Lo scorso due giugno il nostro redattore Daniele Scalea, segretario scientifico dell\'IsAG, è stato intervistato da Radio Italia, emissione italiana dell\'IRIB, a proposito delle...

Lo scorso due giugno il nostro redattore Daniele Scalea, segretario scientifico dell\’IsAG, è stato intervistato da Radio Italia, emissione italiana dell\’IRIB, a proposito delle celebrazioni per l\’anniversario della Repubblica e del ruolo italiano in Libia. Seguono audio e trascrizione integrale dell\’intervista.

Per celebrare la festa della Repubblica, che quest\’anno cade nel centocinquantesimo anniversario dell\’unità d\’Italia, a Roma sfilerà la parata militare che sarà chiusa dalla Frecce Tricolori. In Libia altri aerei da guerra lasceranno una scia d\’un solo colore: il rosso sangue. Qual è la sua opinione in merito?

 

Come da lei notato la guerra libica coincide col centocinquantesimo anniversario dell\’unità italiana, e non stride con quella ch\’è stata la storia italiana fino ad oggi. Voglio cioè dire che il repentino voltafaccia italiano rispetto alla Libia, col Trattato d\’Amicizia stracciato e l\’ingresso in guerra, è in qualche modo in linea con la nostra storia nazionale.

L\’Italia conquistò la sua unità con l\’appoggio della Francia: nel 1870, quando i Francesi entrarono in guerra con la Prussia, anziché aiutarli come s\’attendeva Parigi, l\’Italia restò neutrale ed anzi approfittò della sconfitta dell\’ex alleato per conquistare Roma. L\’Italia strinse poi un\’alleanza con Germania e Austria-Ungheria, alleanza che durò per decenni, salvo poi cambiare campo nel 1914-15 quando scoppiò la guerra in Europa. Con la Germania fu stretto poi il “Patto d\’Acciaio” ma nel 1939, quando Berlino entrò in guerra, benché l\’Italia fosse teoricamente tenuta ad aggregarvisi dichiarò la “non belligeranza”, e scese in campo solo quando la vittoria dell\’alleato pareva certa; di lì a pochi anni però le sorti erano rovesciate, e nel 1943 l\’Italia passò in un giorno dall\’alleanza con la Germania alla guerra contro la Germania.

Quindi gli eventi del 2011 altro non sono che l\’ennesima ripetizione del leit motiv della politica estera italiana.

 

Qual è la sua opinione sulle parole del presidente Napolitano il quale, esaltando la missione in Libia, si è mostrato orgoglioso che ancora una volta l\’Italia stia al fianco degli USA?

 

Bisogna considerare il ruolo di primo piano avuto da Napolitano nel promuovere la scelta di stracciare il Trattato di Amicizia e scendere in guerra contro la Libia al fianco di USA, Francia e Gran Bretagna. Esso va inquadrato nella reazione suscitata dalla politica estera del Governo in carica in certi ambienti della diplomazia e della politica italiane. Alla politica estera di Berlusconi sono state mosse due critiche principali. La prima, di vecchia data, è quella d\’affidarsi troppo al “personalismo”, privilegiare i rapporti interpersonali tra leader anziché contare su programmi strategici di lungo periodo: è un\’obiezione fondata e ben motivata. Negli ultimi anni si è aggiunta una seconda critica: essersi allontanato eccessivamente dagli USA ed aver condotto una politica estera troppo libera, nei confronti della Russia ma anche nel Mediterraneo, tanto con gli accordi con la Libia quanto col rapporto speciale con Israele, in un momento in cui le relazioni tra Washington e Tel Aviv vanno raffreddandosi.

Le critiche della diplomazia professionale italiana alle mosse di Berlusconi hanno coinciso col malcontento da parte degli USA e con una recrudescenza dei problemi giudiziari e d\’immagine del Capo del Governo. In questo contesto c\’è stato un intervento molto deciso di Napolitano, ad assumere un ruolo in politica estera che in teoria non gli spetterebbe. Nel maggio 2010 Napolitano ha compiuto una visita a Washington, programmata in tutta fretta nelle settimane precedenti e che ha incluso lunghi colloqui privati con Obama. Si pensa che Napolitano abbia ricevuto una sorta d\’investitura per farsi nuovo interlocutore privilegiato degli USA, in un momento in cui c\’è difficoltà di comunicazione tra Obama e Berlusconi (soprattutto la difficoltà ad ottenere da Berlusconi riscontri concreti agl\’impegni che assumeva verbalmente). Sfruttando anche la debolezza interna di Berlusconi (una maggioranza parlamentare vacillante, una popolarità in caduta libera come si è visto anche dalle ultime elezioni, pensieri ed impegni extrapolitici e giudiziari che lo tengono impegnato), Napolitano ha assunto un ruolo di primo piano nella politica estera italiana. Un ruolo più forte anche di quello del predecessore Ciampi, che pure s\’era distinto per attivismo. Un ruolo che per certi versi ricorda quello assunto da Gronchi, diversi decenni fa: un altro presidente della Repubblica che aveva cercato di indirizzare la politica estera italiana anche scavalcando le prerogative del Governo. Allora però Gronchi cercava di dare un indirizzo più autonomo dagli USA, mentre Napolitano sta facendo l\’esatto contrario: cerca di far rientrare la politica estera italiana nel solco della sudditanza verso gli USA.

 

La NATO proroga di altri tre mesi la sua missione in Libia. Questo significa che anche i caccia italiani continueranno a bombardare il paese?

 

Questo senz\’altro.

La proroga della missione in Libia dipende dal fatto che non stanno ottenendo i risultati che avevano sperato. Dal 19 marzo i paesi atlantici hanno condotto all\’incirca 10.000 missioni aeree sulla Libia, ma ciò malgrado la situazione sul terreno si è cristallizzata: sono riusciti ad impedire che le autorità libiche riprendessero il pieno controllo del paese, ma non a far rovesciare il Governo dai ribelli.

Ci si può aspettare un salto di qualità, non una semplice proroga delle missione aeree. E\’ sicuro che adesso cominceranno ad essere impiegati anche elicotteri d\’attacco, quindi non più solo bombardamenti da alta quota ma diretto appoggio ai movimenti delle forze di terra ribelli. Non è confermato, ma pare abbastanza probabile, che il Consiglio di Cooperazione del Golfo metterà a disposizione – posto che non l\’abbia già fatto – delle forze mercenarie per sostenere i ribelli. Questi mercenari sono attualmente in addestramento negli Emirati Arabi Uniti, al comando di un ex ufficiale statunitense già fondatore di una delle più importanti agenzie di sicurezza private.