La destabilizzazione politica in Asia centrale e il ruolo degli oligarchi La destabilizzazione politica in Asia centrale e il ruolo degli oligarchi
L’ex dirigente della Banza kazaka BTA Mukhtar Ablyazov è oggi accusato di truffe e reati finanziari tra i più significativi del XXI secolo. Tuttavia,... La destabilizzazione politica in Asia centrale e il ruolo degli oligarchi

L’ex dirigente della Banza kazaka BTA Mukhtar Ablyazov è oggi accusato di truffe e reati finanziari tra i più significativi del XXI secolo. Tuttavia, egli nega di aver sottratto alla sua stessa banca più di 7,5 miliardi di dollari US e dichiara che il processo penale internazionale aperto nei suoi confronti – da parte dei giudici di ben tre Paesi della CSI e di alcuni paesi europei – è in realtà dovuto a motivi politici. Ed è probabile che ben presto si aprirà davvero un “caso politico” intorno alla sua figura, in quanto stanno cominciando a emergere dettagli sul finanziamento di attività estremiste in diversi paesi da parte di questo oligarca.

Lo slogan principale che oggi Mukhtar Ablyazov promuove è quello della lotta per i diritti umani in Kazakhstan. Nel dicembre 2016, il Consiglio di Stato francese ha annullato il decreto di estradizione di Ablyazov verso la Russia per il timore che Mosca lo consegnasse alle autorità giudiziarie del Kazakhstan. Secondo i giudici francesi, lì sarebbe stato processato per la sua “opposizione al potere”. Tuttavia, nel procedimento penale che attualmente è stato aperto ad Astana, con l’imputato in contumacia, non c’è traccia alcuna di elementi politici relativamente ai capi di imputazione per i reati finanziari che gli sono contestati. E tuttavia possiamo ben riconoscere che Ablyazov sia un fine politico, benché agisca in clandestinità: un politico che finora ha lavorato per la “democrazia” non tanto in Kazakhstan, quanto nei Paesi limitrofi.

Il primo dei teatri operativi di Mukhtar Ablyazov è stato il Kirghizistan, il Paese probabilmente più al centro delle ambizioni politiche dell’ex banchiere kazako. Dopo essere stato rilasciato dal carcere nel dicembre 2016, l’oligarca ha infatti ammesso di aver finanziato nel 2005 la rivoluzione in Kirghizistan. “Nel periodo 2003-2005 ho vissuto a Mosca, e all’inizio del 2005 ho finanziato l’opposizione in Kirghizistan per facilitare la caduta del regime al potere. Per me era importante che almeno una delle ex repubbliche sovietiche che aveva iniziato le giuste riforme avviasse un processo democratico”, ha dichiarato Ablyazov in un’intervista al quotidiano francese Libération.

Quello che Ablyazov ha però omesso di dire sono le conseguenze della sua ingerenza finanziaria negli affari interni di uno Stato straniero e sovrano: disordini continui nel Paese, il crollo dell’economia e un numero imprecisato di vittime negli scontri che sono seguiti al rovesciamento del Presidente. Nel periodo di anarchia e caos che ha fatto seguito alla rivoluzione kirghisa del 2005, è stato registrato infatti un dilagare della criminalità, che ha portato peraltro quasi tutti gli investitori stranieri a lasciare il Paese. Uno dei risultati raggiunti da questa rivoluzione è che il più grande progetto economico della piccola repubblica del Kirghizistan – la costruzione di due grandi centrali idroelettriche sul fiume Naryn e l’avvio della produzione di alluminio – è stato rinviato di quasi 10 anni.

Ma evidentemente tali risultati non erano sufficienti per l’oligarca kazako. La sua impronta è visibile anche negli scontri inter-etnici che si sono verificati sempre in Kirghizistan nel 2010 quando, nel sud del Paese, in pochi giorni si sono avuti decine di migliaia di profughi di etnia uzbeka. Secondo alcune fonti, egli avrebbe foraggiato questi scontri finanziando alcuni soggetti, per passare poi alle donazioni propriamente politiche, in particolare rivolte all’opposizione kirghisa. Le manifestazioni contro l’allora presidente Kurmanbek Bakieyv, così come le armi acquistate da coloro che hanno poi preso d’assalto il Palazzo presidenziale e il palazzo del Governo, secondo alcune fonti possono essere ricondotte proprio al magnate kazako. Da allora, l’economia del Kirghizistan ha subito nuovamente un duro colpo dal quale sinora il Paese non sembra essersi ancora risollevato. Ablyazov potrebbe un giorno essere accusato anche di avere avuto un ruolo negli scontri verificatisi nella valle dell’Issyk Kul, Kirghizistan, nel 2013, quando una regione molto nota per attrarre turisti rimase vuota a causa dei disordini. Alcuni esperti che si occupano di Asia centrale non escludono neppure l’eventuale coinvolgimento di Mukhtar Ablyazov negli eventi del 2005 in Uzbekistan, nella valle di Fergana, quando un folto gruppo di estremisti attaccò un campo militare ad Andijan sequestrando numerose armi da fuoco. Ne seguì una manifestazione cruenta con l’obiettivo di contestare l’allora Presidente Islam Karimov, che sfociò presto nello scontro a fuoco con le autorità e in numerose vittime civili.

Tracce dell’attività politica di Ablyazov possono inoltre essere riscontrate anche in Russia. L’anno scorso, il tribunale di Mosca ha condannato a 7 anni e mezzo di carcere Aleksandr Poktin-Belov, ex leader del gruppo ultranazionalista “Movimento contro l’Immigrazione Illegale” e poi del movimento Russkie (Russi), messo al bando come organizzazione estremista dalle autorità della Federazione Russa nel 2010. Proprio questo attivista ha collaborato con Ablyazov ed è accusato di aver riciclato denaro, oltre che di aver portato avanti pubblicamente attività estremiste che promuovevano l’inimicizia tra il popolo russo e il popolo kazako. Ma si sospetta anche che Ablyazov abbia finanziato anche altri ultranazionalisti russi, in particolare Dmitri Demushkin, condannato da un tribunale russo ad oltre due anni di reclusione, già presidente delle organizzazioni “Alleanza Slava” e “Forza Slava” oggi messe al bando, promotore di marce e manifestazioni all’insegna dell’estremismo contro le nazionalità non-russe. Molti elementi lasciano insomma supporre che Mukhtar Ablyazov abbia attivamente collaborato alla destabilizzazione interna di diversi Paesi della CSI. E allora forse il suo timore di essere giudicato per “motivi politici” non è del tutto irragionevole.

NOTE:

Erlan Zerastaev è analista di politica in Kazakhstan


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