Crescita economica nell’Unione Europea: stato dell’arte e prospettive future Crescita economica nell’Unione Europea: stato dell’arte e prospettive future
All’indomani della propagazione della crisi economico-finanziaria e della successiva crisi dei debiti sovrani di alcuni paesi dell’area euro, la maggior parte dei paesi europei... Crescita economica nell’Unione Europea: stato dell’arte e prospettive future

All’indomani della propagazione della crisi economico-finanziaria e della successiva crisi dei debiti sovrani di alcuni paesi dell’area euro, la maggior parte dei paesi europei ha adottato misure di austerità, contraddistinte da una politica fiscale restrittiva e dall’adozione di riforme strutturali. Queste misure hanno avuto effetti depressivi sulla domanda aggregata con conseguenze recessive nel breve periodo, mentre a distanza di tempo solo alcuni paesi sembrano essere tornati a crescere.

Quali sono stati dunque gli effetti di queste politiche sulla crescita di lungo periodo? Per rispondere a questa domanda occorre innanzitutto descrivere brevemente le caratteristiche delle misure intraprese. Partendo dall’interpretazione che gli attuali squilibri europei e lo scoppio della crisi dei debiti sovrani siano dovuti alla perdita di competitività dei paesi periferici, le politiche del rigore si concentrano soprattutto nel recupero di competitività mediante politiche micro sul lato dell’offerta volte alla flessibilità di prezzi e salari.

Misure intraprese
Una delle caratteristiche dell’attuale crisi economico-finanziaria è stata quella di essersi tramutata in ambito europeo in una crisi di solvibilità del debito sovrano di alcuni paesi periferici dell’area euro. Questa crisi è stata determinata da una crescita insostenibile dei tassi di interesse dei titoli di Stato, causata a sua volta da un insieme di elementi legati alle aspettative e alle turbolenze dei mercati finanziari, ma anche a preesistenti criticità strutturali ed istituzionali.

Inizialmente, per fronteggiare la crisi, sono state intraprese in ambito europeo una serie di misure volte a favorire il riordino dei conti mediante sia politiche di bilancio restrittive e sia attraverso l’adozione di una nuova legislazione di disciplina di bilancio, contenuta nelle modifiche al patto di stabilità e crescita e nel c.d. fiscal compact. Sebbene entrambi i trattati consentano in condizioni di estrema difficoltà deroghe o sforamenti ai parametri stabiliti, l’obiettivo di questi due strumenti è quello di impegnare i paesi verso il pareggio di bilancio e alla riduzione costante del debito che eccede il 60% del PIL.

A tali misure è stato affiancato inoltre il c.d. semestre europeo istituito per garantire un maggior coordinamento e sorveglianza delle politiche di bilancio di ciascuno Stato. Tutte queste misure, volte al contenimento dei debiti sovrani e alla riduzione della spesa pubblica, avrebbero dovuto portare ad una maggior fiducia dei mercati. Tale fiducia, non solo avrebbe ridotto i tassi d’interesse sul debito ma avrebbe generato altresì un percorso di crescita virtuoso, la c.d. “expansionary austerity policy” (Alesina e Ardagna), con conseguente crescita degli investimenti privati.  A supporto di questa tesi erano stati interpretati anche alcuni studi fatti su dati empirici, fortemente contestati, effettuati da Reinhart e Rogoff secondo i quali i paesi con un alto rapporto debito-PIL crescono in media di meno rispetto agli altri.  In particolare, la tesi degli autori, sarebbe quella che quando “il debito estero lordo raggiunge il 60% del Prodotto interno lordo”, il tasso di crescita di un paese si ridurrebbe del 2%, mentre “per livelli del debito estero superiori al 90%”, la crescita del PIL si ridurrebbe alla metà.

A fianco di queste politiche, i principali piani di salvataggio messi in atto dalla c.d. Troika (Commissione, BCE, FMI) hanno condizionato gli aiuti ai paesi in crisi all’ adozione di una serie di misure volte a favorire le riforme strutturali. L’imposizione di queste riforme strutturali nasceva dalla costatazione che al di là dei problemi contingenti legati alla solvibilità del debito, esistevano dei problemi strutturali che erano stati una delle cause principali della crisi debitoria. Tali problemi riguardavano la crescente perdita di competitività dei paesi periferici dell’area euro nei confronti dei paesi core dovuta a minori livelli di produttività e a maggiori costi di produzione.

Prima dell’adozione della moneta unica, i paesi periferici tendevano infatti a risolvere i loro problemi di competitività mediante politiche di svalutazione competitiva della propria moneta. Al momento della costituzione dell’UEM, questi paesi non solo hanno dovuto rinunciare alla possibilità di svalutare ma hanno adottato una moneta il tasso di cambio era apprezzato rispetto a quella che sarebbe stata la loro valuta.  Grazie ai bassi tassi d’interesse pre-crisi, essi hanno tuttavia continuato a crescere nel breve periodo aumentando il proprio indebitamento sia pubblico che privato. L’espansione della domanda, in mancanza di appropriate politiche sul lato dell’offerta che ovviassero alla mancanza di competitività, ha tuttavia generato un aumento dell’inflazione rispetto agli altri partner europei; inflazione che a sua volta ne ha ridotto ulteriormente la competitività aumentando i costi di produzione.

Il problema della crescita nel lungo periodo
Lo scoppio della crisi ha dunque riportato il problema legato soprattutto alla crescita di lungo periodo di questi paesi.  Per riacquisire competitività i paesi periferici avrebbero dovuto intraprendere politiche volte o ad un aumento della propria produttività o ad una riduzione dei costi di produzione. Le riforme strutturali promosse dall’Unione Europea si sono concentrate su aspetti istituzionali e soprattutto su riforme finalizzate alla riduzione dei costi di produzione. Da una parte si sono favorite politiche di privatizzazione volte a favorire l’efficienza attraverso una maggiore concorrenza ed un aumento degli investimenti privati. Dall’altra si sono promosse riforme del mercato del lavoro finalizzate ad una sua maggiore flessibilità che avrebbe a sua volta portato ad una riduzione dei costi di produzione e ad un’eventuale aumento degli investimenti privati.

Questa riduzione dei costi di produzione sta lentamente avvenendo anche in quei paesi che non hanno intrapreso tali riforme strutturali, in quanto la contrazione prolungata della domanda aggregata ha determinato una tendenza alla flessione dei salari verso il basso. Nonostante queste misure, l’efficacia delle sole politiche di riduzione dei costi di produzione nella promozione della crescita di lungo periodo è dibattuta.  I problemi sono legati soprattutto alle politiche industriali perseguite da questi paesi. Essi hanno infatti basato la propria specializzazione produttiva nella produzione di beni “tradizionali”. Tali produzioni sono labour intensive e quindi con una produttività del lavoro molto più bassa rispetto a quella dei partner europei che si sono specializzati invece in produzioni capital intensive o comunque ad alto contenuto di lavoro qualificato e con ricerca e sviluppo. Riduzioni di costi di produzione non sarebbero comunque in grado di far riacquisire competitività a questi paesi in quanto sono proprio i settori tradizionali a subire maggiormente la concorrenza proveniente dai paesi in via di sviluppo in grado di sostenere costi di produzione enormemente più bassi, dati i loro bassi salari.

Per crescere le economie di questi paesi necessitano dunque, oltre a una riduzione dei costi di produzione, di politiche che favoriscano la produttività. A questo proposito, le teorie economiche sulla crescita individuano diverse misure per aumentare la crescita economica di lungo periodo. La teoria neoclassica della crescita esogena (Solow 1956) muove dall’ipotesi di una funzione di produzione caratterizzata da rendimenti di scala costanti, da rendimenti marginali dei fattori decrescenti, e dalla sostituibilità tra i fattori di produzione.  Nel modello di Solow, la crescita è determinata o da incrementi dei fattori produttivi capitale e lavoro o dal tasso di crescita della produttività totale dei fattori determinato dal progresso tecnico.  Tuttavia, a lavoro costante, un aumento del capitale per lavoratore determina, in virtù della legge della produttività marginale decrescente, aumenti di produttività del lavoro via via sempre più ridotti fino ad arrestarsi nel cosiddetto stato stazionario in cui nuovi investimenti netti saranno appena sufficienti a coprire il deprezzamento del capitale per addetto. È invece la tecnologia, resa esogena nel modello a garantire una continua crescita attraverso un aumento della produttività totale dei fattori.

Le successive teorie della crescita hanno dunque cercato di dimostrare che sia possibile configurare processi di sviluppo indotti solo da fattori endogeni. Questi nuovi modelli di crescita endogena cercano di spiegare perché la produttività può aumentare non all’aumento del capitale per lavoratore ma all’aumento indipendente di produttività del singolo lavoratore attraverso la formazione di capitale umano ( Romer 1986, Lucas 1988, Barrow 1990) o all’aumento della produttività del capitale mediante la ricerca e sviluppo  (Romer 1990, Aghion Howitt 1992, Grosmann e Helpman 1991). Elemento di contatto di queste teorie è legato al fatto che sia la ricerca e sviluppo che la formazione di capitale umano generano esternalità positive per l’intero sistema produttivo. Sebbene investimenti in ricerca e sviluppo e in formazione ed istruzione di capitale umano abbiano un effetto positivo sulla crescita dell’intero sistema economico, può accadere che, per l’agire delle sole forze di mercato, una singola impresa non abbia convenienza a sostenere i costi di tali investimenti, risultando dunque necessario un intervento dello Stato.

Conclusioni
Alla luce di tali teorie risulta dunque chiaro che le sole politiche di riduzione dei costi di produzione se non accompagnata da altre misure, non sono in grado di rilanciare la crescita dei paesi periferici dell’area euro. Una riduzione dei costi potrebbe sì attirare nuovi investimenti ed in particolare investimenti diretti esteri, ma tali investimenti, sfruttando i minori costi del fattore lavoro si concentrerebbero in produzioni labour intensive. La crescita che ne conseguirebbe sarebbe dovuta all’aumento del fattore capitale, ma sarebbe soggetta a sua volta alla legge dei rendimenti marginali decrescenti come analizzato nel modello di Solow. Per sostenere la crescita dei paesi periferici, insieme alle misure intraprese di riduzione dei costi di produzione occorre dunque favorire politiche che puntino a investimenti in istruzione e formazione del capitale umano e alla ricerca e sviluppo. Dati i vincoli sul bilancio posti dalla nuova legislazione comunitaria sarebbe auspicabile che essi siano resi meno stringenti per quanto riguarda la spesa pubblica in ricerca, sviluppo e formazione. In alternativa l’Unione Europea potrebbe farsi carico di tali politiche mediante appositi strumenti di finanziamento agevolato o mediante specifici progetti di investimenti a carico dell’Unione.

NOTE:

Alberto Belladonna è collaboratore dell'IsAG.


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