1933 la geopolitica, sostiene Murphy, «meant many things to many people. After 1933, it meant one thing, the use of a certain kind of political-geographic rhetoric to justify the racial policies of national socialism. And Nazis, whom many of the geopoliticians themselves welcomed, slowly revealed themselves to be the nemesis of geopolitics»8.

Le riflessioni sul valore del concetto di “spazio vitale” furono il fondamentale contributo del sapere geopolitico allo studio dello Stato e costituirono il passaggio attraverso il quale si subordinò la politica alla geografia. Negli anni di Weimar il Raum venne inteso come una forza che attivamente contribuiva alla vitalità dello Stato attraverso un circolo virtuoso che produceva non solo la grandezza fisica/geografica, ma più propriamente rinvigoriva il senso nazionale. Le “vecchie” caratteristiche geografiche da sole non aggiungevano nulla di nuovo all’analisi di quegli anni, ma se debitamente coniugate ad un certo spirito vitale acquisivano una luce nuova, una forza nuova che faceva dello “spazio” un elemento dotato di una forza in sé, in quanto evocativa di caratteristiche anche culturali.

Il concetto di Raum venne propagandato alle masse sia dagli ambienti politici (in particolare dai movimenti conservatori) che da intellettuali che non afferivano squisitamente alla geopolitica, come Carl Schmitt il quale, nella sua lettura, poneva l’accento sulla dimensione politica piuttosto che su fondamenti scientifici. L’interpretazione schmittiana del concetto traslata nel campo del diritto internazionale venne ripresa poi a sua volta da diversi geopolitologi, tra i quali Haushofer. Allo stesso modo il riferimento da parte di Schmitt alla geopolitica fu diretto; nel suo volume sui Grandi Spazi del 1939, ragionando in termini di interpretazione corretta dello spazio, egli  affermò che «alcuni argomenti  e punti di vista  oggi si manifestano a noi con un significato nuovo, alla luce della nuova scienza geopolitica, sotto la guida di Karl Haushofer»9.

Come riporta sempre Losano, Schmitt non si fermò alla speculazione geografica tout court ma utilizzò quegli argomenti come base di partenza per la formulazione di un’analisi sugli effetti della dottrina Monroe e in particolare sulla sua ricezione nell’articolo 21 della Società delle Nazioni. Sempre in tema di diritto internazionale, alla luce di quanto detto, si venne a porre la questione dei confini lungo i quali, secondo gli intellettuali di Weimar, la lotta dello Stato per la vita e per l’evoluzione si materializzava.

Se lo Stato, grazie ad una spinta vitale, cresce e si evolve, ne consegue che qualsiasi regolamentazione internazionale che stabilisce la fissità dei confini progressivamente si svuota di significato; l’ambizione, certamente, era quella di stabilire dei principi quanto più naturali possibili, affinché queste “linee immaginarie” trovassero riscontro nella reale potenzialità degli organismi statali e non in una cristallizzazione dello status quo. L’importanza dell’elemento spaziale e confinario si manifestarono, durante quegli anni, attraverso la produzione di una letteratura volta a studiare caratteristiche e fondamenti, al fine di comprovare la dinamicità di tali elementi. Il confine, dunque, sarebbe influenzato tanto dalle variabili geografiche quanto dalle vicende storiche e politiche, così da diventare soltanto un temporaneo equilibrio politico tra due entità statali.

È bene specificare che la questione della mobilità dei confini non fu oggetto di attenzione solo da parte della Geopolitik; seppur con visioni differenti, attirò l’attenzione anche della geografia politica francese nella quale venivano riconosciuti come punti di equilibrio tra le vitalità dei popoli.

L’ideologia nazionalsocialista e il pensiero geopolitico

Per comprendere meglio il conflitto tra geopolitica e nazionalsocialismo è necessario un passo indietro al fine di rintracciare le radici ideologiche del nazismo e constatare come e in quale misura queste si siano sovrapposte al pensiero geopolitico.Come emerso dagli studi di diversi autori (tra i quali Mosse, Arendt, Bracher, Neumann), il nazionalsocialismo più che essere un sistema di pensiero organico e coerente fu in realtà un insieme di teorie slegate e incoerenti, rappresentate da personaggi altrettanto distanti tra loro. Tuttavia gli aspetti che sembrarono primeggiare sono due: il sentimento völkisch e il concetto di Verwurzelung.

Il movimento Völkisch nacque a metà del XVIII secolo come reazione alla massiccia industrializzazione che aveva investito la Germania in quel periodo. I gruppi che si rifacevano in qualche modo al pensiero Völkisch erano piuttosto compositi; il movimento coinvolse trasversalmente anime di diversa provenienza politica, ma è tra quelle fronde più strettamente nazionaliste che l’ideologia nazionalsocialista attecchì.

Punto focale fu il concetto di “Popolo”, che in questo contesto venne declinato attraverso i sentimenti romantici ottocenteschi, abbracciando allo stesso tempo un certo antimodernismo. Su questa scia durante l’Ottocento si arrivò a far coincidere l’idea di popolo con quella di “purezza razziale”, che trovava larghissima diffusione anche grazie ai lavori dei vari Gobineau e Chamberlain, trasformando la questione da sociale in biologico-razziale. La questione della purezza razziale non rappresentò solo mero dibattito, ma piuttosto un’ossessione che fu poi raccolta, come detto, dal movimento nazionalsocialista. Disse Hitler nel Mein Kampf che le idee fondamentali del nazionalsocialismo sono le stesse del Völkisch, viceversa quelle del Völkisch sono le stesse del nazionalsocialismo.

Altro concetto di fondamentale importanza, intimamente legato a quello di Völkisch, fu quello di Verwurzelung. Il concetto può essere tradotto in italiano come “radicamento al suolo natìo”, accentuando quindi la dimensione ideologica e spirituale del legame tra l’uomo e l’ambiente. Al pari del sentimento Völkisch, quest’ultimo fu la reazione alla crescente ondata di globalizzazione che durante l’industrializzazione aveva visto un numero sempre maggiore di persone spopolare le campagne a favore dei centri più industrializzati. Il Verwuzelung si pose dunque come collante volto a legare il sentimento nazionalista alla naturalezza del mondo culturale di appartenenza, diventando così una componente vitale del discorso nazionalista tedesco della fine dell’Ottocento.

La sintetica disamina dei due concetti è importante per capire come successivamente questi siano entrati nel patrimonio della Weltanschauung del nazionalsocialismo, in particolare circa “l’ossessione” per la  ricerca della purezza della razza che portò Hitler, qualche anno dopo, a passare dalla teoria all’azione. Un punto di partenza come questo permette infatti di comprendere, da un lato, il sentimento arrogante del nazismo nel propugnare l’assoluta superiorità della razza ariana, dall’altro la contemporanea spasmodica paura nell’eventuale mescolanza della razza pura tedesca, con le altre, tra tutte quella ebrea.

Di una certa rilevanza fu anche la convinzione piuttosto diffusa che per far fronte al sovrappopolamento tedesco bisognasse acquisire più spazio al fine di garantire un corretto sviluppo della società tedesca. Da parte di Haushofer invece ci fu la persuasione che con la sua nuova scienza si potesse rispondere ai tanti interrogativi che la società tedesca poneva, realizzando al contempo quella grandezza che da decenni si andava ricercando.

Nonostante le diverse affinità che poc’anzi si è cercato di riassumere, né la geopolitica né Haushofer hanno mai fatto parte organicamente del movimento nazionalsocialista. Haushofer, sebbene impiegasse molto spesso il termine “razza” nei suoi lavori (lo faceva prima dell’exploit nazista e lo fece anche successivamente), non adottò mai un connotazione razzista-biologica del concetto, concentrandosi piuttosto sugli aspetti culturali. La divergenza si riconduceva ad aspetti teoretici, ma presumibilmente anche personali, data l’origine sefardita della moglie Martha, implicando che la sua stessa famiglia, come spesso ricordato, non fosse “pura”10.

Haushofer condivideva con i gruppi nazisti la necessità della revisione degli accordi di Versailles, la creazione di uno Stato etnico tedesco e l’esigenza di maggiore spazio vitale per lo sviluppo della nazione, ma certamente se ne distanziava riguardo quei sentimenti Völkisch, percepiti come estremisti. Un esempio della libertà intellettuale che si respirava negli ambienti geopolitici fu la sua collaborazione con Karl Wittfogel (membro del partito comunista tedesco) sulle pagine della Zeitschrift für Geopolitik e con Hans Kohn, anch’egli ebreo e di chiara ispirazione liberale. Tutti questi elementi fecero percepire la Geopolitik sempre con un certo grado di sospetto, ma fu dopo il 1933 che venne progressivamente esposta a pressioni e tensioni.

Pubblicamente lo Stato incoraggiava lo sviluppo di questa disciplina, non solo tra gli ambienti militari; si sottolineava la mancanza di cattedre e di insegnati e si cercava di porre rimedio. Haushofer poteva solo che augurarsi che effettivamente la teoria corrispondesse alla pratica, ma non teneva conto che la visione geopolitica da lui propugnata non coincideva con la realtà nazista. In sostanza, se pubblicamente la disciplina veniva sostenuta, nella pratica subiva aspri scrutini ideologici e si cercava di dirottarla su posizioni più strettamente governative.

Vi furono diversi tentativi di mediazione, ma evidentemente non abbastanza convincenti: un esempio sono certamente i riferimenti al movimento Völkisch; nonostante Haushofer se ne distanziasse, scrisse parole in merito che risultarono troppo timide e vaghe. Il metodo della vaghezza non poteva che essere un espediente momentaneo, così che nel 1933 il generale dovette prendere parte al Arbeitsgemeinschaft für Geopolitik. Fondato nel 1932 da Rudolph Hess, il gruppo di lavoro  aveva come scopo la ricerca, la discussione, la formazione e la propaganda delle idee geopolitiche. Era diretto Richard Wagner, pubblicato dallo  stesso editore di Haushofer Vonwinckel, contava ben 500 partecipanti; dal 1933 cominciò ad avvicinarsi sempre di più agli ambienti governativi, diventando così un vero e proprio organo, seppur collaterale, dello Stato (Hennig). La grande attenzione rivolta dal governo ad un gruppo come questo fu indicatrice dell’interesse che questo aveva nel diffondere una coscienza geopolitica, filtrata però dalla retorica politica.

La partecipazione di Haushofer fu limitata e tesa alla ricerca della mediazione, ma la mancanza di riferimenti decisi ai concetti razziali non passò inosservata per molto tempo e fu proprio su questo campo che geopolitica e regime cominciarono a stridere. Haushofer non fu l’unico bersaglio: insieme a lui oggetto di “attenzioni” fu pure Richard Hennig, coautore con il generale del volume introduttivo alla geopolitica del 1934, che si schierò apertamente conto l’Arbeitsgemeinschaft für Geopolitik. Come Haushofer cominciò ad adottare un atteggiamento più morbido dal 1938, a seguito di ripetute minacce. Gli attacchi da parte del regime partivano dall’associazione “implicita” dell’autore con il pensiero liberale che il nazismo, ça va san dire, rifiutava categoricamente; ma fu l’incapacità da parte di Hennig di riconoscere la fondamentale importanza della connessione tra uomo e ambiente la vera determinante che fece scattare gli attacchi da parte del regime. Veniva accusato di non tracciare correttamente le differenze tra le varie razze e sembrava non apprezzare la gerarchia a cui queste erano sottoposte.

Per quanto riguarda Haushofer, nel 1936 fu oggetto di attenzioni da parte di un esponente del partito, Staudinger, che sotto falso nome – Wilhelm Seddin – scrisse un articolo il cui diretto interessato, sebbene mai menzionato, era il generale. Sostanzialmente i “problemi” nei lavori di Haushofer erano due: la non centralità del concetto razziale nei lavori d’ispirazione geopolitica e il sogno mai tramontato di un’alleanza con i Russi, il che faceva cadere su di lui l’accusa di filosovietismo. “L’accusa” non era del tutto priva di fondamento perché il generale, seppur da posizioni conservatrici, non mancava di apprezzare la risolutezza bolscevica, ma sappiamo che il  vero intento era rivolto alla creazione dell’alleanza con l’heartland. Secondo Seddin la retorica del “sangue e suolo” conterrebbe un altro contenuto opportunistico strumentalizzato ad hoc dai geopolitici per guadagnarsi un spazio d’approvazione all’interno del regime nazionalsocialista (Bassin 1987)11.

I diversi attacchi subiti dal regime nazista vennero recepiti dai diretti interessati in modo difforme. Haushofer ad esempio mantenne un profilo decisamente più basso rispetto a quanto non fece Hennig; il problema principale per il generale fu il mantenimento dello status di “ariano onorario” al fine di salvare in primis la sua famiglia. Hennig invece affrontò pubblicamente i suoi detrattori, pubblicando un volumetto in cui affrontava tutte le critiche che gli venivano poste. La risposta di Hennig è ammirevole poiché, al di là del merito delle questioni che gli venivano contestate, con la sua risposta sconfessò buona parte dalla letteratura prevalente che vuole che non vi sia stata resistenza “intellettuale” nella Germania nazista. Lo stesso discorso vale per Haushofer, il quale nell’edizione del 1942 del suo Il Giappone costruisce il suo impero dedica spazio ad una critica aspra alla condotta politica e militare da parte del governo nazista. In aggiunta sembra essere superficiale anche l’accostamento tra il conservatorismo haushoferiano e l’ideologia nazionalsocialista; un’impostazione di questo genere dimostra infatti tutta la superficialità d’interpretazione di cui la letteratura del secondo dopoguerra si è “macchiata”.

Conservatorismo e nazionalsocialismo appartengono a mondi differenti. In sostanza, il nazionalsocialismo rappresentò i fallimenti di quel conservatorismo di cui Haushofer fu aderente. Il conservatorismo non fu stato in grado d’interpretare, e quindi di risolvere, la direzione autoritaria della mobilitazione delle masse; pertanto il vantaggio del nazismo fu l’aver saputo comprendere le tendenze dell’epoca e l’aver offerto una soluzione a quelle masse che esigevano risposte immediate e risolute. Del nazionalsocialismo, a differenza del conservatorismo, spiccavano le doti populiste e plebiscitarie, laddove il conservatorismo era affetto da un elitismo tale da consentire la creazione di un muro invalicabile tra quella vecchia classe politica, portatrice di una visione ormai stantìa, e quelle masse che rappresentavano invece la grande novità ed esigevano protagonismo (Balistreri 2004)12.

A questo punto sembra chiaro che, nonostante tutte le intenzioni la geopolitica, così come pensata e sviluppata dalla generazione degli anni Venti, all’ombra del Reich non ebbe alcun ruolo e mai avrebbe potuto averlo. La Geopolitik proveniva dal materialismo scientifico ottocentesco e aveva come scopo principale la ricerca di quegli elementi ambientali che in qualche modo influenzavano e “modellavano” le società umane, in particolare l’evoluzione delle diverse entità statali e le relazioni tra queste. L’orientamento nazionalsocialista invece si faceva carico dell’eredità Völkisch del romanticismo dell’Ottocento, ponendo l’accento sulle qualità umane non influenzabili, tanto nel dato culturale quanto in quello biologico. Dopo l’ascesa nazista al potere nel 1933 tutte le divergenze che abbiamo sottolineato diventarono progressivamente più problematiche fino ad arrivare a situazioni di tensioni che in parte, come nel caso di Haushofer, si risolsero riducendosi al silenzio.

NOTE:

1 Unica eccezione, secondo quella generazione di geopolitologi, fu Bismark,  a cui veniva riconosciuto un certo “acume” geografico.
2 Arthur Dix non ebbe una formazione geografica vera e propria, venendo da studi economici. Descrisse sé stesso come un “geografo autodidatta”, affiancando quindi le questioni economiche  a quelle più propriamente geografiche. Coniugò la sua attività di giornalista con quella politica; prima della guerra fece parte del Nationalliberale Partei (partito liberale) per congiungersi poi con il Deutsche Volkspartei, infine nel 1930 arrivò nel Konservative Volkspartei. Il suo sistema di pensiero soffrì di un certo paradosso: pur riconoscendo che il vecchio mondo coloniale era ormai collassato, prospettava per la Germania un ritorno alla vecchia politica coloniale in Africa. Al pari di Haushofer e altri autori di quella decade fu molto prolifico. Si occupò di temi di natura più propriamente geopolitica, pubblicando nel 1922 Politische Geographie (ristampato in seconda edizione l'anno successivo), e  nel 1927 Geopolitk. Lehrkurse uber die geographischen Grundlagen der Weltpolitik und Weltwirtschaft (Geopolitica. Percorso didattico sui fondamenti geografici della politica e dell'economia mondiale); allo stesso tempo fu autore di una serie di articoli di propaganda coloniale come Was geht uns Afrika an? (Cosa significa l'Africa per noi?) nel 1931, e nel 1932 Weltkrise und Kolonialpolitik. Die Zukunft zweier Erdteile (Crisi mondiale e politica coloniale: il futuro dei due Contienti).
3 Ci si riferisce alla teoria delle Pan-Idee e Pan-Regioni.
4 Haushofer K., Il Giappone costruisce il suo impero, Sansone editore, 1942.
5 Questo passaggio è un attacco frontale che il generale Haushofer compie nei confronti degli Inglesi, definiti da Mackinder «pirati del mare e della steppa»; a sua volta Haushofer riprese la definizione, caricandola però di valore critico.
6 Haushofer K, op. cit., pp. 9-10.
7 Murphy D.T., The heroic earth: geopolitical thought in Weimar Germany, 1918-1933, The Kent State University Press, Kent, Ohio 1997, p. 22.
8 Ivi, p. 23.
9 Losano M., La Geopolitica del novecento. Dai grandi spazi delle dittature alla decolonizzazione, Milano, Mondadori 2011, p. 60.
10 Haushofer, grazie alla mediazione di Rudolph Hess, ottenne infatti lo status di “ariano onorario”, sebbene Hitler non avesse mai dimenticato la sua particolare “situazione”.
11 Bassin M., Race contra space. The conflict between German Geopolitik and National Socialism, University of Chigago Press, Chicago 1987.
12 Balistreri G., Filosofia della Konservative Revolution: Artur Moeller van der Bruck, Lampi di Stampa, Milano 2014.


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