Gli inferni del Kivu: tra focolai di guerra e lotte di potere Gli inferni del Kivu: tra focolai di guerra e lotte di potere
La crisi congolese, che trova la sua massima espressione nelle regioni del Kivu, nonostante la guerra sia ufficialmente terminata nel 2003, non risulta per... Gli inferni del Kivu: tra focolai di guerra e lotte di potere

La crisi congolese, che trova la sua massima espressione nelle regioni del Kivu, nonostante la guerra sia ufficialmente terminata nel 2003, non risulta per nulla sopita, tenuta in vita da costanti incursioni e spargimenti di sangue dai gruppi armati che avanzano le loro pretese di controllo sulle risorse minerarie dei loro territori. Dalla fine del 2016 l’instabilità del paese si è fortemente acuita per motivi elettorali. È dal novembre del 2016, infatti, che si sarebbero dovute tenere le elezioni presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), allo scadere del secondo mandato di Kabila. Ancorato dal dettame della Carta Costituzionale, che, adottata a seguito di un referendum nel 2005 e promulgata dallo stesso Kabila, limita a massimo due mandati presidenziali, l’intramontabile Presidente congolese sembra non voler arrendersi a cedere la sua poltrona. Va ricordato che a nulla varrebbe il tentativo di legittimare la sua permanenza attraverso una modifica della Costituzione in quanto l’articolo 220 sancisce: «il numero e la durata dei mandati del Presidente della Repubblica non possono essere soggetti ad alcuna revisione costituzionale».

Il motivo della prosecuzione del mandato presidenziale sarebbe legato alla volontà di dotare il paese di un sistema elettorale che possa garantire trasparenza e credibilità. In seguito a questa decisione, il 26 maggio 2016, non sono mancate manifestazioni e proteste anti Kabila a Kinshasa e Goma, che sono sfociate inevitabilmente in forme di repressione e violenze da parte delle forze dell’ordine, provocando la morte di oltre quaranta persone. I principali partiti d’opposizione continuano a lanciare appelli a manifestare il dissenso cittadino contro questa chiara ed evidente volontà di ostacolare le procedure democratiche. Nella già disperata situazione della Repubblica Democratica del Congo, queste tensioni aggravano la lacerante instabilità del paese, in cui si disseminano ogni giorno azioni di guerriglia urbana, che conducono a decine di morti per mano delle forze di sicurezza.

Sta di fatto che ad oggi ancora non sia stata individuata la data delle nuove elezioni e, dunque, l’ipotesi di realizzarle nella seconda metà del 2017 appare poco convincente. Queste tensioni sono sintomatiche della crisi del paese, le cui logiche e dinamiche sono il prodotto e il riflesso del contesto regionale di rifermento, in cui il Kivu costituisce inevitabilmente il cuore della questione. A destare preoccupazione nei paesi occidentali sono i significati geopolitici della crisi congolese e le ripercussioni economiche sulle loro economie nazionali. Infatti, il gigante africano costituisce una delle fonti principali, a livello mondiale, di minerali utilizzati nella produzione industriale del Nord. Questo ha portato, inseguito ai vari episodi di violenza succedutisi da maggio 2016 in poi, capi di Stato e ambasciatori a esprimersi sulla questione.

Tom Perriello, inviato speciale di Washington per la regione dei Grandi Laghi, ha più volte ricordato l’evitabilità della crisi, nata dal non adempimento degli obblighi costituzionali riguardo alle elezioni presidenziali. Lo stesso François Hollande non si è trattenuto dall’esprimersi, anche in sede ufficiale ONU, sulla inaccettabilità delle violenze, denunciando forti e severi abusi da parte dello Stato congolese e individuando nella necessità di indire libere elezioni una possibile soluzione all’escalation di violenze di cui il paese è vittima. Ma, le pressioni diplomatiche non sembrano sortire alcun effetto su Joseph Kabila, a cui, nel maggio 2016, la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto di mantenere il potere fino all’istallazione di un nuovo Presidente eletto.

È facile comprendere che questa sentenza della Corte Costituzionale costituisce il reale motivo del ritardo nell’indizione delle nuove elezioni presidenziali, perché, di fatto, consente all’attuale Presidente di restare in carica per un tempo indefinito. In questo modo, Kabila è riuscito a conservare il potere, aggirando l’ostacolo dell’immodificabilità della durata e del numero di mandati presidenziali, sancita costituzionalmente. Attualmente sembra che le parti politiche siano convenute ad un accordo relativo alla possibilità di unire nello stesso giorno le elezioni presidenziali con quelle legislative e provinciali. Resta, invece, disaccordo riguardo alla revisione dei registri elettorali, che concerne la storica questione della cittadinanza, le cui conseguenze affliggono storicamente i territori del Sud e del Nord Kivu, e l’individuazione della data per le elezioni. Gli esponenti della maggioranza sono irremovibili nel sostenere uno slittamento di circa due anni, ma a tale ipotesi le opposizioni sono fortemente contrarie e non trovando un canale di dialogo nelle istituzioni, stanno portando sulle strade le loro azioni di protesta, organizzando manifestazioni, che, purtroppo, troppo spesso finiscono nella repressione violenta.

Molte delle problematiche che hanno condotto alle guerre (1996 – 2003) nella Repubblica Democratica del Congo sopravvivono tuttora, soprattutto nelle regioni orientali del paese e in particolar modo nel Kivu1 . In questi territori i focolai di guerra e gli scontri tra i diversi gruppi armati non si sono mai sopiti. Le province del Kivu rappresentano il cuore della crisi congolese e lo scacchiere su cui continuano i giochi geopolitici della regione dei Grandi Laghi, dove si intersecano diversi livelli di conflitto. Innanzitutto quello legato alle tensioni tra gruppi autoctoni ed alloctoni, con particolare riferimento alle storiche questioni sulla cittadinanza per i banyarwanda e i banyamulenge, di origine rwandese. Poi abbiamo gli scontri tra diversi gruppi armati per la supremazia politica e l’egemonia economica, caratterizzati da alleanze locali, nazionali e regionali. Infine, le mire espansionistiche di Uganda e Rwanda, che vogliono estendere le proprie zone di influenza.

Per comprendere le spirali di violenze che si autoalimentano costantemente e che hanno una ripercussione non solo sulla stabilità nazionale ma anche sugli equilibri regionali, prolungando la crisi congolese ben oltre la fine della guerra, è necessario soffermarsi sulle questioni che sono rimaste aperte e che continuano ad attanagliare il Kivu. La prima grande questione riguarda la cittadinanza e coinvolge il rapporto tra popolazione cosiddetta “nativa” e i gruppi che parlano kinyarwanda e che quindi sono stati definiti come “stranieri”. Questa distinzione risulta limitativa perché considera “autoctoni” i gruppi che erano presenti nel territorio congolese al momento della colonizzazione, anche se arrivati in seguito di processi migratori precedenti. Inoltre, alcuni dei sottogruppi inglobati nel termini di banyarwanda (che letteralmente vuol dire originari del Rwanda) erano abitanti dei distretti del Rutshuru e del Masisi, che, precedentemente parte del regno del Rwanda, vengono annessi al Congo durante la spartizione coloniale.

A questi gruppi poi si unirono altri rwandesi in diverse ondate migratorie, favorite dalle amministrazioni coloniali per trasferire manodopera rwandese nelle miniere e nelle piantagioni congolesi. Quindi la distinzione tra autoctoni e stranieri diventa una questione meramente interpretativa, dato che la maggior parte dei gruppi presenti nel territorio sono frutto di diverse ondate migratorie. In questo modo la definizione di autoctonia risulta essere legata alle rivendicazioni dei gruppi che per primi si sono stanziati nella regione. La cittadinanza ha costituito storicamente una questione profondamente spinosa già verso la fine della colonizzazione, quando nel 1959, alla vigilia dell’indipendenza l’amministrazione coloniale belga concedeva la cittadinanza ai banyarwanda residenti nel Kivu da almeno dieci anni.

Da questo momento in poi, la cittadinanza è stata concessa e ritirata a seconda delle esigenze politiche della classe dirigente, determinando la crisi attuale. Un’occasione persa è stata la promulgazione della Loi N° 04/024 Relative à la Nationalité Congolaise del 2004, perché il testo normativo, pur essendo maggiormente inclusivo nei riguardi delle popolazioni banyarwanda, è intriso di un’ambiguità normativa che rende la legge stessa soggetta a future manipolazioni e strumentalizzazioni. La seconda questione, strettamente connessa alla cittadinanza, riguarda la forte competizione per la terra. In questo caso il Nord Kivu costituisce il territorio dove maggiormente si risente della drammaticità di tale forma di competizione. I crescenti tassi di natalità e i consistenti flussi migratori stanno inasprendo i conflitti legati all’accesso alle terre coltivabili. Questo fenomeno ha una forte dimensione politica, che è strettamente connessa alla diminuzione dei terreni coltivabili messi a disposizione della popolazione rurale. Pur se il disequilibrio è stato originariamente introdotto dal colonialismo, è durante il regime di Mobutu che la situazione si inasprisce considerevolmente. Infatti, nel 1973, con la promulgazione della legge Bakajika, il suolo e il sottosuolo diventano proprietà esclusiva ed inalienabile dello Stato. Ma questa legge, che aveva il compito di regolamentare la legislazione moderna con il diritto tradizionale, crea di fatto un vuoto normativo, le terre occupate dalle comunità locali non vengono disciplinate.

In questa situazione i capi tradizionali e i funzionari di stato, all’interno di un sistema marcatamente corrotto e clientelare, hanno favorito la borghesia emergente e vicina a Mobutu. Dal 1973 in poi, infatti, a seguito della nazionalizzazione delle terre, si assiste ad una loro parcellizzazione e ad una conseguente privatizzazione senza regole né controllo, che ha finito per acuire le sperequazioni e le disuguaglianze, privando di fatto la popolazione rurale di quelle terre, che secondo i sistemi tradizionali, aveva sempre coltivato. Da allora la situazione non è migliorata e la scarsità dei terreni non è sostituibile con alternative valide di sostentamento economico, acuendo sensibilmente la pressione sociale e le tensioni inter-etniche. Una terza questione, non certamente marginale, riguarda gli interessi economici delle parti in lotta. La Repubblica Democratica del Congo dispone di una ricchezza mineraria ineguagliabile dai diamanti alla cassiterite, dall’oro al coltan. Trafficanti, esponenti politici, militari congolesi e stranieri traggono un immenso profitto dal traffico illegale di questi minerali, in particolar modo dal coltan, ampiamente utilizzato nell’industria elettronica.

Il Nord Kivu risulta essere la zona più ricca al mondo di coltan. Non è un caso, infatti, che proprio in queste zone i conflitti perdurano e l’instabilità regna sovrana. Infatti, ai diversi gruppi armati e signori della guerra basta controllare militarmente una zona per potersi dedicare all’estrazione mineraria e godere di ingenti guadagni, derivanti dallo sfruttamento delle donne e dei bambini che vivono nel territorio e le cui condizioni di povertà spingono ad accettare di lavorare in condizioni di semi-schiavitù. Tutto questo sistema si rivela essere fortemente cospicuo, tanto che il business del coltan è diventato a gestione regionale. Il minerale estratto viene poi contrabbandato e spedito in Uganda e Rwanda, da cui poi arriva sui mercati internazionali attraverso la mediazione di società vicine ai governi di Kampala e Kigali.

Per questo motivo è possibile parlare di una economia di guerra, di cui beneficiano attori diversi, dai militari ai politici, dai signori della guerra alle compagnie minerarie, perché nel Kivu tutte le parti in campo hanno più interesse nel far proseguire l’instabilità piuttosto che affermarsi sul nemico. Gli unici a non beneficiarne sono le popolazioni residenti in questo territorio, soggette a continue incursioni di miliziani che fanno razzia totale di tutto ciò che incontrano. Le violenze costituiscono la normalità, dagli stupri su donne e bambine alle persecuzioni su base etnica, nella totale assenza dello Stato nazionale, concentrato essenzialmente sulla volontà di conservare nelle mani di Kabila il potere a Kinshasa. In conclusione, la crisi congolese sembra non trovare una soluzione, ma la preoccupazione maggiore deriva dal fatto che le diverse parti coinvolte e gli esponenti politici non mostrano la reale volontà di affrontare in maniera definitiva e risolutiva le questioni che alimentano la crisi, che oramai è divenuta strutturale.

NOTE:

Davide Marena è collaboratore del programma di ricerca «Africa e America Latina» dell'IsAG.

1 Con il termine Kivu si fa qui riferimento all’unione delle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, che un tempo costituivano un’unica realtà amministrativa.


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