Eurasia e jihadismo: il grande continente tra sviluppo e minacce Eurasia e jihadismo: il grande continente tra sviluppo e minacce
Recensione a: Eurasia e jihadismo. Guerra ibride sulla Nuova Via della Seta, Carocci, Roma 2016, a cura di Matteo Bressan, Stefano Felician Beccari, Alessandro... Eurasia e jihadismo: il grande continente tra sviluppo e minacce

Recensione a: Eurasia e jihadismo. Guerra ibride sulla Nuova Via della Seta, Carocci, Roma 2016, a cura di Matteo Bressan, Stefano Felician Beccari, Alessandro Politi, Domitilla Savignoni.

Nella letteratura scientifica sui temi di grande attualità geopolitica, questa raccolta di saggi si distingue per almeno tre peculiarità. In primo luogo, per l’innovativa estensione «geografica» nello studio del jihadismo e dell’estremismo islamico, troppo spesso analizzati limitandosi al ristretto quadrante mediterraneo e medio-orientale, e che qui sono invece esaminati all’interno del contesto continentale euro-asiatico, dal Medio all’Estremo Oriente. In secondo luogo, per la connessione infra-disciplinare tra l’ambito geo-economico e quello della sicurezza: le problematiche legate alle instabilità geopolitiche regionali dell’Euro-Asia connesse con l’emergenza terrorismo vengono inquadrate sullo sfondo del progetto OBOR («One Belt, One Road»), altrimenti noto come «Nuova Via della Seta», l’iniziativa strategica cinese volta a sviluppare una serie di reti logistico-infrastrutturali, sia marittime che terrestri, in grado di connettere l’Asia centrale e sud-orientale all’Europa e al Mediterraneo. Infine, la miscellanea si distingue per una particolare cifra «stilistica», ossia per la compresenza di contributi propriamente scientifici, d’impostazione tecnica e ricchi di apparati bibliografici, alternati a riflessioni più snelle di carattere divulgativo e giornalistico. Quest’ultima caratteristica rende il volume fruibile per uno spettro assai ampio di lettori, che vanno dall’analista specializzato allo studente alle prime armi sino al semplice lettore interessato.

Eurasia e jihadismo comprende una raccolta di tredici contributi, differenti come detto per articolazione metodologica e ampiezza tematica. Tra quelli dedicati al jihadismo, notevole è l’approfondita ricostruzione della storia e delle evoluzioni dell’ISIS (Matteo Bressan), cui si accompagna una panoramica sul ruolo della comunicazione mediatica del terrore (Domitilla Savignoni). Il radicalismo islamico presenta d’altronde caratteri comuni e universali, ma al contempo si interseca alle specificità nazionali e regionali, come viene messo in evidenza nella ricca descrizione della galassia di movimenti jihadisti nell’Asia-Pacifico (Stefano Felician Beccari) e nell’analisi della minaccia terroristica che il Caucaso settentrionale pone alla Federazione Russa (Valery e Ekaterina Mikhaylenko). Ampio spazio è dedicato ovviamente alla Repubblica Popolare Cinese, analizzata sotto il profilo della sicurezza per i rischi di proliferazione del radicalismo armato (Zhou Qi), nell’approfondimento storico-etnografico sulle caratteristiche del Xinjiang (Alessandra Cappelletti), per arrivare alla particolare natura dell’irredentismo uiguro, sospeso tra lotta indipendentista ed estremismo religioso (Elenoire Laudieri di Biase). Alla connessione fra illegalità e terrorismo sono dedicati i contributi che analizzano i proventi da contrabbando e contraffazione da parte dei gruppi armati (Vincenzo Tuzi) e i guadagni dal traffico di oppiacei lungo la rotta balcanica (Ernesto Ugo Savona), che possono fungere da lezione per contenere i rischi legati alla sicurezza nel progetto OBOR, il quale nella sua dimensione marittima presenta altresì sfide importanti legate soprattutto alla pirateria (Manuel Moreno Minuto). L’impatto della Nuova Via della Seta sugli equilibri propriamente geopolitici viene valutato da molteplici prospettive: quella del triangolo Mosca-Pechino-Teheran (Alberto Negri), quella della difficile stabilizzazione della regione Afghanistan-Pakistan (Claudio Bertolotti), senza trascurare una riflessione sulle opportunità strategiche e i rischi che essa presenta per gli interessi italiani (Romeo Orlandi).

Il filo conduttore di un insieme così eterogeneo di temi, come ben evidenzia Alessandro Politi nelle Conclusioni, è la consapevolezza che l’opposizione Terra-Mare, tra potenze marittime e potenze terrestri – a lungo considerata una categoria irrinunciabile nella spiegazione dei fenomeni macro-storici da parte della geopolitica classica – non è sufficiente a render conto dei passaggi epocali nella politica internazionale. Come già negli USA della seconda metà del XIX secolo il completamento della ferrovia transcontinentale, mettendo in connessione Atlantico e Pacifico, fornì una base geoeconomica terrestre essenziale anche al suo sviluppo come potenza navale, così oggi il combinato disposto di sviluppo terrestre e marittimo dell’OBOR funge da monito ad analizzare le dinamiche geopolitiche concrete senza farsi condizionare da generalizzazioni binarie troppo severe. La Nuova Via della Seta costituisce infatti un ambizioso «strumento per il désenclavement dell’Asia centrale e Meridionale, per la possibile diversificazione delle economie del Golfo Persico e per una parziale integrazione dell’Africa nel commercio mondiale» (p. 172), che potrebbero potenzialmente rivoluzionare l’assetto dell’intero pianeta. Sulla sua realizzazione pesano non solo i fattori classici della politica internazionale, cioè le rivalità e le instabilità interne agli Stati coinvolti, ma soprattutto i nuovi «soggetti asimmetrici»: i flussi finanziari internazionali non controllati, le organizzazioni criminali e l’avanzamento a macchia d’olio dell’islam radicale, tanto variegato nelle sue articolazioni quanto unitario per i problemi che pone in termini di sicurezza.

In questo senso, molto convincente è l’analisi dell’ISIS come «fenomeno ibrido, difficilmente interpretabile secondo i tradizionali schemi interpretativi» (p. 20), per il modo in cui ha saputo intrecciare una dimensione politica tradizionale (conquista del territorio, affermazione statuale, tecniche di guerra convenzionale) con gli attacchi terroristici all’estero. Il potenziale d’attrazione dello Stato Islamico nel continente euro-asiatico si realizza quindi come un moltiplicatore di tendenze separatistiche e secessionistiche che ad esso preesistono: come mostrano il caso dell’Asia-Pacifico e del Caucaso trattati nel volume, il fondamentalismo islamico aggiunge una connotazione ideologico-religiosa a contesti già problematici sotto il profilo dell’unità politica dei Paesi e della presenza massiccia di criminalità organizzata. Oltre al problema del terrorismo di matrice islamica, l’altra grande incognita della Nuova Via della Seta è appunto l’opportunità di lucro per le mafie con attività illegali connesse allo spostamento di merci e di popolazioni, ivi incluso il legame tra migrazioni e traffico di esseri umani nonché destabilizzazione dei paesi d’arrivo. Nel tentativo di sintesi dei numerosi problemi e contesti affrontati, il libro suggerisce una risposta che apre a sua volta un grande interrogativo: l’idea che la collaborazione fra gli Stati e la sinergia fra pubblico e privato costituiscano «gli elementi indispensabili per prevenire e affrontare minacce criminali e rischi terroristici in costante aumento» (dalla quarta di copertina).

I fatti degli ultimi anni ci testimoniano tuttavia il tendenziale arenarsi di tanti progetti multinazionali e multilaterali nati con la vocazione di integrare le economie – BRICS, TTIP, TTP– mentre organizzazioni sovranazionali «storiche» (UE, ONU) non godono certo di ottima salute, messe in discussione da fermenti identitari e protezionistici la cui forza si è fatta sentire anche in Occidente (vittoria di Brexit e di Trump, ascesa dei movimenti sovranisti). Si direbbe anzi che si stia aprendo una fase «neo-westfaliana» delle relazioni internazionali, con il ritorno degli Stati sovrani e dei loro interessi divergenti, generatori di una conflittualità «fisiologica» accentuata però dalla presenza di attori non statali asimmetrici che tuttavia le piattaforme multilaterali sembrano appunto incapaci di contrastare. In questo contesto, appare difficile che la Cina, colosso economico ma con un profilo estremamente basso su questioni di politica estera all’infuori dell’Estremo Oriente, possa innescare un processo politico-diplomatico di cooperazione infra-continentale sulla base di un’iniziativa di tipo essenzialmente economico quale la Nuova Via della Seta. Se insomma le numerose crisi internazionali degli ultimi anni si spiegano con un retrocedere degli attori geopolitici classici, gli Stati, rispetto a soggetti asimmetrici sempre più forti (eccessivo potere dei soggetti economici e finanziari, crescita di organizzazioni criminali e terroristiche), può un progetto essenzialmente economico e non politico rappresentare non soltanto un volano di sviluppo, ma anche un vettore di stabilità geopolitica? Giustamente, come si rileva parlando dei nostri interessi nazionali, per contrastare terrorismo e criminalità l’eventuale accordo multilaterale OBOR su procedure comuni e scambi di informazioni dovrebbe venire soltanto dopo «l’integrità dei singoli governi nel reprimere e nell’evitare collusioni» (p. 134), quasi a rimarcare che la solidità e la sovranità dei singoli Stati nazionali è il prerequisito per la stessa efficacia d’un progetto economico a carattere multinazionale.

Tra le criticità del volume, si può sottolineare la mancata trattazione delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, nominate appena di sfuggita nei diversi saggi benché buona parte di esse sia direttamente coinvolta nel progetto OBOR. Dalla caduta dell’URSS queste repubbliche hanno una storia strettamente collegata sia con l’islamismo radicale sia con i conflitti inter-etnici, recentemente «arricchitasi» anche di contributi terroristici fuori dai paesi di provenienza (l’autore degli attentati in Turchia a Capodanno scorso è stato identificato in un islamista uzbeko, mentre degli attentati d’inizio aprile a Pietroburgo è accusato un cittadino kirghiso sempre di etnia uzbeka). L’Uzbekistan è il paese ove si è sviluppata una delle organizzazioni islamiste più pericolose, il «Movimento Islamico dell’Uzbekistan» (O’zbekiston Islomiy Harakat), duramente represso dal governo di Taškent ma ben capace di espandersi anche al di fuori dei propri confini, come mostrato già nel coinvolgimento nella guerra civile in Tagikistan (1992-1997), paese che resta uno degli Stati più precari della regione, protagonista suo malgrado del traffico di droga con l’Afghanistan. Il Kazakhstan è invece la repubblica centroasiatica che sinora ha saputo garantire una buona stabilità interna e una politica equilibrata verso l’estero, ma che per la sua frastagliata configurazione etno-confessionale e per l’ampiezza del territorio rimane a rischio implosione, mentre il vicino Kirghizistan soffre di una cronica mancanza di controllo dello Stato sul territorio. Il Turkmenistan, infine, ha optato per una svolta fino-cinese, impostando nell’ultimo decennio una politica estera basata sulle esportazioni energetiche verso Pechino che l’ha relativamente allontanata da Mosca, divenendo un piccolo pomo di discordia tra le due grandi potenze.

Proprio il rapporto fra Russia e Cina, sempre in bilico fra cooperazione e competizione soprattutto in Asia centrale, è un altro dei temi che avrebbe necessitato di maggiore attenzione per un inquadramento più sistematico dei rischi e delle opportunità della Nuova Via della Seta. Organizzazioni come la SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shangai), sorta di condominio russo-cinese nato per combattere i «tre mali» – estremismo, separatismo, terrorismo – oppure l’Organizzazione del Trattato della Sicurezza Collettiva (CSTO nell’acronimo inglese), di cui non fa parte la Cina ma che coinvolge Russia e diversi paesi CSI, hanno certo mostrato limiti di efficacia nella capacità di stabilizzazione regionale, ma la loro storia passata ed il loro presente sono ineludibili per comprendere cosa accade nello Heartland di mackinderiana memoria, specie sotto il profilo della sicurezza e della cooperazione infra-statale. Il libro avrebbe infine beneficiato di una riflessione sul destino dell’Unione Economica Eurasiatica, il progetto di riunificazione economica dello spazio ex sovietico patrocinato da Mosca e che, pur se entrato in una fase di stallo dopo la crisi ucraina, rappresenta un progetto per molti aspetti concorrenziale all’iniziativa cinese e rivela la centralità di Mosca, non solo geografica ma anche strategica, anche per l’implementazione della Nuova Via della Seta. D’altronde, come giustamente sottolinea Franco Frattini nella Prefazione, il ritorno sulla scena mondiale della Russia è un fattore da cui non si può in alcun modo prescindere sia nella lotta al terrorismo sia nella gestione delle crisi regionali e globali.

È ad ogni modo la stessa complessità di un tema così ampio a rendere impossibile condensare tutto in un volume che ha il pregio di essere agile e ricco di spunti. Eurasia e jihadismo offre un ventaglio d’analisi su argomenti tanto attuali quanto trascurati, sollevando problemi e interrogativi di portata globale che si riveleranno cruciali negli anni a venire.

Autori: Matteo Bressan, Stefano Felician Beccari, Alessandro Politi, Domitilla Savignoni (a cura di)
Titolo: Eurasia e jihadismo. Guerre ibride sulla Nuova via della Seta
Editore: Carocci
Anno: 2016

NOTE:

Dario Citati è Direttore del programma di ricerca «Eurasia» dell’IsAG.


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